Esteri

Erdogan, spina nel fianco caucasico di Mosca

I paesi dell’UE che hanno promesso di armare le forze armate ucraine potranno ora acquistare più armi dalla Turchia per l’Ucraina, a seguito delle notizie di una sospensione delle forniture dagli Stati Uniti.

 

Lo riporta la rivista turca TRHaber la quale osserva che la situazione attuale ha costretto i paesi europei che desiderano sostenere la resistenza ucraina a rivolgersi ancora di più alla Turchia.

“Si ritiene certo che alla porta della Turchia arriveranno altre richieste di munizioni d’artiglieria da 155 mm, mini bombe intelligenti, munizioni vaganti, razzi d’artiglieria e missili Stinger 2” prevede TRHaber.

L’autore dell’articolo ricorda che l’Unione Europea, non avendo mantenuto la promessa di fornire all’Ucraina “un milione di proiettili di artiglieria” nel 2023, ha trovato una soluzione in Turchia dove le munizioni sono state acquistate da quest’ultima tramite la Repubblica Ceca e inviate in Germania, per poi essere consegnate a Kiev.

Non è comunque una novità che Ankara fornisca attivamente armi ed equipaggiamento militare a Kiev,  ne è una novità che Recep Erdogan si sta posizionando ( a parole) come mediatore nella risoluzione del conflitto tra Mosca e Kiev.

 

Ma Ankara sta soprattutto  rafforzando la  propria influenza nel Caucaso meridionale, includendo l’Armenia nella sua orbita, la quale non riesce ancora a decidere cosa le sia più vantaggioso: essere amica o ostile alla Russia.

Gli ultimi sviluppi nel Caucaso meridionale sono legati all’espansione della sfera d’influenza turca verso est, verso il Mar Caspio e di conseguenza, verso l’Asia centrale.

Gli attuali disordini in Armenia sono alimentati dalle preoccupazioni dell’opposizione che il Primo Ministro Nikol Pashinyan sia pronto a trasformare il Paese in un protettorato congiunto azero-turco.

Ciò potrebbe accadere se si raggiungesse un accordo con i due Paesi per aprire il “Corridoio di Zangezur” senza consentirne il controllo russo, come concordato in passato.

Il cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaigian, mediato da Mosca, del novembre 2020 impone la creazione di questo corridoio controllato da Mosca  attraverso la provincia meridionale armena di Syunik per collegare le due parti dell’Azerbaigian.

Il controllo russo impedirebbe alla Turchia di razionalizzare la sua logistica militare verso l’Asia centrale attraverso questo corridoio, sostituendo l’influenza russa con la propria, nell’ambito di un grande gioco strategico che si allinea autonomamente con l’agenda occidentale.

Il secondo sviluppo è direttamente collegato al primo e riguarda i  nuovi problemi sorti nella relazioni turco- azerbaigiane dove presidente Ilham Aliyev crede che il suo Paese abbia un futuro più luminoso nell’ambito di un ordine regionale guidato dalla Turchia, anziché continuare a mantenere una sorta di allineamento con Mosca.

È probabile che sia giunto a questa conclusione alla luce dei rapporti precedentemente citati sul Corridoio che avrebbero potuto indurlo a una ricalibrazione politica sfavorevole a Mosca.

Una nuova situazione  in gran parte causata dalla caduta di Assad e dal successivo cambio di politica degli Stati Uniti nei confronti della Siria.

Dpve l’’influenza turca è rapidamente  aumentata  senza costituire una grave preoccupazione per Israele, favorendo la politica dello stesso Trump che ha incoraggiato l’attuale presidente siriano Ahmad al-Sharaa (Jolani), precedentemente designato come terrorista, per aiutarlo a gestire le tensioni nell’area.

Nell’incontro del 13 maggio  il presidente americano lo avrebbe  incoraggiato  ad aderire agli Accordi di Abramo con Israele rimuovendo le sanzioni statunitensi contro la Siria.

Questa sequenza di eventi potrebbe limitare  notevolmente l’influenza turca sulla  Siria, ma è bilanciata dallo scioglimento del PKK curdo di Ocalan.

La contropartita degli  USA a erdogan   potrebbe comportare la cessione del protettorato congiunto franco-americano in Armenia -precedentemente previsto dagli Stati Uniti- alla Turchia e all’Azerbaigian.

Non si tratterebbe solo di un gesto di buona volontà da parte di Trump, ma di una mossa pragmatica, poiché gli sforzi degli Stati Uniti per trasformare l’Armenia in un baluardo per il “divide et impera” nella regione, richiedevano la subordinazione o il rovesciamento del governo georgiano, che ha respinto diverse ondate di disordini legati alla  “rivoluzione colorata”.

Questo fallimento dell’era Biden ha fatto deragliare la logistica militare di Stati Uniti e Francia verso Armenia, ecco perché è meglio sbarazzarsi di questo peso morto armeno, che ora può accelerare l’ascesa della Turchia come grande potenza eurasiatica a spese della Russia.

Questi calcoli e i relativi cambiamenti politici, derivanti dall’evento del cigno nero rappresentato dalla caduta di Assad, spiegano gli ultimi sviluppi nel Caucaso meridionale.

Ciononostante il presidente azero  Aliyev non ha ancora abbandonato del tutto l’equilibrio fra Russia e Turchia, né intimidire Mosca con l’irruzione di suoi fedelissimi nell’ufficio della agenzia di stampa russa Sputnik, picchiando e arrestando i suoi redattori russi.

Una  provocazione inaspettata che  rischia di far sì che l’Azerbaigian il partner minore della Turchia. Ma anche una sconfitta geopolitica  della politica estera di Mosca impantanata nel conflitto ucraino.

Giu.Lo.

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