di Nadia Pietrafitta (*)
La sfida finale – dopo una maratona di 44 ore tra sedute ‘fiume’, ordini del giorno e dichiarazioni di voto – si consuma a ‘colpi’ di musica. Pochi minuti prima dell’ok finale al decreto Sicurezza, le opposizioni intonano nell’aula di Montecitorio ‘Bella ciao’ e, alla vigilia del 25 aprile, ricordano e celebrano la Liberazione. Poi sono i deputati di FdI a sfidare i colleghi, cantando l’Inno d’Italia. A sinistra i parlamentari si guardano tra loro per pochi secondi, poi si alzano e iniziano a loro volta a intonare la ‘canzone degli italiani’.
Angelo Bonelli, con le mani, fa finta di dirigere il coro; Gianni Cuperlo indica una parte dell’emiciclo: i leghisti restano seduti, in silenzio. Lo stesso fanno, ai banchi del Governo, i ministri del Carroccio Matteo Salvini e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Nicola Molteni, mentre il titolare del Turismo Gianmarco Mazzi e la sottosegretaria Matilde Siracusano si alzano a cantare. “Siamo qua per il decreto Sicurezza, non è un festival canoro. Rispetto l’inno nazionale ma quelli cantano ‘Bella Ciao’, mi sembra una mancanza di rispetto”, si affretta a commentare Salvini, mentre dal Pd accusano: “Nel momento in cui il Parlamento si riconosce nei simboli della Repubblica, la scelta di non partecipare al canto dell’inno nazionale segna una distanza evidente, dentro la maggioranza e dentro il governo stesso. Patrioti a corrente alternata”.
Dopo le performance canore, si vota: il decreto Sicurezza viene approvato in via definitiva con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un astenuto. Le opposizioni protestano con dei cartelli: ‘La nostra sicurezza è la Costituzione’, la frase scelta.
Il Consiglio dei ministri si riunisce poco dopo a palazzo Chigi. Al Governo bastano 11 minuti per approvare il decreto che deve correggere la norma che prevede incentivi per gli avvocati che portano a termine una pratica di rimpatrio volontario, finita sotto il faro del Quirinale. Il nuovo testo amplia la platea di chi potrà ricevere il compenso di 615 euro previsto: non più solo gli avvocati, ma anche mediatori culturali e associazioni (sarà un decreto del Viminale a stabilire il perimetro dei soggetti); non più solo all’esito positivo del rimpatrio del migrante, ma in conclusione del procedimento amministrativo. A fronte di questi cambiamenti, il nuovo testo aumenta gli oneri previsti ma, in realtà, le risorse in più ammontano soltanto a 175 mila euro ( 1.404.045 euro nel triennio 2026-2028 a fronte di 1.230.000 euro stanziati nella prima stesura della norma). In serata, dopo giorni di contatti tra palazzo Chigi e Quirinale, arriva la ‘contestuale’ firma di Sergio Mattarella che promulga il decreto Sicurezza, già approvato dal Parlamento, e firma l’autorizzazione della trasmissione alle Camere del decreto Rimpatri, che andrà convertito entro 60 giorni. La pubblicazione dei due testi in Gazzetta ufficiale, anch’essa contestuale, farà in modo che entrino in vigore lo stesso giorno e che la norma ritenuta incostituzionale, di fatto, venga cancellata. E’ già successo in passato quattro volte – in tre di queste occasioni si trattò di correggere norme contenute nella legge finanziaria – ma le opposizioni protestano.
“Ci sono dei precedenti in passato di correzioni che sono state fatte quando non c’erano i tempi della conversione contestualmente all’approvazione del decreto. Quindi no, non ci vedo un precedente pericoloso – assicura Giorgia Meloni da Cipro – Chiaramente avremmo preferito procedere correggendo in corsa, ma questo avrebbe fatto decadere il decreto e avrebbe creato non pochi problemi”. La premier, poi, incassato l’ok esulta sui social: “Con l’approvazione definitiva del decreto sicurezza, il Governo compie un altro passo concreto per rafforzare la tutela dei cittadini, difendere chi indossa una divisa e affermare con chiarezza un principio semplice: in Italia la legalità non è negoziabile”.
(*) La Presse
