di Loredana Vaccarotti
Non è ancora terminato, ma se ne può già parlare. Purtroppo è un blog e non posso scrivere un pezzo in stile divina commedia.
Sanremo 2026 si apre con un colpo di scena degno di una serie TV: Pucci c’è, Pucci non c’è, Pucci forse. Laura Pausini avrebbe cantato; Pucci se n’è andato e non ritorna più
Il treno delle 7:30 senza lui. È un cuore di metallo senza l’anima. Nel freddo del mattino grigio di città.
Annunciato, commentato, discusso, vivisezionato sui social prima ancora di dire “buonasera”. È l’unico artista che ha fatto tendenza ancora prima di salire sul palco. Un’apparizione quantistica: finché non accendi la TV non sai se esiste davvero. Nel dubbio, metà pubblico era pronta a ridere, l’altra metà a indignarsi preventivamente. Il Festival ormai non ha più la sala stampa: ha il VAR.
Poi parte ufficialmente il Festival della canzone italiana. Sì, italiana. Perché se inciampi già nel titolo, capisci che la settimana sarà grammaticalmente impegnativa. L’apice arriva con la signora di 105 anni, lucidissima, emozionata, simbolo vivente della storia nazionale. Dietro di lei un cartello patriottico: “W LA REPUPPLICA”. Due P, una B confusa e l’Accademia della Crusca che spegne la televisione per non soffrire. La nonna ha attraversato un secolo di storia; l’ortografia no.
Sul palco sfilano artisti dai nomi che sembrano selezionati da un generatore automatico di talent americani con nonni calabresi: Kevin Di Marco, Jennifer Lo Russo, Bryan Esposito, Stacy Mancini, Thomas D’Amore, Jay Rossi. Più che Sanremo sembra l’area imbarchi intercontinentale. Quando il conduttore annuncia i nomi, ti aspetti che qualcuno risponda “Gate 4, last call”.
Nel frattempo impazza il gioco nazionale: “Di chi è figlio?”. Ormai non ascolti la canzone, fai genealogia comparata. “Ha talento!” “Sì, ma il padre chi è?” Un Festival che più che votare le note valuta il DNA.
Le gaffe scorrono leggere come glitter sulle scale dell’Ariston. Un presentatore saluta il pubblico da casa e aspetta un applauso che, tecnicamente, non può sentire. Un ospite lancia una battuta sofisticata e atterra su un proverbio sbagliato. La regia inquadra il cantante, poi il batterista, poi un signore in terza fila che starnutisce con pathos. Nel dubbio, applauso.
Capitolo moda: abiti talmente luminosi che l’ENEL chiede il sovrapprezzo. Uno total black tempestato di cristalli che sembra una costellazione sponsorizzata. Il giorno dopo un giallo fosforescente che potrebbe sostituire l’illuminazione pubblica. I gioielli brillano così tanto che il televoto dovrebbe costare meno solo per compensazione energetica.
E poi Achille Lauro. Non entra in scena: materializza un concetto. Cambia outfit con la frequenza con cui noi cambiamo posizione sul divano. Ogni apparizione è una domanda filosofica: è arte? È moda? È un trailer di qualcosa che capiremo nel 2032? Intanto meme a pioggia e applausi convinti, perché nel dubbio si applaude.
Fuori dal palco l’atmosfera è da conclave permanente. Se una battuta funziona, fumata bianca. Se non funziona, la telecamera scappa su un lampadario in cerca di misericordia. Sui social partono le indagini: analisi frame by frame, mappe concettuali, teorie sul perché qualcuno sia in scaletta prima o dopo qualcun altro. C’è più investigazione che in una serie crime.
Alla fine resta una certezza: Sanremo non è solo musica. È un esperimento sociologico in diretta, un reality involontario, una lezione collettiva di ortografia creativa. Tra Pucci in modalità Schrödinger, la Repupplica celebrata con entusiasmo fonetico e la canzone italiana difesa con orgoglio, il Festival riesce ogni anno nell’impresa più difficile: farci dire “Io non lo guardo” mentre siamo già lì, telecomando in mano, pronti a commentare anche le doppie sbagliate.
