Politica

Sindacati e associazioni dei Consumatori preoccupati

Cgil, senza politiche stabili e a lungo termine Paese rischia declino

“L’industria italiana si trova ad affrontare una fase tra le più complesse degli ultimi decenni, dentro un contesto internazionale profondamente mutato. La competizione globale è tornata a essere guidata dalle politiche industriali: gli Stati Uniti e la Cina investono massicciamente per sostenere le proprie filiere strategiche, mentre crescono protezionismo, dazi e tensioni geopolitiche” e “a questo scenario si aggiunge un nuovo shock energetico legato all’instabilità internazionale, che ha riportato al centro il tema del costo dell’energia come fattore competitivo decisivo”. Così il segretario confederale Cgil Luigi Giove nella relazione introduttiva all’Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati dell’industria Cgil, sottolineando che “senza politiche industriali il paese rischia il declino”. “Le crisi industriali aperte al Mimit – sottolinea – coinvolgono 114 aziende (+ 11 rispetto a febbraio 2026) e 138.469 lavoratori (+ 7.434 da febbraio), ma raccontano solo una parte della realtà. Il perimetro reale della crisi è molto più ampio e comprende le decine di crisi gestite dalle Regioni, che sommano ulteriori lavoratori a rischio e confermano l’assenza di una politica industriale nazionale capace di governare il processo. Le categorie coinvolte sono: Fiom 51%, Filctem 24,5%, Filcams 12%, Slc 8%, Filt-Fillea-Flai insieme il 4,5%”.

La Cgil sollecita quindi “un cambio di paradigma”: “serve una politica industriale esplicita, stabile e orientata al lungo periodo”. “Lo Stato – afferma – deve tornare a svolgere una funzione di indirizzo e coordinamento”. Tra le proposte: un fondo sovrano pubblico per sostenere gli investimenti strategici un’agenzia per lo sviluppo industriale per coordinare le politiche di filiera. “Le risorse pubbliche devono essere selettive e vincolate a obiettivi precisi: occupazione, qualità del lavoro, innovazione, radicamento produttivo. È necessario superare definitivamente la logica degli incentivi a pioggia”, aggiunge. Inoltre, “occorre rafforzare le filiere produttive e attribuire alle società partecipate un ruolo attivo nella gestione delle transizioni, evitando che la presenza pubblica resti priva di indirizzo strategico”. La Cgil propone poi “l’introduzione di un ammortizzatore sociale per la transizione, universale e inclusivo anche per lavoratori in appalto e nell’indotto, che accompagni i processi di cambiamento garantendo reddito e formazione”. Mentre, aggiunge, “è necessario aumentare gli investimenti in ricerca e innovazione, rafforzare il sistema infrastrutturale e intervenire sulla cura del territorio, elemento essenziale anche per la tenuta del sistema logistico e produttivo”. Infine, la Cgil sottolinea la necessità che l’Europa si doti di politiche industriali e strumenti finanziari comuni: “Gli obiettivi del Green Deal restano validi, ma senza adeguati strumenti rischiano di tradursi in perdita di competitività. La posizione della Cgil”. “La scelta è chiara: governare le trasformazioni oppure subirle”, conclude.

Costo energia è svantaggio ma governo non interviene su cause

L’energia è “un fattore di svantaggio competitivo” per l’Italia, il costo “resta più elevato rispetto agli altri Paesi europei. Le scelte del governo – dall’utilizzo delle risorse Ets fino alla mancata riduzione delle accise – intervengono sugli effetti ma non sulle cause strutturali, rischiando inoltre di compromettere gli investimenti nella transizione energetica”. “L’Italia – aggiunge – investe meno in ricerca e sviluppo rispetto ai principali partner europei, a partire dalla Germania. A ciò si aggiunge una struttura produttiva frammentata, con imprese di dimensione ridotta che faticano a sostenere investimenti in innovazione e tecnologia”. “Le tre grandi transizioni – digitale, ambientale e demografica – stanno ridisegnando il sistema produttivo – sottolinea -. Senza politiche pubbliche adeguate, il rischio è che vengano subite anziché governate, con effetti negativi su occupazione e capacità industriale. In particolare, la transizione demografica evidenzia criticità rilevanti: meno giovani disponibili al lavoro, oltre 150.000 persone che ogni anno lasciano il Paese e l’assenza di una politica migratoria coerente con le esigenze produttive”.

Incentivi a pioggia non hanno risolto nodi strutturali

“Negli ultimi anni si è fatto largo uso di incentivi generalizzati che non hanno orientato il sistema produttivo. Gli ‘incentivi a pioggia’ hanno disperso risorse senza incidere sui nodi strutturali. Allo stesso modo – ha aggiunto – il ruolo delle partecipate pubbliche appare spesso privo di una regia strategica: casi come quello di Open Fiber e FiberCop evidenziano il paradosso di una presenza pubblica che non si traduce in coordinamento industriale”.

 

Conti pubblici: Aduc, governo bocciato ma si esercita nell’altrismo

“Eurostat ha confermato che il governo italiano non è riuscito a ridurre il deficit sotto il 3% del Pil e uscire dalla procedura di disavanzo eccessivo previsto dal Patto di Stabilità. L’obiettivo è stato mancato di 0,1%. Ragion per cui alcuni esponenti – primo ministro in testa – hanno comunque lodato l’attività del governo per essere riuscito a risalire da quando, nel 2022, il governo in carica è dovuto partire da un deficit/Pil che era dell’8,1%, portandolo al 3,1%. Che è come dire che la sufficienza per essere promossi era 6, ma essendo arrivati a 5,5 siamo stati bravini, anche se bocciati e dobbiamo ripetere l’anno”. Così in una nota Vincenzo Donvito Maxia, Presidente dell’Aduc (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori), secondo il quale “inoltre è scattato il cosiddetto ‘altrismo’: la colpa non è nostra, ché stiamo pagando il superbonus (110%) deciso da un governo (Conte 2020) a cui eravamo ostili…omettendo che i governi successivi, incluso quello in carica, non avevano abrogato il Superbonus”.

“Ma come se non bastasse, sempre all’interno del governo (Lega, incluso il ministro dell’Economia) questo è motivo per paventare necessità di uscire dal patto di Stabilità. Non è chiaro come, dove e quando il nostro governo dovrebbe operare per far fede ai propri impegni mettendosi fuori dal Patto di Stabilità… ma per chi paventa questa fuoriuscita è più importante l’altrismo che non certezze: è colpa dell’Ue che non ci vuole far fare ulteriori debiti di bilancio… come se i debiti si auto estinguessero e non dovessero in qualche modo essere pagati dai consumatori”, prosegue Donvito Maxia. “La soluzione quindi, secondo le opposizioni, dovrebbe essere un cambio di governo (elezioni anticipate, bla bla). E, come il governo, anche l’opposizione, se il problema dovesse essere solo il superbonus, omette che quando al governo c’erano un po’ tutti, essa inclusa (governo Draghi, di cui era ministro dell’Economia lo stesso Giorgetti che è ministro oggi), il 110% non era stato abrogato. Contesto in cui, da contribuenti e consumatori, capiamo solo che il governo non è in grado di far calare il debito pubblico, altrettanto l’opposizione e – entrambi – non hanno politiche per scelte che non comportino l’aumento del debito pubblico”, prosegue il commento.

“Siamo “tutt’orecchie”, ma a parte governo e opposizione che si dicono a vicenda che hanno la rogna, non riusciamo a percepire altro. Alcune occasioni si sono presentate, tipo la gestione della politica energetica dopo l’invasione russa dell’Ucraina e dopo il blocco dello stretto di Hormuz. Politica energetica che è determinante per ogni altra politica. Ma, mentre l’Ue arranca pur con alcuni rimedi che ci hanno salvato dal baratro, il governo in carica sta galleggiando con i tagli temporanei quanto insufficienti delle accise. Oltre ad aver rimandato la chiusura del fossile (dl bollette), fiaccando l’unica scelta di buon senso per incrementare le rinnovabili e non continuare a dipendere da Paesi geopoliticamente instabili quanto ostili ai nostri sistemi istituzionali”, conclude.

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