Esteri

Il Presidente Modi in equilibrio tra Iran e Israele nonostante le critiche dei media indiani

di Giuliano Longo *

La guerra con l’Iran ha messo l’India in una situazione scomoda considerando i forti legami di Nuova Delhi con gli Stati Uniti, Israele e l’Iran. Il Primo Ministro Narendra Modi ha visitato Israele il 25 e 26 febbraio e i due Paesi sono partner strategici, mentre Israele è il terzo maggiore fornitore di armi all’India, dopo Francia e Russia.

Analogamente, gli Stati Uniti sono il principale partner commerciale dell’India, un’importante fonte di armi all’avanguardia e una grande fonte di investimenti diretti esteri. Ma d’altro canto, l’India condivide con l’Iran profondi legami culturali, storici e linguistici.

Lo Stretto di Hormuz è fondamentale per il fabbisogno energetico dell’India. Quasi il 50% del petrolio greggio indiano e fino al 60% del suo gas di petrolio liquefatto (GPL) transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. Inoltre, con il Pakistan che blocca l’accesso dell’India all’Afghanistan, l’Iran funge anche da porta d’accesso dell’India a Kabul e, più in generale, all’Asia centrale.

L’India nutre profondi interessi strategici nel porto di Chabahar, che Nuova Delhi stava costruendo prima dello scoppio della guerra. Situato sulla costa sud-orientale dell’Iran lungo il Golfo di Oman, sulla costa Makran della provincia di Sistan e Baluchistan dell’Iran  – a circa 120 chilometri a sud-ovest della provincia pakistana del Baluchistan dal porto di Gwadar, finanziato dalla Cina – è ufficialmente designato come zona Industriale e di libero scambio dal governo iraniano. .

Un porto che non è solo la porta d’accesso dell’India all’Afghanistan e all’Asia centrale, ma anche un concorrente del porto di Gwadar, finanziato dalla Cina, nella provincia pakistana del Balochistan.

L’India ospita fra l’altro anche la terza popolazione sciita più numerosa al mondo, dopo Iran e Pakistan e alcune fonti suggeriscono che rispetto alla popolazione sciita irachena.

Con una politica estera di multi-allineamento, l’India con cautela, cerca un delicato equilibrio tra il mantenimento della neutralità e l’esortazione a tutte le parti a esercitare “moderazione, dialogo e de-escalation”.

Ma, pur mantenendo la neutralità, Nuova Delhi avrebbe potuto emettere una nota diplomatica in cui condannasse, seppur in modo pacato, l’assassinio di un capo di Stato e rammaricandosi, ad esempio, per il sanguinoso attacco alla scuola elementare femminile di Teheran.

Considerata la tradizione indiana del movimento dei non allineati e le sue aspirazioni a guidare il Sud del mondo, ci si attendeva una reazione di Nuova Delhi. Invece nessuna condanna veemente. nessuna dichiarazione forte, o anche solo moderata, a difesa della sovranità iraniana.

Il silenzio stoico dell’India è risultato ancora più evidente considerando che l’India detiene la presidenza dei BRICS nel 2026 e che l’Iran, anch’esso membro dei BRICS, è stato oggetto di un attacco. Di fatto, l’India è forse l’unico membro fondatore dei BRICS a non aver condannato, ad esempio, l’attacco alla scuola elementare femminile di Teheran.

È evidente che l’India sta facendo di tutto per non apparire critica nei confronti della guerra condotta da Stati Uniti e Israele in Iran, al punto che molti commentatori interpretano questo silenzio come un sostegno tattico a entrambi gli schieramenti.

Tuttavia, nonostante questa apparente propensione del governo indiano verso Israele e gli Stati Uniti in questa guerra, i media radiotelevisivi indiani si stanno scagliando con veemenza a sostegno di Teheran e contro gli Stati Uniti.

Alla televisionem mentre l’Iran viene dipinto come un guerriero solitario che difende coraggiosamente la propria sovranità e il proprio amor proprio, gli Stati Uniti vengono rappresentati come un’arrogante potenza imperialista, indifferente alla realtà dei fatti e incapace di comprendere come la guerra in Iran stia spingendo il mondo intero in recessione, a soli quattro anni dalla fine della crisi del coronavirus.

I commentatori dei media televisivi indiani avvertono ripetutamente che l’Iran potrebbe trasformarsi nel prossimo Afghanistan o Vietnam per gli Stati Uniti e li in colpano per la chiusura forzata dello Stretto di Hormuz, vitale per l’approvvigionamento energetico dell’India.

La posizione contraria assunta dai media indiani è sorprendente, dato che sono noti per il loro atteggiamento accondiscendente nei confronti del governo Modi, spesso appoggiando apertamente ogni sua mossa in politica estera. Cosa spiega dunque questa posizione divergente? Esistono due teorie che potrebbero spiegare questa situazione.

La prima è che sarebbe stato lo stesso governo indiano a comunicare implicitamente ai media di esprimere apertamente il proprio sostegno all’Iran per controbilanciare il proprio silenzio sull’aggressione occidentale.

Secondo questa teoria, il governo sta preservando i suoi legami sempre più stretti sia con Gerusalemme che con Washington, ma questo permetterebbe , o quantomeno non frenerebbe, una narrazione mediatica interna che mantiene l’Iran coinvolto e l’opinione pubblica soddisfatta.

È un equilibrio precario: sostegno tattico a Israele nella pratica, ma sufficiente risonanza mediatica a favore dell’Iran per evitare qualsiasi percezione di un vero e proprio tradimento dei vecchi amici di Teheran.

È interessante notare che, mentre i media indiani appoggiano l’Iran, non si sono registrate critiche severe nei confronti del silenzio del governo indiano sulla questione.

La seconda teoria, la più plausibile, è che l’intensità febbrile delle critiche statunitensi nei media indiani rifletta un profondo malcontento nella psiche indiana nei confronti di Washington.

L’opinione pubblica indiana, che fino all’anno scorso era apertamente filo-americana e filo-Trump, è diventata profondamente ostile dopo le ripetute provocazioni di Trump nel corso dell’ultimo anno.

Il Tycoon ha proclamato di aver costretto Nuova Delhi a un cessate il fuoco con Islamabad nel maggio 2025, nonostante le ferme smentite di Nuova Delhi. Si è fatto beffe delle presunte perdite di aerei indiani in combattimento, ha imposto dazi del 50% sulle esportazioni indiane verso gli Stati Uniti (tra i più alti in assoluto), ha fatto pressione sull’India affinché smettesse di acquistare petrolio russo a prezzo scontato e ha rafforzato il prestigio del Pakistan nella politica internazionale attraverso una serie di iniziative che sembrano favorire Islamabad rispetto a Nuova Delhi.

Oggi i media indiani ricordano ripetutamente a Trump le perdite di aerei americani nella guerra con l’Iran (20 finora, tra cui F-35, Super Hornet, E-3 AWACS e decine di droni Reaper) per vendicare le sue ripetute e sarcastiche osservazioni riguardo a sette, otto o addirittura dodici aerei indiani abbattuti dal Pakistan.

 

Le pressioni esercitate dall’amministrazione Trump sull’India affinché interrompesse l’acquisto di petrolio russo, arrivando persino a imporre dazi del 50% sulle esportazioni indiane, sono state profondamente malviste da Nuova Delhi, poiché gli indiani attribuiscono grande importanza alla propria autonomia strategica.

Ma è ben difficile che questa pozione largamente diffusa fra i media – più o meno ispitata da Governo – e l’opinione pubblica indiana possa far uscire Modi dalla sua ambiguità, soprattutto perché il patto sottoscritto con Trump non solo è vincolante – per quanto lo possa essere qualsiasi patto con l’ondivago presidente americano.

Al fondo c’è una svolta del governo indiano sul piano economico che va dall’export agricolo, alle forniture militari a scapito della Russia e a una dipendenza energetica ormai spostata dalla Russia, sui Paesi del Golfo e sull’America.

Questa svolta rappresenta una rinuncia alle posizioni dei BRICS che lascia comunque spazio alla Cina che forse guarda – nel tempo – ad un assetto mondiale differente che Modi teme, nonostante il riavvicinamento diplomatico con Pechino negli ultimi anni.

Ma l’intervento di caccia e missili cinesi nel recente conflitto con il Pakistan – che Trump avrebbe pacificato – nella narrazione delle classi dirigenti indiane in perenne conflitto con il vicino musulmano di Islamabad, probabilmente ha pesato di più rispetto ad altre valutazioni geo politiche. Lo confermano anche gli accordi militari con Israele che – comunque li si guardi – sono stati stipulati in chiave anti islamica.

* Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

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