di Maurizio Riccardi
Un tempo, il fotogiornalismo era un mestiere per audaci, per chi sapeva che un’immagine poteva cambiare il mondo. Oggi è una professione sempre più marginalizzata, svilita da compensi ridicoli e da un sistema che premia l’improvvisazione anziché la competenza. Le grandi agenzie si arricchiscono con il lavoro (sottopagato) dei professionisti, mentre chi scatta si ritrova con un pugno di crediti e una pacca sulla spalla. Nel frattempo, le fotografie di gatti e colazioni abbondano sulle prime pagine digitali. La priorità dell’informazione? Decisamente cambiata.
Professionisti vs cittadini con smartphone
La nuova frontiera dell’informazione è accessibile a tutti, tranne ai giornalisti. Paradosso? No, semplicemente la realtà. Mentre il fotogiornalista, con tanto di tesserino e pass, si vede negare l’ingresso agli eventi pubblici, il cittadino qualunque può immortalare tutto con lo smartphone e, senza alcun filtro, diffondere il suo capolavoro sui social. Poco importa se la foto è sgranata, sfocata o decontestualizzata. “È la democrazia dell’immagine, bellezza!“
La grande illusione economica
Chi lavora per le grandi agenzie fotografiche si è ormai abituato a vendere immagini per pochi spiccioli. Un tempo si parlava di tariffari, oggi di “opportunità di visibilità”. Peccato che la visibilità non paghi le bollette e che, dietro ogni scatto, ci siano attrezzature costose, viaggi, ore di attesa e, soprattutto, competenza. Ma perché pagare un professionista, quando il web è invaso da foto gratuite, pronte per essere utilizzate senza troppi scrupoli?
Concorrenza sleale? No, solo il “Nuovo ordine mondiale dell’informazione”
Il fotogiornalista segue regole, codici etici, paga tasse e contributi. Il fotografo improvvisato no. Eppure, le sue immagini vengono usate indistintamente da giornali e televisioni. È il trionfo della deregulation, l’apoteosi della furbizia. E il bello è che nessuno sembra preoccuparsi delle conseguenze: una professione che si estingue, un’informazione sempre più superficiale e manipolabile, e un mercato fotografico ormai drogato dalla gratuità.
Cosa fare?
Se non si corre ai ripari, il fotogiornalismo rischia di diventare una curiosità museale. E allora, ecco qualche suggerimento per salvare il salvabile:
- Regole chiare per impedire che il lavoro professionale venga saccheggiato.
- Compensi adeguati: perché il lavoro si paga.
- Libertà di accesso garantita ai professionisti, che non dovrebbero essere trattati come intrusi nei luoghi dell’informazione.
- Stop all’uso indiscriminato di immagini amatoriali nei media.
Insomma, il fotogiornalismo merita di essere salvato. O almeno di morire con dignità.
