di Riccardo Bizzarri
Ah, la diplomazia europea! Sempre pronta a tendere una mano, ma solo fino a quando non diventa troppo faticoso. L’ultimo summit di Parigi ha dimostrato ancora una volta l’abilità unica del Vecchio Continente nel sostenere cause nobili… senza però compromettere il comfort delle proprie poltrone di velluto.
Dunque, ricapitoliamo: i grandi della NATO, dell’UE e del Regno Unito si sono riuniti per discutere di come aiutare l’Ucraina. C’è stata un’ondata di entusiasmo, qualche pacca sulla spalla, proposte di aiuti, missioni e supporto. Ma quando si è trattato di parlare di inviare truppe, ecco che il freno a mano è stato tirato con eleganza. Macron, con il suo classico savoir-faire, ha spiegato che “alcuni Paesi non hanno la capacità di farlo, altri non hanno il contesto politico per essere d’accordo”. Tradotto dal diplomaticese: non ce la sentiamo e, comunque, nessuno vuole prendersi la responsabilità di spiegare alla propria opinione pubblica perché i soldati europei dovrebbero rischiare la pelle in Ucraina.
Ma attenzione, perché il piano c’è! Francia e Regno Unito guideranno gli sforzi (dove “guidare” si traduce in “inviare esperti e consiglieri militari per pensare a come rinforzare l’esercito ucraino”). Le parole d’ordine sono “pace duratura”, “garanzie di sicurezza” e “presenza strategica”. Insomma, tutto fuorché “andiamo a combattere”.
Zelensky, dal canto suo, è rimasto leggermente perplesso. Dopo tutto, il presidente ucraino ha bisogno di qualcosa di più concreto di un “ci siamo, ma non proprio”. Nei suoi messaggi, la frustrazione è evidente: potreste, per favore, decidere qualcosa di chiaro? Tipo: quanti soldati, dove, quando e come? Domande legittime, ma evidentemente troppo dirette per una diplomazia che preferisce muoversi a passi felpati tra le parole.
Nel frattempo, in Russia, Lavrov e Zakarova hanno ribadito l’ovvio: qualsiasi presenza NATO in Ucraina è una minaccia per Mosca. Ma non preoccupatevi, gli europei hanno una risposta forte e unitaria: un altro pacchetto di sanzioni! Siamo già arrivati al numero 17 (che, come tutti i precedenti, sicuramente farà tremare il Cremlino e lo costringerà a capitolare, giusto?).
Dall’altra parte del continente, la Spagna e l’Italia iniziano a comprendere che forse spendere miliardi in difesa non è così popolare tra gli elettori che faticano a pagare le bollette. Ungheria e Slovacchia già da tempo si fanno beffe della retorica bellica europea, rifiutandosi di buttarsi in questo vortice di decisioni a metà.
E così, l’Europa si muove con il suo solito passo incerto, tra dichiarazioni di intenti roboanti e decisioni concrete ridotte al minimo. La guerra è un problema serio, certo, ma nessuno ha davvero voglia di affrontarlo di petto. La strategia? Parlare molto, promettere un po’, agire pochissimo.
La storia insegna che le guerre non si vincono con le pacche sulle spalle e le mozioni di sostegno. Ma in fondo, chi ha davvero voglia di imparare dalla storia? Meglio un altro summit. Magari a Bruxelles, con buffet incluso.
