Esteri

Il monito di Draghi, le vulnerabilità dell’Europa più pericolose dei dazi di Trump

di Michele Rutigliano

Povera Europa! Non bastavano gli sberleffi di Putin o i bastoni tra le ruote dei sovranisti. Ora è costretta a subire  anche le minacce di Trump e  gli sproloqui del suo Vicepresidente, Vance.  Noi italiani, però, non siamo stati colti  del tutto di sorpresa.  Avevamo già avuto qualche sentore che la rielezione di Trump ci avrebbe complicato la vita.  Per correre ai ripari, avevamo mandato in avanscoperta due pezzi da novanta come Mario Draghi ed Enrico Letta. A loro, la Presidente della Commissione Europea,  Ursula Von der Leyen, affidò  il compito di fare un po’ di chiarezza sullo stato di salute del nostro  vecchio continente.  E i risultati si son visti. Il primo ha presentato il rapporto sul futuro della competitività europea, mentre il secondo ne ha presentato un altro sulle prospettive del suo mercato.  Due documenti che invitano l’Europa e i suoi Stati membri  a rompere gli indugi per completare il processo di unificazione e soprattutto ad agire per competere ad armi pari con gli Stati Uniti, con la Cina e con paesi del Brics.

Un’Europa ancora tutta da costruire

Nel suo rapporto sul futuro della competitività europea, Draghi è stato molto chiaro. Ha analizzato le sfide che l’Unione dovrà affrontare per mantenere e rafforzare la propria posizione economica globale. Tra le sue principali  raccomandazioni,  quella di aumentare gli investimenti annuali di circa 750-800 miliardi di euro, equivalenti al 5% del PIL dell’UE. In particolare  su digitalizzazione, decarbonizzazione e rafforzamento della difesa. Inoltre, ha rimarcato l’importanza di una politica industriale più coordinata,  di decisioni più rapide e  di una maggiore autonomia strategica per competere più efficacemente con Stati Uniti e Cina. Pochi giorni fa, in un articolo sul Financial Times, Draghi ha commentato la nuova politica commerciale dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Europa, caratterizzata dall’imposizione di dazi e altre misure protezionistiche. Ha criticato  l’approccio unilaterale degli Stati Uniti, sostenendo che tali misure non solo danneggiano le economie europee, ma minano anche l’ordine commerciale internazionale basato su regole condivise. Ma, al tempo stesso, ha esortato l’Europa a rafforzare la propria coesione interna e a ridurre le barriere commerciali e regolamentari tra gli Stati membri.  La chiave, secondo Draghi, risiede in una maggiore integrazione economica e politica all’interno dell’UE, accompagnata da strategie comuni in settori chiave come l’energia, la difesa e la tecnologia. Negli ultimi anni, il dibattito economico europeo è stato spesso incentrato sugli equilibri geopolitici e sulle tensioni commerciali con gli Stati Uniti.  Con il ritorno di Donald Trump alla ribalta politica, la paura di nuovi dazi e di un possibile inasprimento delle relazioni transatlantiche è tornata a preoccupare le cancellerie europee. Tuttavia, l’ex presidente della Bce ha lanciato un monito che ribalta questa narrazione: il problema più grande dell’Europa non viene dall’esterno, ma dall’interno.

Le barriere interne: un ostacolo più grave dei dazi americani

Uno dei punti centrali dell’analisi di Draghi riguarda la lunga incapacità dell’UE di affrontare le proprie debolezze strutturali, in particolare le barriere interne al mercato unico. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, queste barriere equivalgono a tariffe del 45% nel settore manifatturiero e addirittura del 110% nei servizi. Un dato impressionante che dimostra come le imprese europee siano svantaggiate rispetto ai loro concorrenti internazionali. E non per colpa delle politiche estere, ma per una regolamentazione eccessivamente rigida e frammentata.

Il mercato unico europeo, nato con l’obiettivo di favorire la libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali, è ancora oggi incompleto. Le differenze normative tra i vari Stati membri creano una sorta di protezionismo interno che impedisce alle imprese di espandersi con la stessa facilità con cui lo fanno le loro controparti americane o cinesi. Questo problema è particolarmente evidente nel settore tecnologico, dove la rigidità normativa e la frammentazione del mercato hanno ostacolato la nascita di giganti europei in grado di competere con i colossi della Silicon Valley.

Una domanda interna debole: il secondo grande problema europeo                                         

Oltre alle barriere interne, Draghi evidenzia un secondo fattore di debolezza dell’economia europea: la persistente debolezza della domanda interna. Dal 2008, l’Europa ha faticato a rilanciare la crescita dei consumi e degli investimenti, rimanendo impantanata in una situazione di bassa crescita e inflazione contenuta. Questa debolezza è in parte il risultato delle politiche di austerità adottate dopo la crisi finanziaria, che hanno limitato la capacità di spesa di molti Paesi e ridotto il potenziale di crescita economica. Ma è anche il frutto di una scarsa fiducia nel futuro: i cittadini europei risparmiano di più e spendono di meno, mentre le imprese esitano a investire a causa delle incertezze politiche e regolamentari. Un’Europa con una domanda interna più forte sarebbe meno dipendente dalle esportazioni e meno vulnerabile alle oscillazioni del commercio globale. Invece, la sua fragilità la espone maggiormente agli shock esterni, rendendola più vulnerabile a eventuali dazi o restrizioni imposti dagli Stati Uniti o da altre potenze economiche.

La necessità di una svolta radicale

Il messaggio di Draghi è chiaro: l’Europa non può più permettersi di ignorare i propri problemi interni. Serve una svolta radicale, che passi attraverso una riforma del mercato unico e un rilancio della domanda interna. Da un lato, è necessario eliminare le barriere che ancora frammentano l’economia europea, favorendo una maggiore integrazione tra i Paesi membri e creando un ambiente più favorevole alla crescita delle imprese, in particolare nel settore tecnologico. Dall’altro, è fondamentale adottare politiche economiche che stimolino la crescita e la domanda, attraverso investimenti pubblici e incentivi per le imprese e i consumatori. In un mondo sempre più competitivo, l’Europa non può permettersi di rimanere bloccata in un immobilismo normativo ed economico. Le sfide globali richiedono un’Europa più forte, dinamica e capace di rispondere alle esigenze del suo tempo. Il monito di Draghi è un campanello d’allarme che i leader europei non possono più ignorare. E’ in ballo non solo la sopravvivenza dell’Unione europea, ma la stessa amicizia con gli Stati Uniti. Un’amicizia cementata con l’Alleanza atlantica e con la Nato. Due realtà che, per oltre settant’anni,  hanno garantito pace, benessere e sicurezza a tutte le democrazie europee.

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