Esteri

Iran-Usa-Israele, una guerra che nessuno vincerà, ma che tutti proclameranno di aver vinto

 

di Giuliano Longo (*)

Mentre è in corso questo secondo conflitto Americano israeliano contro il “male assoluto” degli Ayatollah iraniani e i loro “scherani dei guardiani della rivoluzione”, ci consentano i lettori di fare alcune considerazioni a ferro caldo – è proprio il caso di dire, nella certezza che nelle prossime ore verranno innondati di notizie just in time, considerazioni di parte e quant’altro fornisce la società della “Comunicazione”,

La quale, ci sia consentito, calcola i morti e le distruzioni in termini statistici e di rapporto di forze quando raramente i media, embeded al sistema, hanno versato lacrime sui 60mila palestinesi uccisa, pulendosi la coscienza e puntando il di to contro le responsabilità – anzizi la irresponsabilità criminale di Hamas.

Quindi torniamo a bomba, è proprio il caso di dire.

La prima considerazione è che l’imperialismo non muore mai. Con armi sofisticate e micidiali gli Stati Uniti hanno semplicemente preso il posto di quell’Imperialismo britannico già in fase di disfacimento con la fine della prima guerra mondiale, quando le “cannoniere “ di sua Maestà, con i “repubblicani” i francesi, determinavano la sorte dei Paesi di Africa e Asia radendo al suolo una o l’altra località di interesse strategico.

Voi mi direte, ma che centra? Invece centra eccome, poiché mentre Israele realizza il sogno delle sue frontiere al di quelle riconosciute nel 1948, Trump mira al controllo delle risorse energetiche globali, anche a suon di missili – come in Venezuela se non a Cuba – se qualche ostinato gli resiste e, già che c’è, di sanzioni più per gli amici che per i nemici.

Resta da vedere cosa ne pensa la Cina che dipende in buona parte dal petrolio che transita dallo stretto di Hormuz che governa il 30% del traffico internazionale e non solo energetico. Se poi ci mettiamo gli Houti yemeniti e filo iraniani che già minacciano di colpire qualunque nave che transiti dal Mar Rosso, c’è da chiedersi quante flotte ci vorranno per controllarlo.

Ma ammettiamo anche che tutti gli iraniani si ribellino al regime, come chiede Trump magari utilizzando un rottame storico come il figlio dello scià Reza Palhavi cacciato a furor di popolo nel 1979. Anche se sorge il dubbio realistico che le centinaia di miglia di iraniani coraggiosi che ahanno partecipato alle oceaniche manifestazioni rappresentino solo una parte di quel popolo sorretto anche da una rigorosa fede sciita.E poi, volendo sottilizzare sulla fine che hanno fatto le rivoluzioni colorate islamiche del 2010 e 2°12.

Certo, dicono Trump e Netanyahu, bisogna dargli una botta definitiva prima che si facciano la bomba atomica, che peraltro Israele ha già. Detto fatto il regime cade gli eliminiamo i vertici a suo di missili mirati, e tutto si risolve.

Detto fatto che ce vò?

Purtroppo nonostante l’invito di quel democratico che è Trump, rimane difficile pensare che i “guardiani della rivoluzione”, debitamente amnistiati, si arrendano, se non altro non si arrenderanno per salvare la propria pelle oltre che il loro potere e tanto meno si arrenderanno gli Ayatollah, che oltre che un simbolo del Regime,  sono anche capi religiosi.…

Sul piano internazionale la Russia ha fatto il solito vibrato comunicato di protesta, ma pur sapendo che non vorrà mai intervenire, sotto sotto continuerà a fornire all’alleato strumenti e tecnologia bellica, magar con qualche soffiatina satellitare dei movimenti della’ ”armata statunitense” ma ovviamente senza inviare i suoi Tu35 alla inesistente aviazione iraniana. Costano troppo e poi fanno parte della Triade nucleare

Kaia Kalla alta commissaria di non si sa di che del Consiglio di Europa, solitamente accanita quando si tratta di Ucraina e Putin, questa volta se ne è uscita balbettando che “l’Europa è preoccupata”, e ce mancherebbe anche se l’UE si è sempre dichiara dalla parte dei manifestanti anti regime in difesa della solita democrazia.

E la Cina? La Cina tace, ma è sempre vicina. Al presidente XI toccategli tutto, ma non gli interessi economici e commerciali del petrolio che transita dallo stretto di Hormuz, così come Giappone, India e altri Paesi dell’Est asiatico che ci penserà Trum a rifornirli con il petrolio venezuelano rubato, se basterà, altrimenti c’è quello americano.

Trump ad aprile va a Pechino e cosa potrà metter sul piatto al suo omologo cinese? La sentenza sui dazio della Corte suprema Americana? La distruzione politica e materiale di un alleato fedele dei Pechino cone l’Iran?

E allora è d’obbligo prospettare gli scenari futuri almeno per farci dormire di notte dopo aver visto la finale del Festival di San Remo.

Il primo è che l’Iran resista coinvolgendo tutto il Medio Oriente con le sue basi americane, come sta già avvenendo, ma non potrà durare a lungo, così il mancato premio Nobel per la Pace, Donald Trump potrà vantare l’ennesima vittoria mentre gli americani spenderanno un bel pò di miliardi per vincere.

A meno che, come si dice con entusiasmo irresponsabile in Occidente, il Mossad e i Baschi Verdi americani compiano azioni mirate di commando sul terreno, per far fuori quello che resta del governo Iraniano. Secondo fonti russe il capo dell’esercito sarebbe già stato fuori.

Ma non basta, tocca calcare il suolo iraniano con gli stivali su un territorio di un milione e 700 mila chilometri quadrati che è più di sette volte quello dell’Italia, in parte montagnoso, desertico e abitato ai confini da minoranze quali quelle curde e azere.

Figuriamoci se Donald il re della guerra, si va a impelagare in un simile casino e senza l’autorizzazione del Congresso americano che per ora pensa solo alle elezioni di novembre e al caso del pedofilo Epstein.

La seconda ipotesi è che il regime islamico crolli per consunzione,ma qual è l’alternativa? Un Quisling americo-israeliano? Non reggerebbe a lungo anche tenendo conto che per eliminare le scorie di un regime abbattuto con la forza, ci vorranno anni se non decenni. Vietnam e Afghanistan insegnano.

L’ultima ipotesi è che i contendenti a negoziare, gli Ayatollah a testa bassa promettendo che l’atomica non la faranno mai e nemmeno la utilizzeranno per usi civili, salvo ripensarci fra pochi anni, poiché il Know How acquisito non brucia sotto le bombe.

Infine consentiteci una ultima considerazione.

L’impressione anche di numerosi commentatori è che i recenti negoziati Iran Usa – per interposta persona con Israele – più che la pace mirassero a guadagnare tempo per le part,i in preparazione della guerra.

Probabilmente la pochade non si ripeterà dopo che l’Iran avrà consumato l’ultima cartuccia, ma forse tornare a trattare è l’unica soluzione… facendo in modo che tutti salvino la faccia, poi si vedrà.

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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