Primo piano

Il tramonto dei furbi: anatomia di un sistema in crisi

 

di Fulvio Barion

 

 

Incipit: L’Italia di oggi non attraversa una semplice congiuntura economica o un normale avvicendamento politico. Il Paese è stretto nella morsa di un sistema di potere che, per decenni, ha scambiato la propria sopravvivenza con il sacrificio del merito, della verità e della dignità nazionale. Dalla gestione arbitraria della giustizia alla politica ridotta a rissa verbale, fino alla svendita delle leve del comando economico: ciò che segue è l’analisi di un “sistema” che ha vissuto vendendo aria, e che oggi, sentendo il terreno franare sotto i piedi, reagisce con la ferocia di chi vede il proprio banchetto giungere al termine. È giunto il momento di chiamare le cose con il loro nome.

  1. La giustizia delle “compatibilità” e il sacrificio degli innocenti

La giustizia in Italia non cerca la verità: cerca la “tenuta”. È questa la scoperta brutale che ogni cittadino fa quando capisce che il destino di un uomo non si gioca sulla forza delle prove, ma sulla capacità di una narrazione. Casi come quello di Garlasco, la tragedia di Enzo Tortora o l’incubo di Giuseppe Gulotta non sono incidenti di percorso. Sono le vittime sacrificali di un sistema che ha trasformato il principio in dubio pro reo in un optional, sacrificando la libertà individuale sull’altare di un bisogno sociale di chiudere i casi a ogni costo. Il problema è la discrezionalità: quando chi giudica non risponde degli errori e la carriera dipende dalle relazioni, il cittadino diventa carne da macello. Abbiamo trasformato la giustizia in un “Turnomatic” manomesso da chi ha il potere di decidere chi deve essere scartato. Serve un’epoca di legalità meccanica, dove l’interpretazione soggettiva sia ridotta al minimo, per fermare il massacro degli innocenti.

  1. La politica dell’immondizia e il fallimento della decenza

Se la giustizia è diventata una lotteria, la politica ha smesso di essere un confronto per diventare una guerra totale. Assistiamo a un imbarbarimento della dialettica che ha inaugurato un metodo basato sulla sopraffazione: non si discute sulle idee, si ricorre all’insulto e alla denigrazione personale per delegittimare l’avversario. Questa è la politica dell’immondizia. È una pratica che non produce ricchezza, ma solo risentimento. Si sceglie un bersaglio, lo si demonizza e si accetta che ogni mezzo sia lecito per “abbatterlo”. Chi dovrebbe fungere da argine a questa deriva troppo spesso si volta dall’altra parte, giustificando lo scempio per convenienza. Questo metodo serve a coprire l’incapacità di offrire soluzioni concrete: è più facile sguazzare nel fango che misurarsi con la realtà. Un Paese che si nutre di spazzatura verbale è un Paese che si condanna all’irrilevanza.

III. La svendita della primogenitura e l’illusione europea

La parabola dell’Italia degli ultimi trent’anni è la storia di una scommessa persa: la trasformazione da nazione industriale protagonista a spettatore subalterno. La fissazione del tasso di cambio tra Lira ed Euro nel 1999 è stata il momento in cui la nostra architettura economica ha subito la trasformazione più radicale. Mentre altri partner europei entravano nella moneta unica in condizioni di oggettivo vantaggio, l’Italia ha accettato di competere con un cambio che non teneva conto della reale produttività nazionale. La sovranità, un tempo strumento per proteggere il lavoro, è stata sostituita da un meccanismo di “svalutazione interna” che ha pesato solo sui lavoratori. Il punto critico è etico: quanto di questo processo è stato un errore e quanto una scelta deliberata di una classe dirigente che inseguiva poltrone e prestigio internazionale, “vendendo” la nostra primogenitura per un piatto di lenticchie? Chi ha costruito la propria carriera sul servilismo verso diktat esterni è oggi il primo a temere il ritorno a una visione nazionale del lavoro.

  1. La crisi di liberazione e la fine del banchetto

Siamo giunti al punto di rottura. L’Italia non vive una semplice crisi di governo, ma un processo di liberazione. Il conflitto attuale non nasce da divergenze su una legge ordinaria, ma da un corto circuito nel sistema di potere che per decenni ha banchettato alle spalle del bene comune. Hanno venduto “aria” spacciandola per “oro” e hanno gestito il Paese attraverso la discrezionalità, l’unica moneta che permette di comprare e influenzare. Oggi, quel “guadagno” è ridotto a zero. Il tentativo di riprendere le redini della sovranità ha scatenato la reazione rabbiosa di chi temeva che il banchetto non finisse mai. La cosiddetta “opposizione” diventa lo strumento di interessi che temono l’unica cosa in grado di distruggere il loro potere: la trasparenza. La vera sfida non è solo economica, ma culturale: spezzare le catene di una burocrazia che non risponde al cittadino, ma a logiche di casta. Liberare l’Italia significa riprendersi la dignità di un popolo che non vuole più essere governato da venditori di aria, ma da leggi certe. Il tramonto dei furbi è iniziato.

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