Intervista esclusiva a Jaemette Rivero, nipote di Gonzalo Barrios, già vicepresidente della Repubblica venezuelana prima dell’arrivo di Chavez
di Riccardo Bizzarri (*) giornalista
di Geremia Bizzarri
Ci sono Paesi che non muoiono per una guerra, ma per una lenta occupazione dell’anima. Il Venezuela è uno di questi. A raccontarlo è Jaemette Rivero, venezuelana, oggi residente in Italia (precisamente a Ferrara) nipote di Gonzalo Barrios, storico uomo politico, vicepresidente della Repubblica prima dell’era chavista, testimone diretta di una frattura che ha attraversato famiglie, patrimoni, identità. L’incontro avviene lontano da Caracas in Italia a Ferrara ma il Venezuela è presente in ogni frase, come una casa lasciata di corsa, con la porta ancora aperta.
Jaemette, lei viene da una famiglia storica del Venezuela. Quando inizia la rottura?
«Noi fuggiamo dalla nostra terra dopo il colpo di stato di Chávez. È lì che comincia tutto. La mia era una famiglia presente in Venezuela da generazioni. Mio zio, Gonzalo Barrios, era il fratello di mio nonno ed è stato vicepresidente della Repubblica. Eravamo una famiglia conosciuta, esposta. E quando Chávez sale al potere, quella esposizione diventa un bersaglio.»
In che senso?
«Nel senso più concreto possibile: volevano prendere tutto. Non solo a noi, ma a tutto il popolo venezuelano. Ai ricchi, a chi stava bene, a chi aveva costruito qualcosa. La casa non era più tua: diventava dello Stato, cioè di Chávez. Da lì è iniziata una tragedia quotidiana.»
Tragedia fatta di cosa?
«Di mancanze. Una cosa dopo l’altra. Mancava il cibo, mancava questo, mancava quello. Fino al punto in cui non c’era più nulla. A un certo momento ho guardato mia figlia e ho detto: “Andiamo via. Almeno posso garantirti una vita tranquilla”. È stata una scelta di sopravvivenza.» Oggi il Venezuela ha oltre il 90% della popolazione che vive in povertà, circa il 50% in povertà estrema. Il salario minimo è inferiore a 3 euro al mese. Non all’ora. Al mese. Questi numeri non descrivono una crisi: descrivono il collasso di uno Stato.
Oggi si parla molto di Maduro. Lei come lo descriverebbe?
«Maduro va al potere quando Chávez muore. Ma non è stato eletto davvero: Chávez lo ha messo lì prima di morire, come fosse un’eredità. Era la sua mano destra. Il suo facchino, mi perdoni il termine. Un uomo completamente impreparato.
Addirittura?
«Maduro non ha nemmeno finito la quinta elementare. Questo le dice tutto. Non è una persona formata, non è un leader. Eppure è diventato un dittatore. Chávez e Maduro andavano d’accordo perché Maduro era funzionale al sistema: obbediva.»
Molti sostengono che dietro la crisi venezuelana ci sia solo il petrolio e l’interesse degli Stati Uniti.
«È una semplificazione comoda e ideologica che ignora completamente la realtà.
Il petrolio venezuelano è sempre stato nazionalizzato per legge. Una legge, tra l’altro, scritta da mio bisnonno, Gumersindo Torres.
Quello che esisteva prima di Chávez erano concessioni legali a compagnie internazionali, americane, europee, anche italiane e francesi che investivano capitali, tecnologia, infrastrutture.
Con Chávez quelle concessioni sono state espropriate senza alcun indennizzo. Questo è un fatto, non un’opinione. In Venezuela oggi ci sono Russia e Cina. Il Paese è ricchissimo di petrolio, oro, minerali strategici. E chi li sta portando via non sono gli americani: sono Cina e Russia. Le nostre risorse naturali stanno uscendo dal Paese sotto gli occhi di tutti.»
E Cuba?
«Il Venezuela regala circa cento barili di petrolio al giorno a Cuba. E Cuba cosa fa? Li rivende ad altri Paesi. Nel frattempo, in Venezuela non c’è elettricità, non c’era benzina, la gente faceva ore di fila. A Cuba la benzina c’era. Non per il popolo, ma per il potere.»
Nonostante tutto, lei oggi parla di speranza.
«Sì. Quello che sta succedendo adesso, se tutto va bene, è una liberazione. È il momento di tornare a casa. Di ricostruire.»
Ricostruire anche economicamente?
«Assolutamente sì. Io lo dico da anni: questo è il momento di investire in Venezuela. Oggi con 40 mila dollari compri un appartamento a Margarita. Tra due anni ne varrà 200 mila. Venezuela diventerà una potenza, di nuovo.»
Lei tornerebbe a vivere lì?
«Sì. Mia madre ha 85 anni, vive in America e mi ha chiamato piangendo: “Voglio tornare a casa”. Io le ho detto: “Anch’io”. Tutti i venezuelani vogliono tornare. Non per nostalgia, ma per dignità.»
Che Paese era il Venezuela prima?
«Era un lusso viverci. Le università, i medici, le cliniche private erano eccellenze. Non eravamo il Paese che oggi viene raccontato come fallito. Eravamo una potenza.»
Oggi, in Europa, si vedono manifestazioni pro Maduro. Lei cosa ne pensa?
«Che non sono venezuelani. Sono persone pagate. È successo in Italia, a Torino, è successo in America, a Oslo. Usano la nostra bandiera, ma non sono il nostro popolo. Il nostro popolo è scappato, ha fame, vuole tornare
Questa non è stata un’intervista comoda. È una testimonianza che costringe a guardare in faccia una realtà più complessa e più tragica.
Il Venezuela non è il simbolo di una resistenza è il simbolo di uno Stato saccheggiato in nome di un’ideologia.
