di Giuliano Longo
Lanniversario dei massacri di Hamas del 7 ottobre si avvicina, ma svaniscono le speranze di un cessate il fuoco e di un accordo sugli ostaggi, Chi ne trae vantaggio? A maggio Netanyahu e Hamas avevano interessi comuni nel prolungare la guerra. Quattro mesi dopo, quella tesi centrale regge,
Molti, soprattutto in Israele, danno la colpa a Netanyahu per la sua tardiva insistenza nel mantenere il controllo del corridoio di Philadelphia. Ma non possiamo ignorare che anche il capo di Hamas, Yahya Sinwar, non ha alcun desiderio di raggiungere un cessate il fuoco o porre fine alla guerra.
In seguito all’assassinio israeliano di Ismail Haniya a Teheran il 31 luglio, per il quale l’Iran non ha ancora reagito come promesso, Sinwar è diventato il leader politico e militare indiscusso di Hamas anche se completamente, almeno per ora, irraggiungibile dalla mano di Israele.
.Comunque Sinwar sa che il suo tempo è segnato e Israele sta cercando di assassinarlo, facile bersaglio in un paese arabo, forse Egitto, Emirati Arabi Uniti o Arabia Saudita che non hanno sostenuto Hamas in questa guerra, perché vedono la minaccia che l’Iran rappresenta.
Sebbene un cessate il fuoco sia ormai assolutamente urgente per i cittadini di Gaza già abbondantemente devastati e uno scambio di prigionieri placherebbe i piccoli ma crescenti mormorii contro Hamas, una tregua sfiderebbe la stessa leadership di Sinwar, specialmente in Cisgiordania. In ogni caso lui, anche sotto il profilo della sicurezza personale, non otterrebbe proprio alcun vantaggio da un accordo.
Allo stesso tempo, si potrebbe sostenere che, in un certo senso, Hamas sta vincendo la guerra. La reputazione globale di Israele è a brandelli. La Gaza Envelopeisraeliana che confina con la Striscia, rimane vuota di israeliani e i bombardamenti di Hezbollah nel nord hanno tenuto oltre 100.000 persone lontane dalle loro case.
Il costo di mantenere in servizio centinaia di migliaia di soldati di riserva sta portando le famiglie e le aziende israeliane alla rovina. Le agenzie hanno declassato il rating del credito sovrano di Israele, insieme ai rating delle quattro maggiori banche del paese, il che causerà costi di prestito più elevati anche dopo la guerra. Ad oggi si dice che il conflitto sia costato a Israele circa 68 miliardi di dollari.
Come Sinwar, anche Netanyahu non ha alcun desiderio di veder finire la guerra. Bibi sa benissimo che se fa un accordo, i nazionalisti di estrema destra nella sua coalizione, in particolare Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, sbaraglieranno il governo. Mentre più flessibili sono i due partiti ultra-ortodossi, Shas e United Torah Judaism, sia per un accordo per il quale voterebbero a favore.
Netanyahu, tuttavia, sa anche che la sua carriera politica è finita se si fa un accordo, perché la caduta del governo richiederebbe nuove elezioni. Pertanto, ha pochi incentivi ed è pronto a rischiare la vita degli ostaggi israeliani, mentre le minacce dell’Iran comunque sussistono.
La maggior parte degli strateghi israeliani trova ridicola l’affermazione di Netanyahu secondo cui rinunciare al controllo del corridoio di Filadelfia (che spezza la Striscia in sdue parti) per un massimo di 42 giorni rappresenterebbe una minaccia all’esistenza di Israele.
L’ex direttore dello Shin Bet Nadav Argaman, nominato da Netanyahu, ha affermato che il governo di Bibi è una catastrofe e che lui è guidato da pure motivazioni politiche.
Anche la politica americana fa parte del desiderio di Netanyahu di non fare un accordo sugli ostaggi o di cessate il fuoco. Anzi ora e sta giocando per guadagnare tempo, sperando che Trump vinca le elezioni presidenziali.
Qualunque accordo, presumibilmente porterebbe un vantaggio a Kamala Harris allineata sulle posizioni di Biden e forse anche di più, certamente Netanyahu confida che sarà in grado di agire senza pressioni da parte di una eventuale amministrazione Trump.
Infine, l’“asse di resistenza” dell’Iran — Hamas, Hezbollah, gli Houthi e le milizie in Iraq — si è dimostrato durevole ed efficace e non scalfitto dalla aggressività (difensiva?) israeliana. Il risultato è che Teheran ha nfinora impedito la formazione di una coalizione sunnita-israeliana per sfidare il potere iraniano.
Intreccio di interessi e calcoli personali che poco hanno a che vedere con le decine di migliaia di moti palestinesi, le difficoltà del popolo ebraico e gli interessi internazionali per una pace quasi impossibile. Se questo è il primato della politica allora è davvero meglio turarsi il naso.
aggiornamento la crisi mediorientale ore 13.42
