di MIchele Rutigliano
Il Governo di Giorgia Meloni ha raggiunto un primato destinato a entrare nella storia della Repubblica: è diventato l’esecutivo più longevo. Un risultato politico certamente significativo. Ma un record di durata non può essere confuso con un bilancio di governo. E soprattutto non può far dimenticare una domanda: che cosa è cambiato davvero nel Mezzogiorno? Non è una domanda polemica, né la negazione dei risultati ottenuti dall’esecutivo in altri campi. È una verifica necessaria delle aspettative suscitate e delle promesse rivolte al Sud. E sotto questo profilo il bilancio appare ancora largamente insoddisfacente. Il Mezzogiorno continua infatti a confrontarsi con le sue emergenze storiche: denatalità, spopolamento, fuga dei giovani e dei laureati, isolamento delle aree interne, infrastrutture insufficienti e servizi pubblici spesso inadeguati. Problemi conosciuti da decenni, ai quali non è stata ancora contrapposta una strategia capace di cambiare radicalmente lo scenario.
Il sud perde giovani e futuro
Il dato demografico è quello che dovrebbe preoccupare più di ogni altro. Il Mezzogiorno continua a perdere popolazione e soprattutto giovani. Migliaia di ragazze e ragazzi, spesso laureati e qualificati, lasciano ogni anno le regioni meridionali per cercare lavoro e opportunità altrove. Non è soltanto un problema occupazionale. Quando un giovane parte, il territorio perde competenze, consumi, nuove famiglie e possibili imprese. Perde, soprattutto, una parte del proprio futuro. Nelle aree interne il fenomeno assume dimensioni ancora più drammatiche: comuni che si svuotano, scuole che chiudono, servizi sanitari sempre più lontani, trasporti insufficienti. Intere comunità rischiano di diventare periferie permanenti. Di fronte a questa emergenza sarebbe servito un grande progetto nazionale per rendere nuovamente conveniente vivere, lavorare e fare impresa nel Sud. Un progetto capace di affrontare insieme lavoro, casa, servizi, istruzione, sanità e mobilità. Una strategia che, finora, non si è vista con la necessaria chiarezza.
Il Pnrr: un’occasione che non può andare sprecata
Il Pnrr rappresenta probabilmente la più grande opportunità finanziaria mai offerta al Mezzogiorno. Ma i miliardi stanziati non sono sufficienti se non vengono trasformati rapidamente in opere, servizi e sviluppo. Qui emerge una delle principali fragilità del Sud: la difficoltà di molte amministrazioni regionali e locali a progettare, gestire e rendicontare programmi complessi. Una debolezza che non può essere semplicemente attribuita alle Regioni. Lo Stato avrebbe dovuto accompagnarle con un forte rafforzamento delle competenze tecniche e amministrative. La vera domanda, quindi, non è quanti miliardi siano stati destinati al Mezzogiorno, ma quanti abbiano prodotto nuova occupazione qualificata, infrastrutture moderne, imprese, servizi efficienti e opportunità per i giovani. Perché il Pnrr può mettere a disposizione le risorse, ma non può sostituire una politica industriale e territoriale. E soprattutto non può diventare l’ennesima occasione persa.
Dal ponte sullo stretto al Mediterraneo: Al mezzogiorno serve una visione
Il Governo ha certamente riportato il Mezzogiorno al centro del dibattito nazionale con la Zes unica, gli investimenti infrastrutturali e il progetto del Ponte sullo Stretto. Ma una politica meridionalista non può ridursi alla somma di singole opere. Al Sud serve una visione. Il Mediterraneo, i porti, l’energia, l’agricoltura, il turismo, l’industria, la ricerca, le università e l’innovazione devono diventare parti di un unico progetto. Il Mezzogiorno non dovrebbe essere considerato soltanto come la parte fragile dell’Italia da sostenere, ma come la grande piattaforma strategica del Paese verso il Mediterraneo e l’Africa. È questa la prospettiva che potrebbe trasformare una debolezza storica in un vantaggio competitivo. Il Sud non chiede privilegi. Chiede infrastrutture, servizi, scuole, ospedali, università competitive, collegamenti efficienti e una pubblica amministrazione capace di utilizzare bene le risorse europee. Ma soprattutto chiede una cosa: un’idea del proprio futuro. Ecco perché l’autocelebrazione del record di longevità rischia di apparire fuori sintonia con la realtà meridionale. Un Governo che ha avuto una stabilità eccezionale avrebbe dovuto utilizzare questa condizione per costruire una strategia meridionalista di lungo periodo, non limitarsi alla gestione delle singole misure. Perché la stabilità politica acquista un significato vero soltanto quando riesce a produrre trasformazioni concrete. Il Mezzogiorno, invece, continua a perdere giovani, a spopolarsi nelle aree interne e a convivere con infrastrutture e servizi ancora troppo lontani dagli standard europei. È questa la distanza tra il record celebrato a Palazzo Chigi e il Paese reale che al Sud, purtroppo, si continua a vivere.
