Primo piano

Giornalisti alla gogna

Peter-Thiel- Foto: LaPresse/AP

L’ultima start-up di Peter Thiel: «un tribunale dell’AI» per giudicare le inchieste scomode dei media.

 

di Luca Ciarrocca (*)

Un giornalista pubblica un’inchiesta su un potente. Il potente non chiama il proprio avvocato. Paga duemila dollari a una start-up e avvia una contestazione formale. Un team di ex agenti di FBI, CIA e NSA raccoglie un fascicolo di prove. Il reporter viene invitato a difendere il proprio lavoro, messo apertamente in discussione. Il processo va avanti con o senza la sua risposta. Il verdetto arriva entro settantadue ore, emesso da una giuria di modelli di intelligenza artificiale — sistemi di OpenAI, Anthropic, Google, xAI e Mistral — e viene pubblicato in un registro permanente accessibile a chiunque. Alimenta quello che la startup chiama l’Honor Index: un punteggio numerico associato al nome del giornalista, presentato come misura oggettiva della sua integrità professionale. La startup si chiama Objection AI. Il sito la descrive come «il tribunale dell’intelligenza artificiale per la verità».

Investimento milionario

A fondare e gestire il servizio è Aron D’Souza, avvocato australiano il cui precedente professionale più noto è la campagna legale segreta finanziata da Peter Thiel, fondatore di Palantir, contro la rete di blog Gawker. L’idea era nata nel 2009, durante un incontro a Oxford: D’Souza, primo anno di giurisprudenza, aveva suggerito a Thiel di finanziare in segreto cause legali di terzi contro la testata — una «guerra per procura» — invece di esporsi in prima persona. L’anima nera della Silicon Valley aveva un conto aperto con Gawker: nel 2007 il blog aveva rivelato la sua omosessualità, un’informazione che considerava privata. Ci vollero dieci milioni di dollari e sette anni. Nel 2016, la causa intentata a nome del wrestler Hulk Hogan portò Gawker alla bancarotta, al licenziamento dei suoi giornalisti e alla rovina dell’editore Nick Denton.

Gli investitori principali di Objection sono Thiel, che ha messo soldi a titolo personale insieme al fondo Social Impact Capital e a Off Piste Capital, e Balaji Srinivasan, imprenditore nel settore delle criptovalute noto per la tesi che la verità vada trasformata in meccanismo di mercato. Il lancio è avvenuto lo scorso aprile con «diversi milioni» di finanziamento iniziale.

D’Souza ha dichiarato che il suo obiettivo è «restaurare la fiducia nel giornalismo», parole scelte dall’uomo che ha dedicato sette anni a distruggere una testata giornalistica.

Nel sistema di Objection, comunicati stampa, documenti ufficiali e dichiarazioni firmate ricevono il punteggio massimo. Le fonti anonime finiscono in fondo alla lista. D’Souza sostiene che se una fonte vuole essere credibile, deve essere identificabile. Una posizione che cancella il metodo su cui si fondano le inchieste più decisive della storia del giornalismo: il Watergate si reggeva su “Gola Profonda”, rimasto nell’ombra per trent’anni; le rivelazioni sulle torture della CIA nella prigione di Abu Ghraib arrivarono da militari anonimi; Mani Pulite nacque da testimonianze di persone che avrebbero taciuto se avessero dovuto firmare documenti formali.

Chris Mattei, avvocato specializzato in libertà di stampa, ha definito il sistema «un racket ad alta tecnologia per ricchi e potenti». Il Boston Globe ha tracciato il filo diretto con Gawker: «Un miliardario ha deciso che il giornalismo che non gli piaceva meritava la distruzione istituzionale, e poi l’ha organizzata. Objection nasce con lo stesso spirito ma con un software migliore».

I verdetti di questo sistema distopico restano privi di forza legale: niente rettifiche, risarcimenti o richieste di smentite. Il potere reale si esercita nella velocità e nella gogna mediatica del punteggio. Una causa per diffamazione richiede anni, anche in America. Objection promette il verdetto in settantadue ore, cioè il tempo giusto per rimanere nel ciclo di notizie mentre l’inchiesta è ancora calda, con un formato sufficientemente credibile da sembrare una confutazione autorevole, a chi ne ignora i limiti.

D’Souza immagina un ulteriore strumento di pressione: personalità pubbliche potrebbero rifiutarsi di concedere interviste a meno che il giornalista non firmi un accordo vincolante alle future decisioni di Objection. Chi firma consegna la propria autonomia professionale a una giuria algoritmica. Chi rifiuta viene etichettato come reticente. Così ogni reporter consapevole che un’inchiesta su un potente può scatenare un fascicolo istruito da ex agenti dei servizi segreti e un punteggio pubblico permanente, ha un motivo concreto per autocensurarsi. D’Souza lo ha detto senza giri di parole: «La controversia contro Gawker ha richiesto dieci anni e milioni di dollari. Objection velocizza e industrializza questo processo».

Pressioni trumpiane

La nuova startup ideata nell’ambiente dei tecno-oligarchi della Silicon Valley nasce mentre Donald Trump taglia i fondi alle emittenti televisive pubbliche, esclude le testate ostili dai briefing della Casa Bianca — con tanto di lista ufficiale delle voci non gradite sul sito del governo — e ha intentato una causa da dieci miliardi di dollari contro il Wall Street Journal. Nasce mentre Thiel — che nel 2009 scrisse che «la libertà è incompatibile con la democrazia» — si presenta come difensore della fiducia nel giornalismo. L’uomo che ha già finanziato la distruzione di una testata sta ora finanziando un sistema high tech per fare la stessa cosa a costi ridotti, con la velocità di un algoritmo e la forma di un verdetto.

Nella storia del giornalismo d’inchiesta americano, i nemici della stampa libera raramente si sono presentati così ben finanziati, così tecnologicamente attrezzati e così apertamente schierati. E in Italia?

(*) Giornalista e scrittore

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