di Giuliano Longo
Con il tentativo di infiltrazione di avanguardie israeliane oltre il confine libanese, lo sganciamento di decine di bombe da 2.000 libbre sui sobborghi meridionali densamente popolati di Beirut e tutti i colpi che Hezbollah ha subito nella sua catena di comando, l’organizzazione (considerata terroristica da USA e GB) ne esce sicuramente indebolita anche agli occhi delle popolazioni arabe.
I successi e gli obiettivi di Israele
Indubbiamente Israele ha oggi un notevole vantaggio tattico ed è probabile che il suo raggio di fuoco si estenda, anche se non è del tutto scontato che voglia impegnarsi in una operazione di terra di lungo periodo, che nel 2006 si concluse a caro prezzo per Israele.
L’obiettivo finale di Tel Aviv è di disaccoppiare la guerra a Gaza dal conflitto in Libano, ovvero di costringere Hezbollah a smettere di supportare Hamas attaccandolo dal nord di Israele. Tuttavia in una guerra asimmetrica (come ha dimostrato anche l’Ucraina) entità relativamente più deboli possono resistere semplicemente impiegando pazienza, prolungando la guerra e costringendo il loro avversario più forte a spendere risorse significative.
Hezbollah non può oggi tirarsi indietro da questo confronto, anche a un costo elevato in termini di vite dei suoi leader e distruzione dei suoi apparati militari. Se dovesse crollare, non solo perderebbe la fiducia dei suoi sostenitori, ma metterebbe a repentaglio la deterrenza strategica contro Israele, che ha costruito dalla guerra del 2006. Questa la ragione per la quale la leadership sopravvissuta di Hezbollah combatterà fino alla fine.
Le opzioni di Hezbollah
Al momento sta mobilitando le sue rimanenti capacità per continuare li attacchi missilistici sul nord di Israele, impedendo a Netanyahu di garantire il ritorno dei residenti evacuati e di resistere ai tentativi israeliani di spingere le sue forze a nord del fiume Litani con un’offensiva di terra.
L’attacco missilistico iraniano dell’altro ieri , al di là delle dichiarazioni ufficiali di Teheran, può essere considerato una sorta di azione di “alleggerimento” per contrastare i rullo compressore di Tel Aviv sulle milizie sciite non solo in Libano, ma anche in Siria ed Iraq dove sono state colpite basi dei miliziani.
Per quanto riguarda una vasta operazione di terra e non semplici incursioni oltre confine come avvenuto due giorni fa , potrebbero essere di intralcio ai bombardamenti aerei degli F 35 israeliani che non potrebbero venir utilizzati in aree “calde” anche ben oltre il confine dove le forze si scontrano quasi faccia a faccia. . .
Inoltre Hezbollah h maggiore familiarità con il terreno difficile del Libano meridionale e ha sviluppato una solida infrastruttura logistica e militare progettata per supportare una guerra di terra prolungata in questa zona, anche con una rete di tunnel che, come dimostrato a Gaza, debbono essere smantellati uno per uno da militari sul terreno.
Vi è poi l’aspetto politico perché contrastare le truppe israeliane sul campo offre a Hezbollah l’opportunità di consolidare la propria immagine, ora deteriorata, tra l’opinione pubblica araba. Un lungo confronto con Israele riposizionerebbe il movimento come strenuo difensore degli interessi palestinesi, con la possibilità di reclutare volontari e ottenere sostegno dalle comunità arabe e musulmane non solo sciite.
Il ruolo degli Stati Uniti
Nel frattempo L’amministrazione statunitense sta ricostituendo le scorte di armi e munizioni di Israele e lo sta facendo a un costo sempre crescente. Forse anche a scapito della fornitura di armi all’Ucraina. Non è un caso che la posizione della Russia sia stata s quella di non interferire in alcun modo con ciò che sta accadendo in Medio Oriente e di non sostenere nessuna delle parti in conflitto.
Sebbene l’establishment statunitense continui a sostenere pienamente Israele, molti elettori americani si oppongono a questo sostegno per ragioni etiche ed economiche. Chiunque venga eletto alle elezioni presidenziali statunitensi si sentirà probabilmente costretto a porre fine all’infinita escalation di Israele che invece ha fretta di ottenere nuovi risultati prima del 5 novembre.
Una volta escluso il “fuori gioco” di Hezbollah e altri movimenti di resistenza, questa si trasformerà in una guerra di logoramento nonostante i successi iniziali di Netanyahu. Il quale non può sperare che il generale consenso del suo popolo duri all’infinito, soprattutto quando le bare dei suoi giovani continueranno a rientrare in città e villaggi.
Resistere e sopravvivere è già un risultato
Anche se in questa guerra nessuno rischia di vincere una volta per tutte e anzi il conflitto si sta già estendendo all?iran, all’Iran, la mancata eliminazione definitiva di Hamas a Gaza- dopo un anno di feroci bombardamenti che hanno ucciso 40mila palestinesi- di mostra che già la sola sopravvivenza può essere considerata un risultato di per se. Questi sono probabilmente anche i calcoli fatti a Beirut dalla milizia sciita, così come dai suoi sostenitori strategici a Teheran.
Alla fine, i tentativi di Israele di creare una frattura all’interno fra le forze della cosiddetta “resistenza” pro Palestina potrebbero avere l’effetto opposto di rafforzare l’immagine, ora incrinata, di Hezbollah mettendo in difficoltà quelle elite di governo arabe che proprio non amano l’Iran ed Hezbollah.
aggiornamento la crisi mediorientale ore 14.30
