di Fabrizio Pezzani (*)
La cultura della rendita è una mungitura continua della ricchezza creata dalle attività produttive e va ad alimentare la politica della raccolta del consenso bruciando continuamente ricchezza ed aumentando il debito pubblico. Se il ministro dell’Agricoltura al suo esordio assume oltre cento persone si procura un bacino di voti ma aumenta il debito pubblico che finisce sulle spalle di tutti e così via a mettere persone non idonee ma legate al principio di appartenenza e funzionali a moltiplicare i voti; le società finiscono per collassare.
L’effetto più evidente di questa manovra di uso delle risorse pubbliche si vede nel volume delle spese correnti rispetto alle spese in conto capitale.
L’aumento del debito correlato al rapporto con il pil che rischia di crescere meno rapidamente del debito, se consideriamo poi l’attuale spesa annuale per interessi pari a 100 mld/euro possiamo capire il rischio di non ritorno del sistema.
La spesa corrente è la spesa in cui confluiscono le spese del personale, degli aiuti agli amici degli amici, dei favori nella concessione di risorse finanziarie, insomma la festa della cultura della rendita che ammorba il paese che guarda senza rendersi conto del dramma che stiamo vivendo incapaci di cambiarlo.
La realtà dello scambio di favori per voti lo vediamo oggi nella finanziaria presa d’assalto dai tanti politici che devono ottenere le risorse promesse in cambio di voti per rimanere nell'”agorà” politica, ammesso che tale termine possa usarsi nei confronti di una classe politica incapace di creatività e coraggio; per effetto della cultura della rendita diventa difficile respingere una domanda ed una pressione in un sistema dove tutti sono legati.
Sarebbe facile con un tratto di penna cancellare enti inutili, imposte che costano di più di quello che rendono ma tutte sono una sorta di piccolo regno per chi governa quelle istituzioni e quelle voci di spesa inutili. La razionalità ed il buon senso si scontrano con l’interesse della cultura della rendita che va asservita per non cadere.
L’altro aspetto del clima che stiamo vivendo è la totale mancanza di rendicontabilità per cui nessuno risponde mai dei problemi che si vengono a creare; abbiamo visto recentemente lo scambio di accuse tra amministrazioni centrali e quelle periferiche per i danni delle esondazioni, alla fine l’unico colpevole è il destino.
Questa situazione di decadenza morale e di disinteresse del bene comune è frutto di un modello socioculturale che ha accoppiato la massimizzazione dell’interesse personale con un’amoralità che ispira continuamente atti illeciti e che ha di fatto cancellato il settimo comandamento “Non rubare”. Infine la finanziarizzazione dell’economia reale ha illuso tutti creando la bolla colossale di questo secolo con una finanza irrazionale e da rapina che riesce a dominare la politica ed impone le sue leggi.
E’ sempre il modello socioculturale che plasma e forza la volontà e la vita degli uomini ma questo modello può infiltrarsi nelle coscienze deprivandole della capacità di una critica autonoma ed in definitiva del pensiero. Già Alexis de Tocqueville (“La democrazia in America“, II° volume ,1840) rimarcava il rischio di un potere che penetrando insensibilmente nell’interiorità degli individui potesse dirigerne le azioni , orientarne le scelte ed indebolirne le volontà , in questo modo l’attenzione alla luce della luna distrae dal cambiamento che avviene sotto gli occhi ma non viene percepito perché troppo doloroso. Si forma, di conseguenza, una sorta di potere egemonico lontano dal senso di “societas“ e da quello di collaborazione ma vicino al “bellum omnium contra omnes“.
Abbiamo accettato di costruire una torre di “Babele“ in cui i partecipanti al gioco non si capiscono più , ognuno parla una lingua diversa volta a soddisfare interessi particolari e non il bene comune spesso citato come foglia di fico per mascherare un imperialismo senza regole morali. Così la stessa giustizia viene strumentalizzata per realizzare gli interessi superiori che diventano dominanti e si afferma il principio di utilità personale a costo di normalizzare comportamenti illeciti e “le norme giuridiche sono considerate in misura crescente un meccanismo attraverso cui i gruppi più forti sfruttano quelli più deboli: una frode che permette alle classi dominanti di sottomettere e controllare le classi subordinate“, scriveva Sorokin nel 1941 nel suo lavoro “La crisi del nostro tempo“. Ma quando “i valori perdono ogni sapore ed efficacia”, l’unica via che resta per controllare le relazioni umane è quella della forza bruta. Ecco perché oggi tutti ripetono che “la ragione è del più forte. Ciò a sua volta ha prodotto l’odio e l’odio ha condotto all’impiego della forza bruta ed allo spargimento di sangue.
In una situazione segnata da caotici conflitti normativi i valori morali hanno finito per essere fondati sulla polvere ed hanno ceduto il passo alla coercizione brutale e arbitraria. Il “pathos“ dell’amore cristiano capace di tenere uniti gli uomini è stato sostituito sempre più dall’odio tra uomini, classi, nazioni, stati e razze (oggi diremmo anche tra religioni, ndr). Come risultato la forza si è trasformata in diritto ed ha sollevato di nuovo il suo capo mostruoso il “bellum omnium contra omnes“, sempre Pitirim Sorokin nel 1941 (“La crisi del nostro tempo“ ed. Italiana Arianna, 2001, pagg 156-7). Sono passati 74 anni dalla visione profetica di questo grande studioso fondatore nel 1930 del dipartimento di sociologia di Harvard, al tempo era considerato un pericoloso visionario ma oggi è la realtà di tutti giorni.
(*) Professore emerito Università Bocconi
2/fine
