Esteri

  L’atomica di Israele: una questione di cui il mondo dovrebbe preoccuparsi

di Giuliano Longo (*)

Per decenni, il mondo ha trattato l’arsenale nucleare israeliano come un segreto imbarazzante: qualcosa di cui tutti sanno dell’esistenza, ma di cui pochi sono disposti a parlare apertamente. Israele non ha mai ammesso ufficialmente di possedere armi nucleari, eppure ne possiede un significativo arsenale .

Le stime di istituzioni come lo Stockholm International Peace Research Institute suggeriscono che Israele possieda circa 80 testate nucleari, insieme a sistemi di lancio che potrebbero includere aerei e missili balistici. La politica che regola questo arsenale è nota come “opacità nucleare”.

Israele non conferma né nega l’esistenza di queste armi con una ambiguità che ha permesso alla comunità internazionale di evitare di affrontare la questione spinosa su quali circostanze Israele le potrebbe effettivamente utilizzare.

Questa domanda è oggi più importante che in qualsiasi altro momento degli ultimi decenni, prproio mentre gli Stati Uniti e Israele conducono una pericolosa guerra contro l’Iran.

Non è un caso che sabato scorso l’Iran abbia colpito la città israeliana di Dimona, sede di un importante impianto nucleare israeliano, dimostrando di poter reagire agli attacchi contro i propri siti nucleari.

Il pensiero strategico israeliano è da tempo è basato dalla paura della propria minaccia esistenziale e – a differenza della maggior parte degli stati dotati di tali armi le cui dottrine ruotano attorno alla deterrenza o alla competizione con altre potenze nucleari – la narrativa securitaria israeliana si fonda sulla convinzione che il paese potrebbe andare incontro alla distruzione se una guerra dovesse volgere decisamente a suo sfavore.

I leader israeliani hanno ripetutamente inquadrato i conflitti regionali – dalle guerre del 1967 e del 1973 agli attuali scontri con l’Iran e i gruppi armati a Gaza e in Libano – come lotte per la sopravvivenza nazionale che implica un’importanza enorme quando sono in gioco le armi nucleari.

Nella maggior parte delle dottrine nucleari, la soglia per l’uso di tali armi è deliberatamente fissata a un livello straordinariamente elevato, poiché esistono principalmente per scoraggiare altre potenze dotate dalle stesse armi – la teoria della deterrenza.

Ma l’ideologia israeliana, diffusa anche fra la diaspora all’estero, è che le armi nucleari possano essere prese in considerazione qualora lo Stato del “P0p0lo di Dio” ritenga che la propria sopravvivenza sia in pericolo a causa di una minaccia proveniente da uno Stato dotato delle medesime armi, il che determinerebbe l’obiettivo di annientare l’Iran in quanto Stato.

Si discute da tempo quella che a volte viene definita “Opzione Sansone”: l’idea che Israele potrebbe ricorrere alle armi nucleari in caso di possibile sconfitta. Che tale dottrina esista o meno formalmente, la logica che la sottende è chiara; se uno Stato crede che la sua esistenza sia minacciata, la pressione per un’escalation drastica diventa molto maggiore.

L’’ispirazione ideologica di molti israeliani ricorre spesso a citazioni bibliche fra le quali potremmo citare la seguente:  Allora Sansone invocò l’Eterno, e disse: “O Signore, o Eterno, ti prego, ricordati di me! Dammi forza per questa volta soltanto, o Dio, perché io mi vendichi in un colpo solo dei Filistei, per la perdita dei miei due occhi”.

 E Sansone abbracciò le due colonne di mezzo, sulle quali posava la casa; si appoggiò ad esse: all’una con la destra, all’altra con la sinistra, e disse:

 “Che io muoia insieme con i Filistei!”. Si curvò con tutta la sua forza, e la casa rovinò addosso ai principi e a tutto il popolo che v’era dentro, tanto che ne uccise più morendo di quanti non ne aveva uccisi da vivo!. (Dalla Bibbia, 16-30 Libro dei Giudici)

 

Tale preoccupazione assume un significato ancora maggiore se considerata alla luce dell’attuale posizione regionale di Israele – coinvolto in una rete sempre più ampia di conflitti e scontri in tutto il Medio Oriente, da Gaza al Libano, dalla Siria all’Iran – che alimenta la prospettiva secondo la quale le guerre su più fronti non sia più una mera ipotesi.

Ma quanto più uno Stato interpreta le proprie guerre come una questione esistenziale, tanto più bassa diventa la barriera psicologica verso un’escalation estrema, mentre per giunta l’arsenale nucleare israeliano esiste interamente al di fuori della regolamentazione internazionale.

Israele non è firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare e i suoi impianti nucleari non sono soggetti agli stessi regimi di ispezione che regolano la maggior parte degli altri Stati. Una rara situazione nella sicurezza globale di uno stato dotato di armi nucleari le cui capacità e la cui dottrina rimangono in gran parte al riparo dal controllo internazionale.

Mentre il mondo ha trascorso decenni concentrandosi sulla prevenzione della proliferazione nucleare, l’unico arsenale nucleare esistente in Medio Oriente è rimasto al di fuori di ogni dibattito, mentre ci si è concentrato sul fatto che l’Iran possa dotarsi dell’arma atomica, i cui presunti laboratori sono il particolare bersaglio dei bombardamenti israelo americani.

I recenti eventi a Gaza sollevano anche interrogativi sulle soglie di escalation. Dall’ottobre 2023, la campagna militare israeliana a Gaza ha provocato la morte di decine di migliaia di palestinesi e la quasi totale distruzione di gran parte delle infrastrutture del territorio.

L’intensità dei bombardamenti è stata straordinaria tanto che alcuni analisti militari stimano che la potenza esplosiva sganciata su Gaza solo nelle prime fasi della guerra sia stata superiore a quella della bomba atomica su Hiroshima.

Anche se il paragone non implica un’equivalenza tra armi nucleari e convenzionali, tuttavia rivela che i leader israeliani sono disposti a impiegare il massimo della forza quando hanno ritenuto che la sicurezza nazionale fosse in pericolo. Se uno Stato è disposto a scatenare una distruzione così schiacciante con mezzi convenzionali quale sarebbe la sua soglia di tolleranza se credesse di essere in procinto di perdere una guerra?

Un altro fattore raramente discusso nei dibattiti strategici è il clima politico all’interno dello stesso Israele. L’attuale governo è ampiamente descritto come il più intransigente nella storia del Paese, con ministri che sostengono apertamente posizioni estreme nei confronti dei palestinesi e degli avversari regionali.

Inoltre la società israeliana ha subito significativi cambiamenti politici negli ultimi anni, con un crescente sostegno a politiche più nazionaliste e militarizzate che abbassa ulteriormente la soglia di ciò che potrebbe essere percepito come una “minaccia esistenziale“.

Tutto ciò dovrebbe preoccupare gli altri Stati dotati di armi nucleari e le istituzioni internazionali incaricate di scongiurare un Armageddon, ma pare che nemmeno la crisi iraniana e il protrarsi del conflitto, attiri l’attenzione politica e mediatica globale sui rischi di un arsenale nucleare fuori controllo.

Le ragioni vanno probabilmente cercate, almeno per quanto riguarda l’Occidente – e non solo – sulla fondata narrazione di uno stato di Israele sempre minacciato nella sua sopravvivenza. Narrazione che si è spostata dai Paesi Arabi un tempo ostili, al solo Iran, ma vale anche l’argomentazione che gli Stati Uniti avrebbero il controllo delle strategie militari di Tel Aviv.

Narrazione che sembra smentita dalle intenzioni espansionistiche – oltre che di legittima difesa – rese pubbliche da Netanyahu che peraltro intenderebbe proseguire il conflitto con l’Iran anche da solo, dopo averne coinvolto Trump come contesta parte della opposizione americana non solo Democratica.

Infine è anche nel contesto della narrazione di un diffuso antisemitismo globale che le grandi democrazie occidentali chiudono un occhio sui pericoli di un arsenale nucleare quale quello israeliano, sostanzialmente fuori controllo, ma che più o meno direttamente alimenta le ambizioni nucleari non solo della Corea del Nord, ma di numerosi altri aspiranti già nella potenziale condizione di realizzarle.

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

 

Nella foto la bomba antibunker di Israele, probabilmente utilizzata per eliminare la guida suprema iraniana

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