Un’analisi al 15 dicembre 2025
di Marco Palombi (*)
L’analisi dei dati di bilancio di previsione 2026 USA per la difesa, pubblicato nei giorni scorsi, è rivelatrice di un focus strategico ben preciso.
Per condurre l’analisi, abbiamo posizionato i dati relativi alla difesa nazionale (Section 4 e dettagli specifici su Procurement, RDT&E, O&M, MILCON, e Atomic Energy) alla fine, per evidenziare le priorità geostrategiche militari USA.
La manovra complessiva mira a tagliare $5,9 trilioni in 10 anni ($2,6 trilioni mandatory + $3,3 trilioni discrezionali), mantenendo i livelli del Fiscal Responsibility Act, con enfasi su crescita economica, riduzione debito ($35+ trilioni proiettati), e difesa.
Priorità Geostrategiche Militari USA Rivelate dai Dati
Nel capitolo della difesa, più che altrove, il bilancio smette di essere un documento contabile e diventa un testo strategico. I numeri, qui, parlano con una chiarezza che nessuna dichiarazione politica riesce a eguagliare. È in questo blocco che la manovra rivela il proprio baricentro reale: non un aumento indistinto della spesa, non una rincorsa quantitativa, ma una riallocazione chirurgica, coerente, deliberata.
I delta tra Request e Conference Authorised per il FY2026, così come emergono dal documento ufficiale, disegnano una traiettoria precisa e difficilmente equivocabile. Non siamo di fronte a un “defense budget” nel senso tradizionale del termine, bensì a uno strumento offensivo in senso strategico: un investimento selettivo finalizzato a mantenere l’egemonia statunitense in un sistema internazionale ormai apertamente multipolare, nel quale la Cina non è una minaccia contingente, ma la variabile strutturale che orienta l’intero impianto.
La logica sottostante è chiara: deterrenza di lungo periodo, superiorità tecnologica, postura globale selettiva. Tutto converge su un punto focale che domina l’architettura del bilancio: la competizione sistemica con Pechino. Non si tratta di una priorità tra le altre, ma del parametro rispetto al quale ogni scelta viene misurata. È per questo che vale la pena scomporre i dati con pazienza, perché è nei dettagli numerici – non negli slogan – che si coglie la visione complessiva.
Il primo asse, quello che emerge con maggiore nettezza, è l’Indo-Pacifico. Non come semplice area di interesse, ma come teatro prioritario della competizione strategica del XXI secolo.
In questo contesto, il Countering Communist China Act non assume una funzione simbolica o retorica, bensì operativa. È l’asse portante intorno al quale ruota l’intera riallocazione delle risorse, il dispositivo attraverso cui la difesa viene trasformata in uno strumento multilivello di contenimento di Pechino. Il rafforzamento diretto delle capacità di Taiwan, in particolare mediante la fornitura di missili anti-nave, non è un gesto politico, ma una scelta tattica precisa: negare alla Cina il controllo delle acque contese, rendere costoso – se non proibitivo – qualunque tentativo di proiezione anfibia. A questo si affianca l’uso sistematico di sanzioni economiche e tecnologiche contro il furto di proprietà intellettuale, che sposta il confronto su un piano più profondo. Le perdite evitate per l’economia statunitense, stimate tra i 225 e i 600 miliardi di dollari annui, collocano la competizione con Pechino su un livello strutturale: non è solo una questione di sicurezza militare, ma di sopravvivenza della base industriale, tecnologica e innovativa degli Stati Uniti, minacciata da pratiche predatorie ormai sistemiche.
È in questo quadro che va letto il rafforzamento massiccio della componente navale, probabilmente l’espressione più concreta e tangibile dell’Act. L’incremento di 1,918 miliardi di dollari per i sottomarini d’attacco classe Virginia – che passano da una dotazione iniziale di poco più di 800 milioni a oltre 2,7 miliardi complessivi, con un advance procurement aggiuntivo di 615 milioni – non rappresenta un semplice ammodernamento. I Virginia sono piattaforme concepite per operare in ambienti altamente contestati, ottimizzate per la furtività, la sorveglianza, l’interdizione e lo strike in scenari come il Mar Cinese Meridionale. Sono strumenti pensati per muoversi sotto la soglia della visibilità politica, ma al cuore del dispositivo militare avversario.
Allo stesso modo, i 700 milioni aggiuntivi destinati alla classe Columbia, pilastro marittimo della triade nucleare, e i 900 milioni allocati ai cacciatorpediniere DDG-51 – che ripartono sostanzialmente da zero – indicano che il controllo degli spazi marittimi del Pacifico non è negoziabile. Queste piattaforme non vanno lette singolarmente, ma come parti di un ecosistema integrato di interdizione A2/AD, pensato per proteggere Taiwan e gli alleati regionali, dal Giappone alle Filippine, in uno scenario caratterizzato da grandi distanze, arcipelaghi contesi e altissima intensità tecnologica. Qui il bilancio si traduce direttamente in postura operativa.
In parallelo, l’aumento della spesa in RDT&E della Space Force – 1,129 miliardi di dollari, con un add-on mirato di 500 milioni per la SDA Tranche 3 Transport Layer – chiarisce che la competizione indo-pacifica viene concepita come una competizione pienamente multi-dominio.
La Cina investe da anni in capacità anti-satellitari, in jamming orbitale, in strumenti di negazione dello spazio; la risposta statunitense non è difensiva, ma strutturale. Le reti spaziali resilienti, distribuite, proliferate, sono pensate per sopravvivere anche in condizioni di attacco, garantendo continuità di comando, controllo e comunicazioni. La Tranche 3 della Space Development Agency punta proprio su questo: costellazioni LEO capaci di assicurare trasporto dati sicuro e ridondante, elemento vitale del C4ISR in uno scenario in cui lo spazio può determinare l’esito del conflitto prima ancora che le forze convenzionali entrino in contatto. Non è un lusso tecnologico, ma una condizione di possibilità della superiorità decisionale americana.
Anche le infrastrutture fisiche rispondono a questa stessa logica. Gli investimenti MILCON su Guam – 105,95 milioni di dollari per la resilienza dell’Inner Apra Harbor – e su Pearl Harbor-Hickam – ulteriori 100 milioni per il Dry Dock 3 – rafforzano una postura avanzata che consente agli Stati Uniti di operare stabilmente nel Pacifico occidentale senza dipendere esclusivamente dalla profondità strategica continentale. Guam, in particolare, emerge come hub critico della proiezione di potenza verso Taiwan e il Mar Cinese Meridionale. Migliorarne la resilienza significa renderla meno vulnerabile a minacce ibride, cyber o missilistiche, e trasformare il Countering Communist China Act da cornice normativa in infrastruttura materiale.
Dobbiamo soffermarci un attimo su questi dati. L’intervento di bilancio mira primariamente a proteggere e rafforzare gli interessi statunitensi, soprattutto “at home” (base industriale, catene di fornitura, resilienza), e a rendere credibile una postura avanzata nell’Indo-Pacifico; la componente “cost-imposition” verso la Cina esiste, ma appare come derivata e strumentale, non come obiettivo dichiarato di strangolamento economico totale.
Nel documento analizzato, la modernizzazione della organic industrial base dell’esercito è descritta in modo esplicito come accelerazione della capacità produttiva domestica e di uso/riuso di impianti esistenti.
Due passaggi sono determinanti: la priorità assegnata alla produzione di propellente e, soprattutto, alla produzione di “13 precursor chemicals” attualmente “sourced solely from the People’s Republic of China”, oltre a “300 chemicals identified as single point failures” per l’armaments and ammunition portfolio.
Qui non si parla di proiezione esterna: si parla di vulnerabilità industriale interna e di dipendenza da un fornitore avversario su input critici.
Questa è, in termini economici, una politica di de-risking industriale con obiettivo primario domestico: ridurre colli di bottiglia e rischi di coercizione supply-chain.
È difficile sostenere, davanti a questa evidenza, che l’obiettivo principale sia “soffocare” la Cina. Qui il meccanismo è l’opposto: impedire che la Cina possa soffocare gli Stati Uniti su materiali e chimici critici. L’effetto collaterale è ovvio: se gli USA internalizzano produzioni finora dipendenti dal PRC, diminuiscono il potere di mercato e di coercizione di Pechino su quei segmenti. Ma il vettore causale, nel testo, è protezione e continuità produttiva USA.
La stessa logica si vede nei grandi capitoli di procurement navale, ma con una doppia natura (domestica e geostrategica). L’aumento per Virginia class submarine è di 1,918,295 (in migliaia di dollari) tra Request e Conference Authorised, con un ulteriore aumento di 615,908 per Virginia class AP; Columbia class AP cresce di 700,000; DDG–51 AP viene introdotto a 900,000, con allocazione esplicitata metà su advance procurement e metà su “Large Surface Combatant Shipyard Infrastructure and Industrial Base”. Questi numeri non sono soltanto “Pacific power”: sono politica industriale interna, perché una quota è formalmente legata a infrastruttura e base industriale dei cantieri.
Sul piano strettamente geostrategico, però, questa stessa spesa rende più credibile una postura e una capacità di deterrenza nel teatro indo-pacifico. Sottomarini d’attacco e piattaforme di superficie possono essere sono strumenti per “soffocare” economicamente un Paese; sono strumenti per negare aree, presidiare linee marittime, sostenere alleati, e creare incertezza operativa per l’avversario. Quindi i dati navali indicano uno sforzo in entrambe le dimensioni: base industriale domestica e capacità di combattimento proiettata.
Il capitolo spazio è ancora più chiaro nel mostrare la logica di protezione e resilienza. Nel National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2026 , la Space Force vede incrementi consistenti nei programmi di sviluppo e prototipazione: il caso più evidente è “Space Technology Development and Prototyping”, che passa da 1,307,970 a 1,807,970 grazie a un add-on di 500,000 per “SDA Tranche 3 Transport Layer”.
Questo tipo di spesa serve a rendere più robusta la rete di comunicazione e trasporto dati statunitense, quindi a proteggere C4ISR e capacità di comando-controllo in scenari contestati.
L’effetto regionale è diretto: in Indo-Pacifico, dove le distanze e la vulnerabilità delle comunicazioni sono un moltiplicatore strategico, la resilienza dello strato di trasporto dati è una condizione operativa, non un dettaglio tecnico.
Poi c’è l’infrastruttura (MILCON), che risponde in modo ancora più esplicito all’esigenza di protezione degli interessi USA nell’area (alleati e posture avanzate). Il National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2026 elenca finanziamenti con etichetta PDI (Pacific Deterrence Initiative) su Guam e Hawaii: “Naval Base Guam PDI: Inner Apra Harbor Resiliency” a 105,950; “Joint Base Pearl Harbor-Hickam Dry Dock 3 Replacement” da 553,720 a 492,720 (quindi con riduzione rispetto al Request, ma conferma di un volume molto elevato); e ulteriori interventi su infrastrutture e accesso. Inoltre, nel capitolo Defense-Wide compaiono diverse voci legate a resilienza energetica e microgrid su installazioni, incluse voci su Guam (“Naval Base Guam power generation & microgrid” a 63,010).
Questa non è protezione “in USA”: è posture engineering per restare operativi in forward basing e sostenere una deterrenza avanzata. Ed è anche la base materiale che rende credibile l’impegno verso alleati e partner regionali.
Ora, però, abbiamo anche una parte economico-sanzionatoria, ove la logica è cost-imposition. Sono misure connesse al Countering Communist China Act, con sanzioni legate al furto di proprietà intellettuale e una quantificazione delle perdite evitate per gli USA nell’intervallo 225–600 miliardi di dollari annui. Questo è, per definizione, uno strumento di pressione: mira ad alzare il costo delle condotte cinesi e a proteggere rendite d’innovazione statunitensi. Ma anche qui l’obiettivo dichiarato resta “protezione” (proteggere la proprieta’ intellettuale e la base industriale USA), mentre l’impatto sulla Cina è la leva coercitiva.
Possiamo quindi parlare di tre attrattori contemporanei, animati dallo stesso vettore:
- Proteggere gli interessi USA in USA: la modernizzazione della base industriale dell’Esercito mirata a input oggi “sourced solely” dal PRC (13 chemicals) e a colli di bottiglia (300 single point failures) è esattamente un dispositivo anti-fragilità domestica. La quota navale legata a shipyard infrastructure e industrial base è politica industriale interna. La spesa spaziale per trasporto dati resiliente è protezione dell’infrastruttura critica militare statunitense.
- Proteggere gli interessi USA nell’area (India, Malesia, Filippine, ecc.): indirettamente e in modo strutturale, attraverso posture, deterrenza e capacità. Guam, Pearl Harbor, PDI e microgrid sono ingegneria della presenza; sottomarini e DDG sono deterrenza e controllo marittimo; lo spazio è connettività e C4ISR. Questo tipo di architettura non “difende” un Paese specifico (India o Filippine) con una riga di bilancio dedicata nel testo che abbiamo citato; ma rafforza la capacità USA di essere un garante regionale e quindi di influenzare l’ecosistema di sicurezza in cui quei Paesi operano. È una protezione “di sistema”: più che “aiuto bilaterale”, è capacità americana di presidiare il teatro e rendere costose le mosse cinesi.
- Soffocare la Cina: quello che emerge è specifico: ridurre dipendenze critiche (chemical inputs, industrial bottlenecks), proteggere l’innovazione e imporre costi su condotte ritenute predatorie (IP theft) tramite sanzioni e strumenti coercitivi. È una strategia di contenimento competitivo e di negazione di vantaggi, non una strategia di soffocamento totale.
Il secondo grande pilastro che emerge dai dati è la modernizzazione nucleare. In questo contesto, essa non appare come un residuo della Guerra Fredda, ma come un’assicurazione ultima contro l’escalation in un contesto indo-pacifico sempre più instabile. L’aumento di 954,345 milioni di dollari per la National Nuclear Security Administration e per le Weapons Activities segnala una scelta netta: investire nel sustainment e nell’ammodernamento dell’arsenale, dalla fase di test alla produzione, passando per i grandi laboratori nazionali. È una scelta che mira a mantenere la credibilità del deterrente in un momento in cui la Cina, secondo le stime di intelligence, sta rapidamente espandendo il proprio arsenale nucleare.
Il finanziamento di 210 milioni di dollari per il programma SLCM-N rafforza ulteriormente questa impostazione. Un missile da crociera nucleare lanciato dal mare aumenta la flessibilità della triade, amplia lo spettro delle opzioni di deterrenza e rafforza la deterrenza estesa nei confronti degli alleati asiatici. Il taglio di 245 milioni ai Naval Reactors, lungi dal contraddire questa linea, ne è il complemento: un trade-off interno che privilegia la dimensione strategica del deterrente rispetto a componenti industriali meno immediatamente critiche.
Un terzo elemento, meno appariscente ma decisivo, è il riequilibrio tra spesa corrente e investimento futuro. Il taglio di 4,116 miliardi di dollari all’Operation & Maintenance – con una riduzione significativa anche nel Defense-Wide – libera risorse che vengono riallocate verso il Procurement, in aumento di 8,877 miliardi, e verso la RDT&E, che cresce di 3,698 miliardi, trainata in particolare dall’Air Force. È una scelta che segnala una preferenza strutturale per la modernizzazione delle capacità piuttosto che per il mantenimento dell’esistente. In una competizione di lungo periodo con la Cina, il vantaggio tecnologico e industriale conta più della mera sostenibilità amministrativa. Meglio comprimere la gestione ordinaria oggi che scoprire domani di aver perso il primato nei domini chiave.
Sul piano regionale, il Medio Oriente resta presente, ma chiaramente subordinato. Il mantenimento del finanziamento all’Iron Dome, nell’ordine dei 10-15 miliardi di dollari annui, conferma il sostegno strutturale a Israele come alleato e come fattore di stabilità regionale. Allo stesso tempo, la strategia di “maximum pressure” nei confronti dell’Iran privilegia strumenti economici e finanziari, evitando un coinvolgimento militare diretto che distoglierebbe risorse e attenzione dal teatro prioritario indo-pacifico. Anche qui, la scelta è di economia strategica.
L’Europa, infine, appare trattata con prudenza. Gli aiuti all’Ucraina, superiori ai 100 miliardi di dollari dal 2022, vengono sottoposti a audit sistematici. Non è un segnale di disimpegno, ma di razionalizzazione: attenzione ai costi, ai ritorni strategici, alla sostenibilità dell’impegno, soprattutto se confrontati con la centralità assegnata al confronto con la Cina. Le sanzioni energetiche e la deregolamentazione dell’export di gas naturale servono a contenere la Russia senza assorbire capacità strategica materiale.
Nel loro insieme, questi dati delineano una gerarchia inequivocabile. L’Indo-Pacifico e la competizione con la Cina costituiscono il fulcro della strategia militare statunitense. La deterrenza nucleare viene rafforzata come assicurazione ultima. Il Medio Oriente resta rilevante, ma gestito in modo indiretto. L’Europa viene mantenuta sotto controllo, senza assorbirne la quota principale di risorse. Le piattaforme e le tecnologie privilegiate – sottomarini, reti spaziali, capacità nucleari e sistemi missilistici – riflettono coerentemente questa impostazione. Numeri alla mano, la Cina non è un avversario tra gli altri: è il benchmark che orienta l’intera riallocazione. Una strategia pragmatica, selettiva, lucidamente proiettata sul futuro.
(*) Economista ed analista geopolitico
