Esteri

Maduro rapito, Khamenei assassinato, chi sarà il prossimo?

di Giuliano Longo (*)

Tra le caratteristiche dominanti delle operazioni militari in corso contro l’Iran, lanciate il 28 febbraio dagli Stati Uniti e da Israele, c’è il concetto di “attacco di decapitazione”

La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, durante un raid nelle prime ore del mattino del 3 gennaio 2026, e la successiva estrazione dal suo complesso di Fort Tiuna a Caracas per trasportarlo negli Stati Uniti e affrontare un processo penale, sono stati il ​​trailer pubblicitari delle intenzioni di Trump.

Ma con il lancio di Epic Fury, Trump e Netanyahu hanno superato se stessi con l’uccisione della Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, e di altri alti funzionari. L’immagine di “Decapitazione” riguarda il “prendere di mira la leadership“.

Una strategia che mira alla rimozione dei vertici di un paese o di un gruppo avversario per provocarne paralisi operativa, confusione e collasso, che comunque, nel caso iraniano, non ha portato al cambio di regime che Trump garantiva, ma ha trasformando il concetto di decapitazione da teoria a pratica facile e regolare.

Si dice che la “decapitazione” abbia generato timore tra i leader di altri Paesi considerati avversari dagli Stati Uniti. Almeno questo è il caso del dittatore nordcoreano Kim Jong-un, stando a quanto riportato dai media sud coreani allettati dalla prospettiva.

Secondo quella che è ormai una teoria, con la “decapitazione” i leader dei gruppi oggetto delle attenzioni americane riducono al minimo le loro comunicazioni, cambiano regolarmente sede e disperdono le loro cellule. Tutto ciò influisce negativamente sulla creazione e l’espansione delle loro organizzazioni, impedendole di sferrare attacchi sofisticati.

Per gli esperti del Pentagono le uccisioni mirate rafforzano la sicurezza nazionale (attacchi preventivi contro minacce imminenti); non supportano o supportano solo in misura limitata gli “stivali sul terreno”; riducono al minimo le vittime (militari/civili); riducono i costi finanziari; migliorano la percezione dell’azione da parte dei cittadini e aumentano la sicurezza; evitano il dilemma della detenzione; negano rifugi sicuri (terreni non permissivi o vietati); e mantengono la pressione sulla rete terroristica.

La storia degli assassinii di individui, funzionari o gruppi di paesi avversari indesiderati da parte degli Stati Uniti è lunga. Ciò che Trump ha fatto ora non è altro che normalizzare un fenomeno nella guerra moderna e la “decapitazione” sta emergendo come il modo americano di fare la guerra.

Ricordiamo che in passato gli Stati Uniti hanno preso di mira con successo il complesso di Muammar Gheddafi in Libia, il palazzo presidenziale di Saddam Hussein a Baghdad e il campo di addestramento di Osama bin Laden in Afghanistan. Nel 2020, un drone americano ha ucciso Qassem Suleimani, capo della Forza Quds, l’unità iraniana per le operazioni all’estero, all’aeroporto di Baghdad.

Gli Stati Uniti sembrano aver imparato dal loro stretto alleato Israele come usare droni e missili per colpire nemici stranieri indesiderati in territorio straniero, come hanno sempre e costantemente fatto.

È interessante notare che, fino all’avvento dell’amministrazione Obama, l’eliminazione dei nemici dell’America, bollati come terroristi, attraverso attacchi con droni è stata principalmente affidata alla CIA, con lo stesso Obama questo compito fu trasferito al Pentagono.

Si dice che quando il presidente George W. Bush dichiarò la “guerra al terrore” nel 2001, le capacità della CIA nell’uccidere i terroristi abbiano messo a disagio persino alcuni suoi stessi agenti.

Senza contare che l’assassinio sarebbe proibito negli Stati Uniti per legge con ‘Ordine Esecutivo 12333, firmato dal Presidente Ronald Reagan nel 1981, che stabilisce: “Nessuna persona impiegata o agente per conto del Governo degli Stati Uniti potrà commettere o cospirare per commettere assassinio”.

A quanto pare, l’ordinanza fu originariamente emessa dal presidente Gerald Ford dopo l’inchiesta della Commissione Church sulla CIA nel 1976, ma vietava solo gli “assassini politici” e non si estendeva a coloro che “agivano per conto” degli Stati Uniti. La norma fu inasprita dal presidente Jimmy Carter nel 1978, e successivamente il presidente Reagan la ribadì in termini molto chiari.

A quanto pare, quando gli omicidi mirati iniziarono a manifestarsi dopo l’attentato del 1983 all’ambasciata americana in Libano, ma successivamente gli Stati Uniti hanno ampliato il diritto all’autodifesa contro gli attacchi da parte di attori non statali e di stati.

Ciò include il diritto all'”autodifesa preventiva”, che consente a un paese di usare la forza per prevenire una minaccia di attacco “imminente”. Che è stata poi la giustificazione delle fantasie oniriche di Trump che ha scatenato il conflitto anche per evitare un attacco iraniano di che natura non ancora meglio precisata.

Tra l’altro, le autorità israeliane e americane non gradiscono che il termine “assassinio” venga applicato a quelli che preferiscono chiamare “attacchi mirati”, perché implica una violazione del diritto internazionale.

Pur sottolineando che gli omicidi sono illegali secondo l’ordine esecutivo di Reagan, l’ordine di Obama affermava che ora esisteva “un nuovo e diverso tipo di conflitto contro nemici che non indossano uniformi, non rispettano i confini geografici e ignorano i principi legali della guerra“.

In particolare, il quadro giuridico modificato dal presidente Obama consente anche di “invadere la sovranità di un altro Stato” se lo Stato non è in grado o non vuole “mitigare la minaccia proveniente” dal suo territorio.

Da questo punto di vista, Trump può sempre giustificare ciò che sta facendo in Iran. Ma la domanda più importante è quali risultati otterrà la sua strategia di decapitazione a lungo termine? Riuscirà a creare un regime stabile, moderno, responsabile e democratico in Iran?

Pare di no almeno per ora poiché dopotutto, ci sono quelli che vengono chiamati “effetti martirio”, che possono peggiorare la situazione e portare alla successione di esponenti della linea dura più forti, come pare sia già avvenuto in Iran.

Ma nemmeno Trump sembra avere le idee chiare in proposito. La scorsa settimana, quando gli è stato chiesto con chi gli Stati Uniti avrebbero negoziato una volta terminata la campagna di bombardamenti, il presidente americano ha risposto: “La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte… Presto non conosceremo più nessuno”.

Anche il suo Segretario di Stato, Marco Rubio, non ha potuto dare una risposta migliore ai membri del Congresso degli Stati Uniti questa settimana affermando “Gli Stati Uniti completeranno la demolizione del regime e poi valuteranno le prospettive di ricostruzione politica“.

Affermazioni che rappresentano un trionfo della tattica sulla strategia: “abbatti tutto e poi pensa a come ricostruire”. Ma d’altronde, la tattica, a differenza delle strategie, è effimera. L’arte di governare non può basarsi esclusivamente sulla tattica soprattutto quando rischia di mettere nei guai tutto il mondo.

(*) Analista Geopolitico ed esperto di politica internazionale

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