di Giuliano Longo
Prima dell’inizio della guerra in Ucraina la politica estera della Germania perseguiva ancora la ostpolitik inaugurata da Willy Brandt negli anni ’70, ovvero il dialogo con l’Unione Sovietica, proseguito con Putin e Merkel anche in funzione dei vantaggi economici per la Germania.
Così mentre Berlino predicava il rispetto dei diritti umani e delle libertà in Russia, con Mosca si continuavano a coltivare affari in tutti i campi, compreso quello del trasferimento di tecnologie utili anche a rafforzare la potenza militare russa e costruendo pipeline di gas e petrolio, che aumentavano inevitabilmente la dipendenza tedesca ed europea da Mosca. Ma prima del conflitto ucraino tale dipendenza era ben gradita da tutti i paesi UE.
Olaf Scholz inizialmente ha tentato di allinearsi sulle posizioni di Angela Merkel che sono divenute insostenibili con l’invasione russa e ha deciso di operare una svolta storica nei confronti di Mosca.
Aumento quindi delle spese per la difesa dall’1,5% al 2% del Pil (come chiedevano da anni la Nato e gli americani), il raddoppio fino a 100 miliardi di euro degli investimenti in armamenti per la Bundeswehr e, soprattutto, l’invio di armi all’ ucraina, modificando con ciò la politica di Berlino di non fornire aiuti militari in aree di conflitto, ma rifiutandosi di fornire a Kiev i micidiali missili Taurus a lunga gittata.
A un mese dalle elezioni che hanno reso Friedrich Merz il prossimo leader tedesco, la Camera Alta del parlamento è pronta ad approvare un’altra modifica storica alla legge fondamentale del Paese ,per consentire investimenti nella difesa e un fondo da 500 miliardi di euro per infrastrutture ed energia verde.
Gli alleati della Germania in Europa hanno accolto con favore l’atteso allentamento dei cordoni della borsa da parte di Berlino, ma c’è preoccupazione per l’impatto che potrebbe avere mentre le economie stanno ancora lottando per riprendersi dallo shock del Covid e del conflitto in Ucraina e incombe la minaccia di una guerra commerciale con gli Stati Uniti.
Il vertice dei leader dell’UE tenutosi giovedì a Bruxelles non ha approfondito l’argomento, concentrandosi principalmente su come rafforzare le capacità di difesa del Continente. Ma già circolano segnali di preoccupazione in tutto il blocco e all’interno della Commissione europea che regola gli “aiuti di Stato”.
Infatti la spesa extra tedesca raggiungerebbe il trilione di euro entro 10 anni principalmente per la difesa, infrastrutture ed energia verde. Parte di questa spesa è già destinata a sussidi per l’industria, il che rischia di facilitare le aziende tedesche rispetto ai loro concorrenti in altre parti dell’UE.
La Francia ha guidato un gruppo di governi, che comprende anche Italia e Spagna, la terza e la quarta economia più grandi del blocco, ha chiesto all’UE di elaborare nuove soluzioni per appianare le potenziali “distorsioni” del mercato unico con prestiti congiunti da parte di tutte le nazioni dell’Unione, soluzione che la Germania rifiuta.
Gli alleati della Germania sono quindi preoccupati che Berlino paghi miliardi di euro per attrarre nuove fabbriche di chip o batterie, o per abbassare i costi energetici per le aziende tedesche, mentre le altre più importanti nazioni europee, non sono in grado di permettersi sussidi statali così generosi.
Ma il riarmo tedesco non è solo una questione di politica economica, non solo per il peso industriale e politico rappresentato dalla Germania, ma anche perché una “poente Germania” scardina gli ultimi equilibri raggiunti con la fine della Guerra Fredda.
E cosi l’Europa attende le decisioni di Berlino per capire quale sarà la strategia della Germania. Perché se è vero che è necessaria una Germania militarmente forte, questa scelta potrebbe rappresentare una improbabile garanzia di stabilizzazione del quadro geopolitico, ma lo potrebbe anche destabilizzare.
Questo rapido riarmo di fatto rappresenta anche una leva contro l’Europa della Russia, direttamente minacciata, mantenendo alta la tensione sul vecchio continente anche nel caso di un riequilibrio nei rapporti con gli Stati Uniti. Tensione futura che evidentemente le elite europee non temono agitando comunque lo spauracchio di una prossima quanto improbabile, invasione russa.
La diffidenza sulla Germania che alcune ( ma non molte) cancellerie europee hanno – anche se non la palesano – nasce dalla consapevolezza che Berlino ha una forza che le permette di raggiungere rapidamente traguardi impensabili per altri paesi europei, perseguendo i propri obiettivi senza curarsi delle conseguenze.
Traguardi che in ogni caso Trump ostacolerà infierendo sull’Europa con dazi sempre più elevati. Se combiniamo questo fattore con l’indebitamento per le spese militari e una inflazione non ancora domata, il rischio della recessione in Europa non è poi così improbabile, nonostante i miliardi che dovrebbero risollevare, come afferma Christine Lagarde, l’economia del Continente.
