Politica

Il Socialismo di Matteotti? Libero e autonomo, contro ogni deviazione burocratica o illiberale

 

Pubblichiamo l’intervento del Presidente della Fondazione Saragat e Segretario nazionale dei Socialisti e Democratici Umberto Costi alle celebrazioni in ricordo di Giacomo Matteotti a Fratta Polesine

 

di Umberto Costi (*)

 

Sarà la suggestione, o forse sarà quello che la figura di Giacomo Matteotti riesce ancora a suscitare in ognuno di noi… ma trovarmi qui, in questo giardino, mi emoziona profondamente. Perché più che la storia ufficiale in questo giardino  io avverto  la sua vita familiare che si intreccia a quel rigore morale che il fascismo ha tentato invano di cancellare. Respiro il seme della passione che Matteotti, giovane consigliere comunale e provinciale, piantò in ogni comune del Polesine. Intervengo a nome della Fondazione Giuseppe Saragat istituita nel 1988 per custodire l’eredità di un Padre della Repubblica che, come Matteotti, vedeva nella democrazia l’unico orizzonte per un socialismo libero da dogmi e da ogni idolatria rivoluzionaria. Saluto le autorità, le associazioni e i cittadini presenti. Ringrazio la FGS per l’invito rivoltomi; un’organizzazione storica che coltiva la memoria per preparare il futuro. I miei ringraziamenti vanno ovviamente al sindaco di Fratta Polesine, all’assessore alla cultura dott.ssa Cinzia Mantovani, alla direttrice del museo nazionale “Casa Matteotti” prof.ssa Lodovica Mutterle. Saluto l’onorevole Claudio Martelli, del quale ho apprezzato la profondità della sua orazione.

Il mondo in cui Giacomo Matteotti strutturò il suo pensiero fu quello segnato dalla degenerazione imperialista del capitalismo, che culminò con il dramma della Grande Guerra e con l’instaurarsi di dittature sanguinarie: il fascismo e il bolscevismo.                                                                                                                                                                                       Jaurès, Kautsky, Turati ,Treves, Anna Kuliscioff, furono testimoni di quel periodo drammatico. Matteotti giovane consigliere comunale e provinciale si formò alla loro scuola, ma il suo impegno culturale non lo allontanò mai dal contatto diretto con i contadini dei comuni del suo Polesine. Soprattutto dall’insegnamento di Turati, Matteotti derivò la convinzione che il socialismo non fosse un atto di fede, ma una prassi rigorosa che trovava nella legalità parlamentare l’unica via per trasformare la società. In questo senso fu tra gli interpreti più fedeli della definizione che Turati diede del Riformismo: «Il Riformismo è il Socialismo che diviene”.

Se l’attività antifascista dominò la sua vita fino alla morte, essa fu sempre l’espressione di una ferma convinzione: l’adesione senza compromessi a un socialismo umano, libero e autonomo, contro ogni deviazione burocratica o illiberale. Personalità complessa, non amava le fumisterie ideologiche e, al pari di Max Weber, considerava  rigore morale e “l’etica della responsabilità” requisiti necessari per gestire la cosa pubblica. Non aveva una fede trascendente, ma era animato da un profondo senso religioso della vita e della storia, che traduceva in un impegno instancabile;  nullus dies agenti longus est. Secondo Gobetti, egli conosceva Hegel ma ne superò l’astrazione dialettica con il suo innato pragmatismo fatto di costante verifica.

Il 10 giugno 1924, è la data che squarciò il velo sull’abisso imminente. In quei giorni sospesi, dalle pagine di Rivoluzione Liberale, Pietro Nenni ebbe il notevole coraggio di definire l’omicidio di Matteotti un crimine di Stato.

Per anni, la figura del segretario del PSU è stata confinata principalmente all’immagine, pur nobilissima, del martire. Va però ricordato come la riduzione del suo profilo al solo sacrificio sia ormai una fase superata. Ma non per grazia ricevuta !  Il tempo, nel suo naturale dispiegarsi, si fa Storia e da significato agli eventi. E lo fa attraverso avvenimenti che hanno permesso la piena valorizzazione del suo pensiero: la mutata storiografia, il contesto internazionale e l’iniziativa di autonomia socialista  intrapresa sin dal 1976 al Midas da Bettino Craxi e Claudio Martelli.

Come osservò ancora Piero Gobetti: «Matteotti non era un dogmatico, conosceva Marx, non ignorava Hegel, leggeva Leon Blum, conosceva i bilanci dello Stato». Egli portò l’analisi marxista — dal plusvalore allo sfruttamento della forza-lavoro — nelle rivendicazioni dei braccianti del Polesine. Tuttavia per lui, il mercato non doveva essere prerogativa della borghesia ma uno spazio in cui i lavoratori, attraverso l’organizzazione e la solidarietà, potessero vivere e crescere.

Declinò il suo impegno politico su temi ancora oggi all’ordine del giorno. Si oppose con pragmatismo eretico ai dazi voluti dai governi liberali sul grano d’importazione che arricchivano gli “affamatori del popolo”.                                                                                                                                                                   A tal proposito il 21 aprile 1914 scrisse sulle pagine di Lotta: «Siamo liberisti perché siamo socialisti».  La sua posizione non era isolata ma  in linea con quella laburista di Ramsay MacDonald e del socialdemocratico svedese Hjalmar Branting con i quali mantenne sempre un rapporto continuo.                                                                                                                                                   Anche la sua idea di tributazione come strumento di giustizia sociale incontra la nostra contemporaneità. Il suo metodo conosciuto come “metodo Matteotti”, prevedeva tassazione progressiva sulla ricchezza, tassazione dei  sovraprofitti di guerra e abolizione dell’anonimato bancario. Rimase inascoltato.

Mi avvio alla conclusione. Ciò di cui abbiamo parlato tocca nel profondo il mio sentire politico e civile; vorrei condividere con voi un pensiero più intimo, che mi giunge dalle parole di sua moglie, Velia Titta.

Nei versi strazianti della sua poesia Il cimitero abbandonato, composti da Velia nel 1906, appena sedicenne, ben sei anni prima di incontrare Giacomo , sembra già prefigurarsi il  tragico futuro: “Non c’è marmo che pianga la vita che rinserra, sopra la nuda terra non c’è orma di vanga”  Un presagio oscuro alla ragione umana che, rileggendo oggi quei versi, appare come una drammatica evocazione del fango della Quartarella.

Nel segno di questo dramma, voglio  lasciarvi  con le parole che Giuseppe Saragat, pronunciò nel trentesimo anniversario del martirio: «Come certi profili di montagna delineano nell’immaginazione fervida del popolo figure leggendarie, così ai vertici della vita morale e politica del nostro Paese si staglia, sempre più nitida, la figura del primo segretario del Partito Socialdemocratico Italiano : Giacomo Matteotti.                                                                                                                                                                                                                                              

(*) Presidente Fondazione Saragat

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