di Balthazar
Premessa
Durante la campagna presidenziale del 2024, Donald Trump ha promesso di allentare la pressione economica sulle famiglie e di ripristinare la forza economica degli Stati Uniti.
Al centro di quella promessa c’era l’affermazione che i dazi avrebbero rilanciato l’industria manifatturiera e riequilibrato gli scambi commerciali a favore degli Stati Uniti. Una volta in carica Trump ,ha fatto della politica dei dazi un pilastro centrale della sua agenda economica.
L’intenzione era quella di dare priorità alla riduzione del deficit commerciale degli Stati Uniti per rivitalizzare la produzione manifatturiera nazionale e prometteva relazioni economiche più vantaggiose con la Cina.
Ora ci si chiede se questa politica ha davvero funzionato
Cosa ha funzionato
In termini di entrate, la politica ha dato i suoi frutti. Le entrate doganali sono aumentate di 287 miliardi di dollari generando entrate fiscali a al di fuori dello stanziamento del Congresso. Quindi i dazi avrebbero raggiunto il loro obiettivo raccogliendo al 96% fondi dagli acquirenti americani.
I progressi sulla bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni) sono stati invece molto meno convincenti.
Nonostante un modesto deprezzamento del dollaro USA e una forte crescita delle esportazioni per gran parte del 2025, la bilancia commerciale totale degli Stati Uniti (beni e servizi) è diminuita di 69 miliardi di dollari nonostante il deficit sulla bilancia commerciale dei beni (esclusi i servizi) si sia in parte ridotto.
I dazi sui prodotti cinesi sono stati imposti immediatamente, senza il periodo di transizione concesso alla maggior parte degli altri partner commerciali, in linea con l’obiettivo dell’amministrazione di limitare l’accesso al mercato cinese.
Ma le importazioni dalla Cina erano già diminuite del 19% tra il 2022 e il 2024, a causa delle crescenti tensioni geopolitiche e delle precedenti restrizioni commerciali.
Inoltre la Cina continua a registrare ampi surplus commerciali globali e ha diversificato sia le destinazioni delle sue esportazioni sia la composizione dei suoi prodotti, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti.
Invece di indebolire la posizione commerciale della Cina, il regime tariffario ne ha accelerato la ristrutturazione perché Pechino sta rivedendo la sua catena di approvvigionamento e le merci vengono ora trasbordate attraverso altri Paesi prima di arrivare negli Stati Uniti.
Senza contare che la Cina ha anche incrementato gli scambi commerciali con altri Paesi, compensando la riduzione degli scambi commerciali con l’America.
Con il calo delle importazioni dalla Cina e con applicazione non uniforme dei dazi doganali tra i vari paesi, sono aumentate invece del 40% le importazioni statunitensi dal Vietnam e del 61% da Taiwan da Taiwan, mentre le importazioni dal Messico sono cresciute solo del 5%, mentre quelle da Canada sono diminuite.
Cosa non ha funzionato
L’irregolare introduzione dei dazi, unita alla disponibilità limitata di dati fino a ottobre 2025, complica la valutazione del loro impatto, ma gli annunci tariffari di gennaio 2025 hanno spinto probabilmente le aziende statunitensi ad anticipare le importazioni rispetto alla fissazione delle tariffe ad agosto distorcendo i flussi commerciali e pesando sui prezzi interni.
Infatti i costi tariffari sono stai in gran parte trasferiti sui prezzi all’ingrosso e al dettaglio aumentando per i consumatori anziché attenuare l’inflazione.
La produzione manifatturiera nel 2025 è aumentata solo dell’1% anche a causa delle misure di protezione introdotte. La crescita industriale è stata inoltre frenata dalla carenza di manodopera causata da norme più severe sull’immigrazione, nonostante l’esistenza di un forte protezionismo commerciale.
Le conseguenze sullo sviluppo
Fra le conseguenze indesiderate del regime tariffario pesano quelle al di fuori degli Stati Uniti indebolendo le economie dei Paesi a reddito medio presi nel fuoco incrociato di un’elevata dipendenza dalle esportazioni, dalla mancanza di altri partner commerciali e da un margine di manovra fiscale limitato.
In combinazione con i tagli agli aiuti internazionali, l’aumento dei dazi doganali potrebbe ridurre i ricavi da esportazione di molti di questi Paesi, si stima fino a 89 miliardi di dollari l’anno pari in media allo 0,7% del PIL.
Di fatto, il costo della protezione statunitense è stato scaricato su altri Paesi.
Oltre a questa esposizione combinata di tagli agli aiuti e aumenti tariffari, i Paesi meno sviluppati si trovano ad affrontare altri rischi economici. Infatti i dazi si basavano sui deficit commerciali bilaterali degli Stati Uniti piuttosto che sulla capacità dei Paesi partner di adattarsi ai cambiamenti nella politica tariffaria statunitense.
La conseguenza è la penalizzazione delle economie che dipendono dal mercato statunitense e che facevano affidamento sui settori manifatturieri ad alta intensità di manodopera come l’abbigliamento e le calzature, dove le donne rappresentano un’alta quota della forza lavoro.
Gli shock tariffari si sono trasmessi rapidamente in questi settori attraverso la riduzione degli ordini, la chiusura delle fabbriche e la disoccupazione.
Le prospettive
Questo esperimento tariffario è ora nelle mani della Corte Suprema degli Stati Uniti, la cui sentenza è prevista a breve, ma anche se i dazi reciproci venissero revocati, rimarrebbero disponibili altre opzioni, fra le quali un dazio fisso del 10% per la maggior parte dei Paesi.
Allo stesso tempo, l’amministrazione Trump minaccia altri nuovi dazi legati alle controversie sulla Groenlandia aumentando i rischi di un ampliamento dei conflitti commerciali.
Infine, a un anno di distanza, la posizione commerciale globale della Cina resiste e le bilance commerciali degli Stati Uniti non mostrano alcun miglioramento, anzi i costi dell’aggiustamento sono stati distribuiti in modo non uniforme tra Paesi, settori industriali e famiglie.
La conclusione è che i dazi potrebbero non aver reso l’America più grande, ma hanno certamente creato difficoltà economiche per gli altri.
Nella foto Donald Trump nel giorno della presentazione dei dazi con la relativa tabella Nazione per Nazione
