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I Bronzi di Riace festeggiano cinquanta anni dal loro ritrovamento al Museo Archeologico di Reggio Calabria

di Sara Valerio

È stata inaugurata a luglio presso il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria la mostra “I Bronzi di Riace. Cinquanta anni di storia”, visitabile fino al 26 novembre, a cura del direttore del Museo Carmelo Malacrino. Immagini, video e documenti che ripercorrono lo straordinario viaggio delle due sculture da Riace a Firenze, a Roma fino al loro rientro a Reggio Calabria. L’iniziativa chiude il programma di eventi promosso dal Museo per l’anniversario della scoperta delle due statue, divenute simboli iconici per tutto il territorio.

LA MOSTRA

Le due magnifiche opere in bronzo furono scoperte il 16 agosto 1972, durante una battuta di pesca subacquea nei pressi di Riace Marina, a 8 metri di profondità. Dopo un avventuroso recupero, i due guerrieri – due figure maschili nude, convenzionalmente chiamate A e B, oppure il “Giovane” e il “Vecchio”, di dimensioni leggermente superiori al normale – furono trasportate al Museo Nazionale di Reggio Calabria, dove vennero sottoposte a un primo intervento di restauro, affidato successivamente, agli inizi del 1975, al Laboratorio della Soprintendenza Archeologica della Toscana.

I Bronzi furono esposti per la prima volta al pubblico nel dicembre del 1980, a Firenze, nel Museo Archeologico, e poi, nel 1981, al palazzo del Quirinale, a Roma. Un evento di grande risonanza mediatica, che richiamò folle di visitatori da ogni dove. Gli studi hanno consentito di stabilire che le due opere sono riconducibili alla scultura greca di V secolo a.C., esempio di una sapiente e fine tecnica bronzistica, forse realizzate da due maestri diversi ma comunque per una destinazione pubblica.

L’esposizione si propone come un suggestivo viaggio nella storia dei Bronzi attraverso fotografie d’archivio, molte inedite o poco note, e video dell’epoca. Attraverso le voci dei protagonisti di quegli anni si possono seguire tutti i principali momenti della “nuova vita” delle statue, dalla scoperta ai restauri, fino alle esposizioni e agli studi scientifici condotti spesso con approcci originali.

I RESTAURI

Quello che rende unici i Bronzi, oltre alla pregevole fattura e il materiale di cui sono composti, è il loro eccezionale stato di conservazione, per questo, subito dopo il ritrovamento furono sottoposti a delicate e impegnative campagne di restauro. La prima fu realizzata tra il 1975 e il 1980 a Firenze, con un duplice obiettivo: la pulizia e la conservazione delle superfici esterne. La seconda avvenne tra il 1992 e il 1995, sotto la direzione del laboratorio di restauro del Museo di Reggio che rimosse la terra di fusione all’interno delle statue. Si tratta di elemento utilizzato per la modellazione, che si era deciso di mantenere per favorire la corretta conservazione delle opere ma che a lungo andare aveva contribuito al loro deterioramento. Il lavoro venne concluso tra gli anni 2010 e 2013 nella sala allestita appositamente presso la sede del Consiglio Regionale della Calabria. Oggi la collocazione definitiva dei Bronzi è presso il Museo Nazionale della Magna Grecia in speciali stanze asettiche.

LE STATUE

Le due statue, sono alte rispettivamente 1,98 e 1,97 m, e il loro peso, originariamente di 400 kg, è ora diminuito a circa 160 kg.

Il bronzo presenta uno spessore molto tenue, tranne alcuni particolari in argento, in calcite e in rame. Le analisi radiografiche hanno dimostrato che sono in argento i denti della Statua A, in rame i capezzoli, le labbra e le ciglia di entrambe le statue, oltre che le tracce di una cuffia sulla testa del Bronzo B. In calcite bianca è la sclera degli occhi, le cui iridi erano in pasta di vetro, mentre la caruncola lacrimale è di una pietra di colore rosa.

Le statue sono state visibili per molti anni. In epoca romana il Bronzo B fu danneggiato: si determinò la rottura del braccio destro, del quale, fatto unico a nostra conoscenza, fu eseguita una seconda fusione dopo averne fatto un accurato calco.

Furono certamente realizzati ad Argo, nel Peloponneso, come ha dimostrato l’esame delle terre di fusione eseguito dall’Istituto Centrale del Restauro di Roma. Gli archeologi e storici dell’arte concordano nel sostenere che rappresentano due opliti, un oplita (Bronzo A) e un re guerriero (Bronzo B). Trattandosi di un gruppo statuario posto ad Argo si può ipotizzare che avesse a che fare con il mito dei Sette a Tebe, narrato da molti poeti e tragediografi antichi, e che si pone come “mito nazionale” argivo. Un’ipotesi interessante è che si tratti di Eteocle e Polinice, sul punto di fronteggiarsi.

La località di ritrovamento, posta presso un porto mai studiato scientificamente, ma che sembra essere attivo già dall’epoca greca, è altamente significativa e avvalora le teorie che mettono in relazione la presenza a Riace dei due Bronzi con il loro trasporto da o verso Roma. Altri particolari, come la presenza della ceramica per proteggere l’integrità della Statua A, sembrano attestare che le due opere erano in viaggio per essere esposte in un altro luogo.

Sul perché siano stati ritrovati in mare si suppone che i Bronzi fossero stati gettati per alleggerire il carico della nave che li trasportava o che l’imbarcazione stessa fosse affondata con le statue.

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