La guerra di Putin

Guerra in Iran, una manna per la Russia e un rischio per l’Ucraina

 

La guerra con l’Iran ha offerto all’economia russa in difficoltà una opportunità di cui aveva bisogno. I prezzi elevati del petrolio stanno infatti contribuendo a colmare un deficit nel bilancio federale sostenendolo per lo sforzo bellico in Ucraina.

Ma oltre al petrolio, la corsa globale al gas naturale e ai fertilizzanti – anch’essa bloccata dal conflitto con l’Iran – potrebbe ulteriormente incrementare i guadagni finanziari della Russia.

Il Cremlino ora può vendere il petrolio greggio, precedentemente scontato, “a prezzi di mercato pieni”, il che rappresenta una svolta piuttosto significativa per la sua economia.

Sebbene l’ultimo conflitto in Medio Oriente non abbia modificato le prospettive di un’economia danneggiata da una guerra prolungata, sta comunque concedendo un certo sollievo economico a Mosca tanto che il Ministero delle finanze russo ha deciso che i tagli alla spesa previsti per quest’anno saranno ora posticipati al 2027.

A metà marzo, il prezzo del petrolio greggio russo degli Urali si attestava a 90 dollari al barile, il doppio rispetto a febbraio e anche un aumento più contenuto, di 30 dollari al barile, registrato all’inizio di marzo, si è tradotto in 8,5 miliardi di dollari di entrate aggiuntive al mese, di cui 5 miliardi vanno nelle casse dello Stato e il resto alle compagnie petrolifere.

Anche se ieri il governo russo ha deciso di limitare l’export della benzina già aumentata del 12% per il consumo interno – a causa anche dei continui attacchi ucraini alle raffinerie ben all’interno del territorio della Federazione – gli introiti conseguenti al conflitto in Iran rappresentano comunque un pessimo presagio per l’Ucraina.

Prima della guerra con l’Iran, il bacino di acquirenti per il petrolio russo si stava riducendo e i clienti chiedevano forti sconti, a causa delle sanzioni più severe imposte dall’Unione Europea e da Washington. La Casa Bianca aveva inoltre penalizzato l’India, uno dei maggiori acquirenti di greggio russo degli ultimi anni.

Le esportazioni di petrolio greggio e prodotti petroliferi russi erano crollate a 6,6 milioni di barili al giorno a febbraio, il livello più basso dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, e secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia i ricavi da esportazione erano diminuiti del 30% rispetto all’anno precedente.

Ma l’inversione di tendenza è stata in parte determinata dalla decisione di Trump all’inizio di questo mese che ha temporaneamente allentato le sanzioni  sul greggio russo trasportato via mare per “consentire al petrolio di continuare ad affluire nel mercato globale”.

Secondo gli analisti le spedizioni russe verso l’India sono destinate a raddoppiare a marzo rispetto a febbraio, poiché le raffinerie indiane stanno aumentando gli acquisti per compensare il calo delle forniture di petrolio dal Medio Oriente e, negli ultimi giorni, gli acquirenti indiani hanno pagato di più per il petrolio greggio degli Urali rispetto al Brent.

Il forte aumento del prezzo del petrolio degli Urali contribuirà a contrastare eventuali interruzioni delle esportazioni di petrolio di Mosca derivanti da attacchi alle infrastrutture energetiche russe, solitamente rivendicati dall’Ucraina.

Mercoledì, Reuters ha riferito che almeno il 40% della capacità di esportazione di petrolio della Russia era bloccata a seguito di attacchi di droni ucraini a un importante oleodotto e del sequestro di petroliere.

Ma il conflitto in Medio Oriente potrebbe apportare al Cremlino altri vantaggi finanziari e strategici.

Lo Stretto di Hormuz è una via di transito cruciale non solo per il petrolio, ma anche per il gas naturale liquefatto, i fertilizzanti, l’elio e l’alluminio prodotti in grandi quantità dalla Russia.

In quanto secondo esportatore mondiale di fertilizzanti, la Russia sta già ricevendo ordini crescenti da importatori in Nigeria e Ghana che hanno preordinato forniture per il terzo trimestre di quest’anno, creando per quei Paesi un sorta di “dipendenza” dall’import russo che potrebbe durare oltre qualsiasi cessate il fuoco.

La Russia è anche il secondo produttore mondiale di gas naturale, dopo gli Stati Uniti e già corre voce che l’Unione Europea potrebbe posticipare la scadenza imposta  per l’eliminazione graduale del gas naturale russo dai sui mercati, che dovrebbe venire applicata già dal mese prossimo, mentre novembre 2027 è attualmente fissato come termine ultimo per interrompere completamente le importazioni dalla Russia.

Quindi la revoca delle sanzioni statunitensi su parte del petrolio russo potrebbe aprire la strada al Cremlino per rinegoziare con gli Stati Uniti concessioni a lungo termine.

Non solo, se India e Cina riducessero la loro dipendenza dai combustibili fossili provenienti dal Medio Oriente, potrebbero rivolgersi sempre più alle importazioni russe favorendo una svolta anche per la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali indispensabili per la ricostruzione post bellica in tutta l’area colpita.

Più a oriente la Cina è ormai disposta a realizzare rapidamente il progetto del gasdotto Power of Siberia 2 che rappresenta una rotta terrestre sicura per il gas, al riparo dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dai blocchi navali.

Un’importante espansione dell’oleodotto Siberia orientale-Oceano Pacifico, attualmente in grado di trasportare 1,6 milioni di barili di petrolio al giorno dalla Russia all’Asia sarebbe ormainelle intenzioni di Pechino.

Tuttavia anche la Russia non è immune a un aumento generalizzato dei costi di spedizione e dei prezzi dei beni scambiati a seguito della guerra con l’Iran.

Giovedì, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha rivisto al rialzo di un punto percentuale, portandola al 6%, le sue previsioni sull’inflazione complessiva in Russia, che include i prezzi di cibo ed energia, per quest’anno.

L’OCSE prevede che l’economia russa crescerà dello 0,6% quest’anno, rispetto all’1% previsto per il 2025, un calo che evidenzia come le entrate straordinarie a breve termine non rappresentino una soluzione duratura per l’economia russa.

Ma sicuramente non prefigura quel disastroso crollo della economia russa preconizzato dai “volenterosi” europei che nel frattempo pagano il conto dell’attuale crisi energetica.

Crisi che peraltro non si risolverà dall’oggi al domani anche con la fine del conflitto mediorientale , mentre gli europei dovranno continuare a sostenere finanziariamente e militarmente Kiev per una guerra “su procura” che a lungo andare potrebbe avere costi insostenibili per l’Europa senza il diretto intervento degli Stati Uniti.

Ne è improbabile che proprio sull’energia i due Paesi leader nella produzione e nell’export – Stati Uniti e Russia – raggiungano un accordo globale lasciando il cerino ucraino acceso solo fra le dita degli europei che già stanno pagando anche il prezzo del conflitto iraniano.

GiElle

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