Esteri

Il Pentagono chiude le porte ai media: da Biden a Trump, la censura non ha partito

di Roberto Vivaldelli (*)

 

“Entrambi i partiti ‘ripensano la libertà di parola’ non appena arrivano al potere. Negli Stati Uniti, si può quasi sempre capire chi grida per la libertà di parola: quelli che sono fuori dal potere”. Questo tweet pubblicato su X dal celebre giornalista Glenn Greenwald racchiude perfettamente ciò che sta accadendo da alcuni anni negli Stati Uniti sul fronte della libertà di parola. Messa a rischio in maniera sistematica sia durante l’amministrazione Biden – vedi la brutale censura adottata nel caso del laptop di Hunter Biden – sia, ora, con Donald Trump al potere, nonostante quest’ultimo avesse giurato di essere un paladino del “free speech”. Quando si è trattato di difendere Israele dalle critiche dei “pro-pal”, questa libertà è venuta meno. Nessuna delle due parti è nelle condizioni di fare la morale.

Le nuove direttive del Pentagono

Certo è che dopo l’omicidio di Charlie Kirk c’è, evidentemente, una significativa componente dell’amministrazione Trump che vuole implementare la censura. E da questo punto di vista c’è da attendersi un netto salto di qualità. La cancellazione dello show di Jimmy Kimmel – su pressioni del governo Usa – la dice lunga. L’ultima notizia riguarda il Pentagono – il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti – il quale ha introdotto nuove restrizioni per l’accesso dei media, come annunciato in un memo del portavoce capo Sean Parnell, ottenuto in esclusiva da The Daily Wire. Le direttive, anticipate a maggio dal Segretario della Guerra Pete Hegseth, richiedono ai giornalisti accreditati di firmare nuovi documenti che regolano l’accesso all’edificio, allineando il Pentagono alle norme di sicurezza di altre strutture governative. In precedenza, la stampa godeva di un accesso quasi illimitato al Pentagono, simile a quello del Campidoglio, consentendo ai reporter di osservare facilmente alti funzionari o generali in visita e di riportare dettagli sulle attività interne.

Controlli più rigorosi

Le nuove misure, tuttavia, impongono controlli più rigorosi: i giornalisti dovranno firmare un modulo che definisce i requisiti di sicurezza delle informazioni e le nuove regole di accesso fisico. Inoltre, la Pentagon Force Protection Agency (PFPA) emetterà nuove credenziali (PFAC) con la scritta “PRESS” in rosso, dando priorità ai media residenti fino al 30 settembre 2025 e ai non residenti a partire dal 1° ottobre. Le nuove regole richiedono che i giornalisti siano scortati nelle aree sensibili, mentre l’accesso senza scorta sarà limitato alle zone indicate nell’Appendice D del memo.

Il personale del Dipartimento della Guerra è incaricato di segnalare eventuali reporter trovati in aree non autorizzate senza scorta. Secondo Parnell, queste misure mirano a proteggere la sicurezza operativa, mantenendo comunque l’accesso alla stampa per l’ufficio stampa della difesa, l’ufficio del portavoce e altre aree dell’edificio. Ma la stampa americana non è d’accordo.

Lo scorso maggio, reporter di Associated Press, Washington Post e Aviation Week hanno protestato, affermando che l’obiettivo è, in realtà, quello di rendere il Pentagono difficile da coprire per i media. Perfettamente coerente con la nuova denominazione “Dipartimento di Guerra”: in tempi di guerra e disordine globale, anche la libertà di stampa arretra e muore.

(*) InsideOver

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