di Loredana Vaccarotti
In Italia non diciamo mai le cose come stanno.
Non perché siamo poetici, ma perché dire “questa cosa è fatta male” è troppo diretto. Molto meglio dire che è fatta a cazzo di cane, che è volgare, ma incredibilmente preciso. Nessuno chiede spiegazioni. Tutti capiscono. Fine del dibattito.
Del resto, siamo un popolo che quando non capisce qualcosa non ammette l’ignoranza: non capisce un’acca. Che non è un problema cognitivo, è una questione alfabetica. Se poi continua a non capire, allora è evidente che ha le fette di salame sugli occhi. Non vede la realtà, ma riconosce perfettamente il buffet.
Quando sbaglia, non ha sbagliato: ha preso lucciole per lanterne, come se fosse normale confondere insetti luminosi con oggetti d’arredo urbano. E quando gli fai notare l’errore, casca dal pero, fingendo di scoprire il mondo proprio adesso, come se fino a un minuto prima vivesse su un ramo, felice e inconsapevole.
Sul lavoro partiamo sempre carichi. Troppo.
Mettiamo subito troppa carne al fuoco, convinti di essere multitasking, quando in realtà stiamo solo cucinando il fallimento a fuoco vivo. Dopo due settimane siamo alla frutta, stanchi, confusi e con la sensazione che qualcuno abbia spostato le scadenze di notte.
A quel punto entra in scena il genio che prova a mettere una toppa peggiore del buco, sistemando un problema creandone tre nuovi. Ma lo fa con convinzione, perché in Italia l’importante non è risolvere, è sembrare competenti mentre si peggiora tutto.
Se qualcuno prova a tirarsi indietro, viene accusato di fare orecchie da mercante, anche se in realtà sente benissimo e ha solo deciso che non gliene frega più un cazzo. Chi invece resta, tira acqua al proprio mulino, spiegando che sì, il progetto è un disastro, ma lui l’aveva detto. Sempre dopo.
E quando, per miracolo, qualcosa funziona, tutti pronti a dormire sugli allori, come se un successo fosse un vitalizio. Spoiler: non lo è. Ma nel frattempo nessuno fa un cazzo.
Nelle relazioni siamo anche peggio.
C’è quello che ha la puzza sotto il naso, ma guai a dirgli che è uno stronzo: lui è solo “selettivo”. C’è quello che mette il naso dove non si deve, che non è invadente, è “interessato”. E c’è quello che parla tanto senza dire niente, ma con grande sicurezza: non sta dicendo stronzate, sta dando aria ai denti.
Quando qualcuno viene beccato, non viene colto in fallo: viene preso in castagna, che suona molto più elegante di “ti abbiamo sgamato, pirla”. A quel punto parte la fase difensiva: spiegazioni confuse, giustificazioni improbabili, arrampicate sugli specchi degne di un’arrampicata sportiva olimpica.
E se la discussione degenera, qualcuno avrà sicuramente un diavolo per capello, il che spiega perché urla, suda e sembra pronto a mordere. Quando poi decide che basta, chiude baracca e burattini, perché anche quando scappiamo dobbiamo farlo con una certa teatralità.
Nella vita di tutti i giorni facciamo continuamente il passo più lungo della gamba, convinti di farcela, e poi ci stupiamo quando cadiamo male. Se qualcuno ce lo fa notare, rispondiamo che il gioco non vale la candela, anche se la candela l’abbiamo comprata noi e il gioco l’abbiamo iniziato da soli.
Quando qualcosa va storto, cerchiamo sempre qualcuno che tolga le castagne dal fuoco al posto nostro, possibilmente bruciandosi. Se non succede, pazienza: meglio tardi che mai, che è il nostro modo elegante per dire “non avevo voglia, ma ora sì… forse”.
E se ci accusano di parlare senza concludere niente, rispondiamo serissimi che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, come se il mare non fosse lì da sempre e noi non fossimo quelli senza barca.
I modi di dire italiani sono la prova che non sappiamo essere diretti, ma siamo incredibilmente onesti.
Diciamo tutto, ma lo diciamo storto. Lo diciamo male. Lo diciamo a cazzo di cane, ma con una precisione poetica che funziona da secoli.
Perché puoi anche non capire un’acca, puoi avere il salame sugli occhi, puoi arrampicarti sugli specchi quanto vuoi…
ma quando qualcuno dice che una cosa è fatta col culo, stranamente, siamo tutti d’accordo.
