di Giuliano Longo (*)
I media ucraini sono tornati a discutere i dettagli di un piano di pace che, secondo fonti diplomatiche a Kiev, sarebbe stato presentato dagli inviati speciali della Casa Bianca, Jared Kushner e Steve Witkoff, per conto del presidente statunitense Donald Trump.
Il documento delinea una formula per il congelamento immediato del conflitto attraverso una serie di concessioni territoriali e geopolitiche vincolanti.
I punti chiave della proposta
- Ritiro ucraino e smilitarizzazione: L’Ucraina dovrebbe ritirare le proprie truppe dalle aree del Donbass attualmente sotto il suo controllo — compreso l’agglomerato urbano strategico di Sloviansk-Kramatorsk. In cambio, la Russia si impegnerebbe a non far avanzare le proprie forze armate nei territori evacuati.
- Zona cuscinetto sotto egida ONU: Nei territori smilitarizzati e in parte della regione di Zaporizhzhia verrebbe istituita una forza di interposizione delle Nazioni Unite, mantenendo formale la giurisdizione ucraina ma privandola di presidio militare attivo.
- Neutralità in Costituzione: Kiev dovrebbe inserire nella propria Carta Costituzionale lo status permanente di paese non allineato, rinunciando in modo definitivo all’ingresso nella NATO.
- Legittimazione politica via Referendum: Il piano richiede all’Ucraina di indire elezioni e un referendum confermativo. Il governo uscente dalle urne sarebbe poi tenuto a firmare un trattato di pace globale con Mosca, da ratificare tramite una procedura speciale definita con l’ONU.
Le reazioni ufficiali: tra ultimatum e cautela
- Donald Trump ha ridimensionato le indiscrezioni spiegando che non si tratta di “proposte nuove”, ma della naturale formalizzazione delle linee guida della sua amministrazione. Ha difeso Kushner e Witkoff definendoli “negoziatori capaci, inviati per verificare se vi sia margine di manovra”.
- Jared Kushner ha confermato l’intento di strutturare un “pacchetto di pace di lungo periodo per garantire stabilità e sviluppo economico”. Tuttavia, fonti interne al governo di Kiev descrivono l’impostazione americana come un vero e proprio ultimatum programmatico.
- Mosca mantiene una linea attendista e critica:
- Anton Kobyakov (consigliere presidenziale russo) ha espresso scetticismo, definendo il piano “di difficile comprensione globale e complesso da mettere in pratica”.
- Sergei Ryabkov (viceministro degli Esteri) ha ribadito che qualsiasi intesa valida deve partire inderogabilmente dalla “realtà territoriale consolidatasi sul campo”.
Quadro analitico: i nodi insospettabili del piano
Per comprendere l’impatto di questo schema negoziale, occorre considerare le criticità strutturali evidenziate dagli osservatori di geopolitica:
- Il fattore Kramatorsk: La richiesta di evacuare l’asse Sloviansk-Kramatorsk significa chiedere a Kiev di abbandonare senza combattere la roccaforte difensiva e industriale principale del Donbass, edificata e fortificata a partire dal 2014.
- Il valore delle garanzie ONU: Il ricorso a truppe di peacekeeping ONU è uno dei punti più complessi: richiede l’approvazione del Consiglio di Sicurezza (dove la Russia ha diritto di veto) e pone enormi interrogativi sulle regole di ingaggio in caso di violazione del tregua.
- L’ostacolo costituzionale: Modificare la Costituzione ucraina in tempo di guerra o immediatamente dopo richiede maggioranze parlamentari qualificate ed enormi passaggi politici interni, rendendo la ratifica da parte di Kiev un percorso ad alto rischio di stallo istituzionale.
(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali
