dI Riccardo Bizzarri (*)
Qualche settimana fa feci un editoriale dal titolo Iran-USA: barattare il nucleare per l’impunità? Il vero patto sotto traccia e secondo fonti anonime e obscurati articoli “insider”, durante le trattative condotte tra Usa e Iran – in particolare quelle simulate tramite l’inviato Steve Witkoff – Teheran avrebbe effettivamente mostrato segnali di estremo cedimento: offrendo il disarmo nucleare in cambio di una garanzia implicita sulla sopravvivenza del suo sistema teocratico. Una mossa disperata, considerata l’unico modo per evitare il collasso totale, interno ed esterno. Ma qualcosa è andato storto…
Il Washington Post e il Wall Street Journal rilanciano l’idea che le fasi diplomatiche con l’Iran servivano come smoke screen per consentire un attacco lampo israelo-statunitense: l’operazione “Rising Lion” sarebbe partita proprio mentre si tenevano i colloqui, suggerendo che fossero progettati per ingannare Teheran . Israele avrebbe approfittato degli incontri per raccogliere informazioni e posizionare asset militari. I generali iraniani uccisi sono stati presi di sorpresa, come in un colpo di mano chirurgico.
Dopo aver oscillato tra una posizione potenzialmente diplomatica e la supina adesione a Netanyahu, Trump avrebbe in realtà usato una tattica calcolata e bifronte: lasciare aperto un canale negoziale mentre dava via libera agli israeliani per colpire dentro Teheran . Gli analisti considerano questi vagheggiamenti una retorica camuffata: Trump avrebbe voluto costringere l’Iran a scegliere tra accordo o estinzione .
Se da un lato l’obiettivo dichiarato è di neutralizzare il nucleare, le azioni, come i blitz su infrastrutture e canali dello IRGC, puntano al collasso dell’apparato clericale. Secondo il New Yorker e Vox, la scelta dei target israeliani mira a sbriciolare le fondamenta militari e ideologiche del regime, in vista di un potenziale cambio, o quantomeno indebolimento, della leadership .
Il piano tradisce le stesse dinamiche celate fin dagli anni ’50: CIA e MI6 hanno orchestrato il colpo di Stato contro Mosaddegh nel 1953 per preservare gli interessi occidentali. Operazioni come “Merlin” (condivisione simulata di know-how atomico) testimoniano che dietro le quinte, Washington ha agito come un architetto di un falso disarmo, con l’effetto inverso. Oggi, secondo stesse logiche, Usa/Israele avrebbero strutturato la crisi Iran come un gioco a incastro, con diplomatici come burattini.
Dietro tutta l’operazione si intravede una regia molto più ampia:
- Le lobby militari israeliane e statunitensi, spesso legate alla produzione bellica, avrebbero fatto pressione affinché il confine tra diplomazia e guerra venisse cancellato.
- Alcuni documenti interni (non confermati ufficialmente, ma filtrati online) suggeriscono che l’offerta iraniana fosse stata rifiutata su richiesta di apparati dell’intelligence occidentale, contraria a qualsiasi “piano B” pacifico .
Se l’Iran era pronto a barattare il regime col disarmo, l’attacco israeliano, orchestrato sotto il velo diplomatico, lo ha spinto verso l’angolo. Khamenei ha sciolto la fatwa contro le armi nucleari (1995–2005) durante una riunione con comandanti dell’IRGC, indicando come lo stato si senta minacciato da una guerra per la distruzione totale .
Ormai siamo oltre il punto di non ritorno: o la teocrazia darà spazio ad un “Ayatollah moderato” appoggiato dall’Occidente, come in Siria con influssi turchi, oppure il sistema si chiuderà su se stesso, armando una corsa clandestina verso la bomba. Ma parliamoci chiaro e mi assumo le responsabilità delle mie affermazioni i negoziati sono stati studiati nel dettaglio per coprire blitz e l’intelligence Usa/Israele pronti a entrare in campo.
L’ipotesi più inquietante è che il disarmo fosse solo una trappola: un’offerta iraniana di sopravvivenza usata da Usa e Israele come pretesto per lanciare l’attacco, in vista di un cambio di regime. Dietro la sceneggiatura si annidano vecchie trame della CIA, spinte economiche e religiose, e un piano già collaudato: far tremare un regime da decenni ostile all’Occidente. Ora, si profila l’inevitabile svolta: o l’Iran cede, o la teocrazia implode in un’escalation nucleare.
(*) Giornalista
