Politica

Il problema non è l’Afd. E’quando il Centro smette di ascoltare

di Riccardo Bizzarri (*)

 

C’è un errore che la politica europea rischia di ripetere ogni volta che un partito radicale cresce: guardare il risultato e cercare immediatamente un colpevole dall’altra parte. In Germania, però, il voto di questi giorni merita una domanda diversa. Quando l’AfD arriva prima, è davvero soltanto perché i progressisti hanno sbagliato? Oppure dobbiamo avere il coraggio di domandarci se una parte del mondo moderato abbia smesso, semplicemente, di parlare con una parte della propria gente? Il dato tedesco è difficile da ignorare. Nel Meclemburgo-Pomerania Occidentale l’AfD è risultata prima con circa il 38% dei consensi mentre il povero Merz si è fermata al 5,5%, il peggior risultato del partito in un’elezione regionale dal dopoguerra. E pochi giorni prima, in Sassonia-Anhalt, l’AfD aveva ottenuto un’altra storica affermazione, arrivando a 39 seggi su 83.  Numeri che possono essere commentati in mille modi. Ma c’è una domanda che dovrebbe interessare soprattutto chi si definisce moderato, riformista, popolare, pragmatico: perché una parte dell’elettorato non si sente più rappresentata da noi? Perché quando una persona vota contro qualcuno, spesso sta anche votando contro qualcosa che non riconosce più come proprio. Il costo della vita. La paura di perdere il lavoro. La burocrazia. L’immigrazione. La sicurezza. Le periferie dimenticate. La sensazione che le decisioni vengano prese sempre più lontano dalla vita reale. Non significa che le risposte dell’AfD siano necessariamente corrette. E non significa che ogni elettore dell’AfD abbia le stesse motivazioni. Significa una cosa molto più semplice: quelle domande esistono. E se il centro politico non le affronta, qualcun altro lo farà. È la vecchia legge della politica: il vuoto non rimane vuoto. E qui arriviamo al vero paradosso. Per anni abbiamo raccontato che il moderato è colui che evita gli estremismi. Giusto. Ma attenzione: moderazione non significa immobilismo. Non significa proteggere sempre gli equilibri esistenti. Non significa amministrare il consenso di ieri. Non significa salvaguardare pochi per paura di perdere quei pochi. Il moderato vero dovrebbe essere quello capace di tenere insieme il Paese, non quello che finisce per non rappresentare più nessuno. Perché se dici alla gente che tutto va bene quando quella gente vede che tutto bene non va, alla fine non sei moderato. Sei semplicemente distante. E la distanza, in politica, prima o poi diventa un abisso. Bismarck diceva che «la politica è l’arte del possibile». Forse oggi dovremmo aggiungere una seconda regola: la politica è anche l’arte di capire ciò che la gente considera possibile, prima che qualcun altro trasformi quella speranza in rabbia.

 

La storia è piena di classi dirigenti che hanno confuso la propria tranquillità con quella della società. È successo molte volte. Roma antica ci ha lasciato una lezione terribile: quando chi governa smette di comprendere ciò che accade fuori dal palazzo, il problema non è che il popolo cambia idea. È che il palazzo non si accorge che il mondo è già cambiato. E oggi i “palazzi” non sono necessariamente edifici. Sono partiti. Sono apparati. Sono televisioni. Sono élite culturali. Sono gruppi dirigenti. Sono soprattutto quelle stanze dove si parla continuamente di ciò che si pensa che la gente dovrebbe pensare, invece di ascoltare ciò che la gente realmente pensa. Ora una riflessione sulle responsabilità del centro è auspicabile se non obbligatoria. Perché demonizzare il voto degli altri è molto più facile che comprenderlo. E soprattutto è molto più comodo. Il problema è che la politica comoda raramente è politica efficace. La Germania sta mostrando qualcosa che dovrebbe interessare tutta l’Europa: la crescita dell’AfD si intreccia con questioni economiche, costo della vita, immigrazione, sfiducia verso il governo e percezione di una politica incapace di produrre cambiamenti sufficientemente visibili. E nell’est del Paese persistono anche differenze patrimoniali significative rispetto all’ovest, nonostante molti indicatori economici si siano avvicinati dopo la riunificazione. Insomma, non basta dire: «La gente ha votato male.» La domanda seria è: «Che cosa abbiamo fatto noi perché non avesse bisogno di cercare altrove una risposta?» Perché una politica moderata che vuole sopravvivere deve smettere di essere soltanto moderata nei toni. Deve essere coraggiosa nelle soluzioni. Deve parlare all’imprenditore e al pensionato. Al giovane e alla famiglia. Alla periferia e al centro. A chi arriva da lontano e a chi in quel territorio vive da generazioni. Deve difendere l’integrazione senza negare i problemi dell’immigrazione. Deve difendere l’Europa senza ignorare gli errori europei. Deve difendere il mercato senza dimenticare chi nel mercato rischia di rimanere indietro. Deve difendere la sicurezza senza trasformarla in paura. E soprattutto deve avere il coraggio di dire alla propria gente anche le cose scomode. Perché il consenso non si conserva mettendo la testa sotto la sabbia. Si conserva meritandolo. Forse, dunque, la domanda davanti alla crescita dell’AfD non dovrebbe essere soltanto: «Come fermiamo l’AfD?» Dovrebbe essere: «Come facciamo a ricostruire una politica moderata capace di essere nuovamente credibile per milioni di persone?» Perché quando il centro perde il contatto con la società, la società non aspetta il suo ritorno. Cambia strada. Perché la storia, almeno su questo, è impietosa: i popoli raramente abbandonano una classe dirigente in un solo giorno. Prima smettono di ascoltarla. Poi smettono di crederle. E infine smettono di votarla. E forse è proprio qui che dovrebbe cominciare la riflessione dei moderati. Non davanti allo specchio per chiedersi chi ha vinto. Ma davanti allo specchio per chiedersi: «Perché non ci ascoltano più?»

(*) Giornalista

Nella foto La Presse la leader dell’Afd

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