Economia e Lavoro

Industria: Fiom, +50 mln ore Cig tra 2024 e 2025, 23 mln in primo trimestre

 

In Italia, si evidenzia una ripresa occupazionale ancora inferiore ai livelli del 2008 a causa di un’evidente debolezza strutturale e di lungo periodo, che devono essere affrontate attraverso adeguate politiche industriali. La produzione industriale mostra un arretramento di lungo periodo in quasi tutti i settori (in particolare nella siderurgia, nell’automotive, nell’elettrodomestico), ad esclusione di aerospazio, navalmeccanica e difesa. Tali andamenti risultano confermati dai dati sull’utilizzo degli ammortizzatori sociali. Tra il 2024 e il 2025 le ore di cassa integrazione passano da 260.382.235 a 308.858.366 nel 2025, con una crescita quindi di quasi 50 milioni (48.476.131) di ore in più di cassa integrazione. Le ore autorizzate nel 2025 corrispondono ad una media mensile di oltre 148mila posti di lavoro. Nei primi mesi tre mesi del 2026, il numero medio mensile di ore di cassa integrazione autorizzate è di circa 23 milioni di ore, che corrispondono a quasi 133mila posti di lavoro. Sono alcuni dei dati del Centro studi Fiom illustrati da Matteo Gaddi all’assemblea dei delegati in corso a Bari. Per la Fiom, le debolezze strutturali dell’industria metalmeccanica italiana possono essere riconducibili alla piccola dimensione d’impresa; all’incompletezza delle filiere industriali; all’inadeguatezza della struttura industriale a fronte della doppia transizione; al crollo dei settori industriali di produzione dei beni di consumo di massa; ad un livello molto basso di investimenti; alla doppia dipendenza dall’estero, sia nelle importazioni che nelle esportazioni. In questo quadro – sollecita il sindacato – si rende necessario un forte intervento pubblico nell’ambito delle grandi transizioni digitali, ecologiche e produttive. Senza una direzione politica chiara, le transizioni rischiano di rafforzare le disuguaglianze esistenti e di accentuare le fragilità del sistema produttivo. “È urgente intervenire per scongiurare un processo di deindustrializzazione, oltre che delocalizzazioni e acquisizioni da parte di società straniere e, soprattutto, fondi finanziari speculativi. L’idea centrale è una politica industriale pubblica e programmata, capace di orientare gli investimenti verso i settori strategici, rafforzare e completare le filiere interne e ridurre la dipendenza dall’estero in comparti chiave come siderurgia, automotive, semiconduttori, energia”, sottolinea la Fiom. A tal fine occorre bloccare i processi di deleocalizzazione delle produzioni industriali; introdurre una regolazione sul local content stabilendo che un prodotto debba essere realizzato almeno per l’80% internamente (80% delle ore di lavoro dirette e indirette); prevedere il blocco dei licenziamenti anche mediante l’impiego di un ammortizzatore sociale straordinario e con strumenti come la formazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Inoltre, per il sindacato, servono politiche industriali che perseguano l’obiettivo della piena occupazione di qualità, e che per questo devono essere fondate su un forte intervento pubblico diretto dello Stato, sul controllo delle filiere, sugli investimenti strategici e sulla partecipazione democratica dei lavoratori. Al tempo stesso vanno definiti i nuovi strumenti di politica industriali: la pianificazione, l’intervento pubblico, un’agenzia pubblica per la R&S (ricerca e sviluppo). La pianificazione è fondamentale per progettare filiere industriali complete e verticalmente integrate, progettando quindi i necessari investimenti in capacità produttiva. L’intervento pubblico va realizzato in tre modi: come partecipazione al capitale sociale (equity) delle imprese strategiche; tramite la costituzione e l’utilizzo di fondi di investimento pubblici finalizzati a promuovere forme di aggregazione delle imprese; attraverso fondi pubblici di investimento che entrino nelle joint venture da costituire con soggetti industriali esteri che intendono investire in Italia.

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