di Monica Vignale (*)
A Pietracatella, il piccolo Comune vicino Campobasso dove a fine dicembre sono morte Sara Di Vita, 15 anni, e la madre Antonella Di Ielsi, 50 anni, nessuno riesce a spiegarsi come la ricina sia entrata in quella casa, ancora sotto sequestro da quattro mesi. Ed è la domanda che tormenta anche gli investigatori della Squadra Mobile e la Procura di Larino, che indaga per duplice omicidio a carico di ignoti. La conferma della sostanza, invece di chiarire il quadro, apre una fase ancora più delicata dell’indagine. Gli esiti del Centro antiveleni Maugeri di Pavia, arrivati dopo migliaia di test e ripetuti più volte anche in laboratori diversi, hanno confermato la presenza della sostanza “in concentrazioni compatibili con una intossicazione acuta da ricina”.
Il fascicolo per duplice omicidio premeditato resta a carico di ignoti, mentre prosegue parallelamente quello per omicidio colposo che vede indagati cinque medici del Cardarelli di Campobasso.
Resta aperta anche la posizione del padre, Gianni Di Vita: gli esami sono risultati negativi alla ricina, ma i consulenti precisano che il dato può essere compatibile sia con l’assenza della proteina al momento del prelievo sia con la sua possibile degradazione nel tempo.
Un elemento che non consente di escludere del tutto un eventuale contatto con la sostanza. Intanto si muove il fronte delle difese.
Alice Di Vita ha nominato l’avvocato Vittorino Facciolla, già incaricato dal padre. Il 28 aprile sarà analizzato il suo telefono cellulare, unico dispositivo sequestrato, con un accertamento tecnico irripetibile per estrarre i dati e ricostruire comunicazioni e appunti relativi ai giorni precedenti la tragedia, comprese le annotazioni dei pasti. “Cristallizzare i ricordi – spiega il legale – è il segno che la ragazza voleva contribuire all’accertamento della verità”.
Il giorno successivo, a Bari, il medico legale procederà all’esame dei vetrini istologici e al confronto con i dati tossicologici. Poi gli investigatori torneranno nell’abitazione per un nuovo sopralluogo con la polizia scientifica, alla ricerca di tracce utili a ricostruire la provenienza della sostanza non solo fra gli alimenti ma ovunque, per rispondere alla domanda: come ha fatto un veleno tanto letale e raro ad arrivare alle vittime? Sul fronte dei sanitari indagati arrivano intanto le prime richieste di archiviazione. “L’esposizione acuta alla ricina non lascia dubbi sulla causa della morte e, non essendoci antidoto, i medici non hanno responsabilità”, afferma l’avvocato Domenico Fiorda. Proseguono audizioni e verifiche sul territorio, tra scuole agrarie, vivai e rivenditori di semi. Ma ora che la ricina è una certezza scientifica, resta la domanda più difficile: come è entrata in quella casa e chi ce l’ha portata.
(*) La Presse
