di Michele Rutigliano (*)
Nel dibattito pubblico di questi ultimi anni, c’è stata, e forse c’è ancora, una tentazione storiografica ricorrente: Voler trattare il meridionalismo e il populismo come due varianti dello stesso disagio. Come se il Sud avesse semplicemente cambiato abito, pur avendo la stessa febbre. È una lettura comoda, ma è profondamente sbagliata. Tra questi due fenomeni — entrambi nati o alimentati dalla specificità del Mezzogiorno — c’è una distanza culturale, politica e antropologica che merita di essere esplorata con obiettività, ma soprattutto con onestà.
Il Meridionalismo: una coscienza critica, non una lamentela
Il Meridionalismo nasce come risposta intellettuale alla brutalità con cui l’Unità d’Italia gestì — o meglio, non gestì — la questione meridionale. Non fu solo un movimento di pensiero. Fu un tentativo serio, spesso doloroso, di fare i conti con una realtà che l’Italia liberale preferiva ignorare o criminalizzare. Il brigantaggio represso nel sangue, il latifondo intoccabile, l’emigrazione di massa come valvola di sfogo sociale: erano i sintomi di una frattura che i meridionalisti cercarono di leggere senza sconti né autoindulgenza. Pensatori come Giustino Fortunato e Pasquale Villari non si limitarono a denunciare lo sfruttamento del Nord sul Sud. Furono i primi a guardare anche dentro, a fare i conti con le responsabilità di una classe dirigente meridionale spesso connivente con il sistema che diceva di combattere. Gaetano Salvemini andò oltre: vide nel Mezzogiorno un laboratorio delle contraddizioni dell’intera democrazia italiana, un luogo dove il clientelismo e la manipolazione elettorale non erano eccezioni ma metodo di governo. Francesco Saverio Nitti, pur dentro le istituzioni, portò avanti una battaglia per riequilibrare i rapporti economici tra le due Italie con dati, cifre, politiche concrete. Il culmine di questa tradizione fu Antonio Gramsci, che nel concetto di “questione meridionale” vide il nodo irrisolto dell’intera storia nazionale: non un problema regionale, ma la chiave per capire i blocchi di potere che impedivano all’Italia di diventare una democrazia moderna. Il Meridionalismo, nella sua stagione più alta, fu dunque una forma di autocoscienza critica: difficile, scomoda, spesso inascoltata, ma intellettualmente onesta.
L’Uomo Qualunque e il Populismo: due proteste senza progetto
Prima di arrivare al Populismo contemporaneo, occorre fare una sosta. Nell’immediato dopoguerra, con la nascita della Repubblica, il Sud divenne il terreno più fertile per il movimento dell'”Uomo Qualunque” di Guglielmo Giannini. Era già una forma di antipolitica: la stanchezza del cittadino comune verso i partiti, la burocrazia, la retorica. Ma era ancora, in qualche modo, una protesta con radici locali, artigianale quasi. Durò poco, venne assorbita in parte dalla Democrazia Cristiana, che al Sud costruì per decenni un sistema di consenso basato non solo su una grande e illuminata politica riformatrice ma, in alcuni contesti, anche sulla mediazione clientelare. Il Meridionalismo resistette, ma sempre più ai margini. Con la crisi della Prima Repubblica e l’avvento di Tangentopoli, il quadro cambia radicalmente. Il Sud non è più solo destinatario di politiche assistenziali: è un serbatoio elettorale conteso, un territorio in cui la sfiducia verso le istituzioni ha raggiunto livelli storici. È in questo contesto che il Populismo trova il suo humus più fertile.
Berlusconi fu il primo a capire che il Sud voleva essere sedotto, non governato. Il suo fu un populismo della promessa: il miracolo economico, il lavoro, la modernità televisiva come sostituto della modernità reale. Grillo e il Movimento 5 Stelle radicalizzarono il messaggio: via tutti, la casta è il nemico, la rete è la democrazia. Al Sud, il M5S raccolse consensi enormi anche perché promise il reddito di cittadinanza — una misura che nel Mezzogiorno aveva un impatto reale su fasce di popolazione lasciate indietro da vent’anni di politiche fallimentari. Salvini e la destra più recente hanno aggiunto al mix un nemico esterno: il migrante, l’Europa, l’élite cosmopolita.
Due declinazioni del Sud profondamente diverse
Il Meridionalismo chiedeva trasformazione strutturale. Il Populismo chiede la punizione simbolica. Il primo analizzava le cause; il secondo indica i colpevoli. Il Meridionalismo era disposto a fare i conti con le contraddizioni interne del Sud — il familismo, la debolezza della società civile, la cultura del favore. Il Populismo quelle contraddizioni le sfrutta, le amplifica, le trasforma in risorsa elettorale. C’è anche una differenza nella relazione con il potere. I meridionalisti, anche i più radicali, volevano costruire istituzioni più giuste. I populisti, specie nella loro versione più recente, si nutrono della delegittimazione delle istituzioni stesse. Il risultato paradossale è che il Sud — che avrebbe più bisogno di uno Stato efficiente — finisce per votare in massa forze che dello Stato sono i più fieri demolitori. Questo non è un giudizio morale sul voto meridionale. È la diagnosi di un cortocircuito storico: là dove il Meridionalismo aveva tentato di dare voce alla complessità, il Populismo ha vinto offrendo la semplicità. E al Sud, dopo centocinquant’anni di promesse mancate, la semplicità ha avuto, soprattutto in questi anni di Seconda Repubblica, il sapore amaro di una vendetta finalmente possibile.
(*) Giornalista
Nella foto un dipinto di Carlo Levi sulle genti del Mezzogiorno
