di Fabio Marco Fabbri (*)
Le tradizioni, nel suo significato antropologico più profondo, sono le Radici della società; una comunità che mantiene caratteristiche tradizionali ha una discreta garanzia di sopravvivere nel tempo, come viceversa una società che oblia la sua storia e le sue consuetudini è destinata allo sfaldamento. Tuttavia esistono realtà, o nicchie sociologiche, dove la ricerca del mantenimento delle tradizioni, rafforza la coesione sociale, e favorisce quel processo di aggregazione che va contro lo “sterminio comunicativo” causato e voluto dai sistemi di isolamento di massa, come i “telefonini o smartphone” e affini.
Quindi in un contesto dove la società è tendenzialmente in agonia, quale quello rappresentato dalla nostra epoca, fattore fisiologico, scorgere la “radice della tradizione” in manifestazioni di massa, esalta quella speranza di poter ricostruire un sistema aggregativo anche basato sull’arte, sulla cultura e su una socialità dalle caratteristiche tendenzialmente sane e costruttive.
Una di queste congiunture si può riscontrare nella festa dei Pugnaloni che si celebra nella cittadina di Acquapendente, forse impropriamente ubicata nella Regione Lazio, ma decisamente più consona, anche socio-storicamente, alla Toscana (Repubblica di Siena), o magari alla mancata “Regione Tuscia”. Quindi respirando l’armonia che aleggia su Acquapendente la terza domenica di maggio, si può assaporare come la tradizione ingaggi con la disarmonia sociale dilagante, una battaglia, dalla quale trionfalmente emerge.
In questo contesto l’arte, la cultura, i colori ed i profumi, si ergono dalla Storia che si poggia sulla politica e sulla religione, esprimendo i Pugnaloni che sono dei mosaici floreali, ovvero dei quadri dalle dimensioni 2,60 per 3,60 metri, ricoperti da policromi petali, foglie accuratamente ritagliate, trame di noce e ogni essenza floreale che possa dare sfumature cromatiche atte a rappresentare ombre, luci, profondità e rilievi.
In questo scenario gli attori sono i gruppi che realizzano questi enormi quadri floreali che rappresentano con varie forme artistiche, ma su un unico tema, l’evento storico politico e religioso. Anche questo anno i sedici gruppi di aquesiani e non solo, stanno costruendo le opere che saranno esposte e trasportate lungo il percorso della Via Francigena urbana, accompagnate da un sontuoso corteo storico coordinato e strutturato da Marcello del Vecchio storico leader del gruppo dei figuranti.
Quest’anno la festa dei Pugnaloni si celebrerà domenica 20 maggio, e i sedici Pugnaloni esalteranno l’evento.
La sedicesima opera, per il secondo anno presente, ricorda appunto con il suo nome “Radici aquesiane”, la tradizione; Tonino Pieri, l’Artista Roberto Sugaroni, ma anche Manuela, Grazia, Lara, Annarita, Nadia, Pina, Beatrice, Angela, altre ed altri, stanno collaborando per la realizzazione dell’opera dalle caratteristiche “antiche”, in quanto non rettangolare ma sagomata come i primi pugnaloni della storia risalenti agli anni 20’ del secolo scorso.
Ma anche il gruppo Via Francigena (Blu Cobalto), balzato alle “cronache locali” per essere rientrato nel 2024, per la prima volta dopo 26 anni nella rosa dei sei classificati raggiungendo il quarto posto, rappresenta un aspetto sociale oggi raro da riscontrare. Infatti il successo dei ragazzi del “Blu” ha riscosso l’ovazione di tutti gli altri gruppi di Pugnaloni, magari più blasonati, a dimostrazione di una socialità ed una solidarietà che vanno oltre la competizione. Chiaramente il successo dell’evento non è possibile senza l’impegno di tutti i gruppi, che competono singolarmente ma trionfano nell’aggregazione.
Ma quale è stato il fatto storico al quale la tradizione attinge per ancorare le sue radici? Brevemente, per descrivere minimamente il “fatto storico” occorrerebbe uno spazio qui non compatibile, il contesto storico è enorme e articolato: ad Acquapendente il 1166 è stato l’anno che ha scolpito il futuro della strategica cittadina dell’Etruria meridionale attraversata dalla via Francigena. Il periodo è articolato tra Papi e anti-Papi e tra le ambizioni smisurate dell’Imperatore Federico Barbarossa Hohenstaufen (1123 circa-1190), Re di Germania e Sacro Romano Imperatore (1152 al 1190), già duca di Svevia (dal 1147), conosciuto come il “Barbarossa”, osteggiate dalla volontà dei Comuni di essere autonomi.
Queste tensioni hanno cesellato un’epoca che ha lasciato una traccia indelebile oltre che in Europa, anche nei ricordi, nelle tradizioni e nell’identità della comunità aquesiana. In breve il “tedesco” Barbarossa aveva un obiettivo egemonico sull’Europa occidentale e la sfida contro l’autorità papale si esternava combattendo spietatamente contro i Comuni. Vengono storicamente ricordati i Comuni lombardi (1154-1183), ed è in questo percorso che si menzionano le sei spedizioni del Barbarossa verso sud. La situazione geopolitica dell’epoca era omogeneamente articolata e, seguendo pedissequamente le tracce dei suoi predecessori, anche il Barbarossa si rifiutò di riconoscere la preminenza del papato sull’impero.
Il Concordato di Worms (1122), stabiliva che la nomina dei vescovi era prerogativa papale, ma Hohenstaufen iniziò a nominare i suoi vescovi, infrangendo una norma determinante che proprio i Comuni lombardi furono i primi a disconoscere, cacciando i vescovi di nomina imperiale. Alla morte improvvisa di Papa Adriano IV (1159), convinto critico degli atteggiamenti imperiali, venne eletto Alessandro III (1159-1181) che, in osservanza della dieta di Besançon (1157), fu difensore della supremazia del papato sull’impero. Federico Barbarossa, nel febbraio del 1160, in opposizione al papato nominò un suo Papa, o meglio l’anti-Papa Vittore IV. Le scomuniche reciproche caratterizzarono il periodo, con il Barbarossa che infligge la scomunica al Papa Alessandro III, poi lo stesso Papa scomunica, dalla Francia, Federico Barbarossa.
Intanto, le incursioni di Federico I lungo la Penisola italica proseguirono. La questione politica della lotta tra il papato e l’impero non mostra particolari complessità, tuttavia tale conflitto determina gravi difficoltà sociali.
Tratteggiato il quadro storico, Acquapendente, anticamente identificata con Acula o Aquae Taurinae, era sotto il dominio imperiale, che dalla fortezza del Barbarossa, ubicata nell’acropoli del paese, opprimeva la comunità. Così si tramanda che nella primavera del 1166 gli aquesiani, esausti dei soprusi imperiali, critici e insoddisfatti della situazione in cui versava l’ambita cittadina, osservando un ciliegio secco dissero che se fosse fiorito si sarebbero liberati del potere del Barbarossa. Il ciliegio morto “miracolosamente” fiorì, e gli aquesiani assaltarono, armati con strumenti agricoli – pungoli, forconi, falci e bastoni – la fortezza del Barbarossa, un anno prima di quanto con storico clamore fece la Lega Lombarda. Oggi della fortezza resta solo la torre, appunto chiamata “Torre del Barbarossa”. Da quel doppio miracolo – il ciliegio secco che rifiorisce, che esorta gli aquesiani a ribellarsi contro i delegati imperiali, che saranno cacciati dalla cittadina – nasce l’esigenza di ricordare quel maggio del 1166, per tramandare e conservare il valore di una sana tradizione religiosa e molto politica.
Quindi un evento che unisce politica e fede che ancora oggi genera un fenomeno sociale inebriante dove il “fuggitivo” colore dei petali si perpetua nella tradizione e nelle radici di una comunità.
(*) Giornalista
