È ben difficile parteggiare per il Governo degli Ayatollah e la loro sanguinaria dittatura è certamente invisa alla stragrande maggioranza della popolazione iraniana. Tuttavia, chi conosce quel Paese sa anche che è molto diffuso il sentimento nazionale e che un attacco dall’esterno, anziché indebolire quel sistema potrebbe addirittura, almeno temporaneamente, rafforzarlo.
di Dario Rivolta (*)
Lo scorso 31 ottobre la capa dell’National Intelligence americana Tulsi Gabbard dichiarò la fine della politica estera che era consistita in “rovesciare i regimi, cercare di imporre ad altri il nostro sistema di governance, intervenire in conflitti raramente capiti e andarsene con più nemici che alleati” (https://www.dni.gov/index.php/news-room/speeches-interviws/speeches-2025/4123-dni-gabbard-remarks-at-iiss-manama-dialogue-2025). Secondo lei, il risultato fu: “decine di miliardi spesi, innumerevoli vite perse, la creazione di pericoli maggiori e la nascita di un terrore islamico come l’ISIS”. Secondo i dati ufficiali rilasciati dal Congressional Research Service (è una sorta di “centro studi” apartitico interno che aiuta il Congresso statunitense a prendere decisioni informate: https://congress.gov/crs-product/R42738), gli USA tra il 1991 e il 2022 hanno condotto almeno 251 azioni militari, senza contare gli interventi della CIA e i tentativi, riusciti o falliti, di vari colpi di stato. Le ragioni fornite nella maggior parte dei casi riguardarono la lotta al terrorismo o l’aiuto a “popoli oppressi” per portare libertà e democrazia. È bene ricordare che il premio Nobel per la pace (sic!) Barack Obama autorizzò alcune centinaia di “assassinii preventivi” attraverso i droni e che i civili uccisi in queste operazioni furono considerati soltanto “danni collaterali”.
Vittime come siamo di giornalisti venduti, o pavidi, o semplicemente stupidi, potremmo dubitare che tutto ciò corrisponda ai fatti perché ci è stata imposta la “verità” che gli USA, e noi Occidentali in genere, siamo i “buoni” e gli altri sono la malvagità per eccellenza. Allora ricapitoliamo solo alcuni dei maggiori eventi: 1991- guerra del Golfo,1992-No-fly zone in Iraq, 1992/1994 Schieramento militare in Somalia, 1993- missili su Baghdad, 1994-militari ad Haiti, 1994/1995- bombardamenti su Bosnia-Erzegovina, 1998 -raid aereo in Sudan, 1999- guerra NATO contro la Serbia, 2001/2021- guerra NATO in Afghanistan, 2003-guerra contro l’Iraq, 2011-guerra NATO contro la Libia, dal 2014-guerra contro l’ISIS, dal 2015—operazioni militari in Yemen, dal 2017-militari schierati in Siria, 2020-uccisione del generale iraniano Soleimani, 2024-bombardamenti contro gli Houthi in Yemen, 2024-attacco in Iran contro le Guardie Rivoluzionarie, 2025-con Israele, bombardamenti sulle strutture nucleari iraniane.
Sempre secondo la Gabbard, Trump era stato democraticamente eletto dagli elettori americani per porre fine a tutto ciò. Peccato che, come tutti gli esperti mondiali di politica internazionale sanno, l’affondamento di navi venezuelane nei Caraibi e il “prelevamento” del Presidente Maduro non ha mai riguardato i dichiarati traffici di droga ma l’obiettivo di “cambio di regime” a Caracas. Così come l’aggravamento dell’assedio a Cuba non è connesso alla volontà di libertà del popolo cubano, bensì al desiderio di Trump di garantirsi la realizzazione dell’aggiornata “dottrina Monroe” nel “giardino di casa” che per loro è tutto il continente americano. Intenzione ancora più esplicitata quando, recentemente, ha dichiarato che gli USA avranno il possesso dell’isola, “possibilmente” in modo pacifico. Lo stesso vale per le dichiarazioni in merito alla Groenlandia.
Oggi assistiamo all’inizio della guerra aperta contro l’Iran, in compartecipazione con l’Israele di Netanyahu, nonostante trattative diplomatiche (?) ancora aperte a Ginevra. In questo caso, la motivazione sarebbe che occorre impedire a tutti i costi che l’Iran si possa dotare della bomba atomica e si vanta la certezza che lo stia facendo. Ovviamente chi scrive non è in grado di confermare o di smentire che esista davvero un programma nucleare-militare iraniano che abbia il fine di creare una propria “bomba” ma è difficile per chiunque dimenticare alcuni fatti precedenti che invitano a dubitare di quanto affermato dagli americani e dagli israeliani.
Partiamo dalle negoziazioni di Rambouillet del 1999 tra kossovari e serbi con la presenza di mediatori internazionali di NATO, Unione europea e Gruppo di Contatto (USA, Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Russia). Tali colloqui avrebbero dovuto scongiurare la guerra contro Belgrado. All’epoca, il nostro Ministro degli esteri che partecipava all’incontro era Lamberto Dini che in seguito mi confidò che le condizioni imposte dagli americani erano tali che nessuno Stato sovrano avrebbe mai potuto accettarle e, infatti, la Serbia non lo fece. I bombardamenti della NATO divennero così, ufficialmente, giustificati. Non è impossibile pensare che qualcosa di simile sia ciò che è avvenuto in questi giorni a Ginevra.
Se vogliamo poi approfondire quali menzogne hanno dato alibi, seppur fasulli, ad alcune guerre ricordiamo:-finte fosse comuni di kossovari (smentite poi da una missione internazionale di medici inviati dal International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia- ICTY) per poter accusare la Serbia di tentato “genocidio” Si scoprì che i cadaveri trovati in fosse comuni risalivano al conflitto già iniziato e che la maggior parte delle presunte “fosse” era solo terra volutamente smossa affinché i satelliti la potessero denunciare come luoghi di sepoltura collettiva.
.” I neonati strappati dalle incubatrici” nella prima guerra del Golfo. Una testimonianza della giovane kuwaitiana Nayirah affermò davanti al Congresso USA che soldati iracheni avevano ucciso neonati togliendoli dalle incubatrici in un ospedale del Kuwait. Successivamente si scoprì che la testimonianza era stata organizzata da una società di pubbliche relazioni ma questa storia contribuì a creare consenso per la Guerra del Golfo.
-Armi di distruzione di massa in Iraq (2003). Stati Uniti e alleati sostennero che il regime di Saddam Hussein possedesse armi chimiche e nucleari ma le ispezioni internazionali non trovarono tali armi dopo l’invasione del 2003. Le conclusioni delle commissioni d’inchiesta negli USA e nel Regno Unito indicarono che le informazioni di intelligence furono volutamente false.
Ora, come affermato poco sopra, chi scrive non ha sufficienti informazioni per confermare o smentire le reali o presunte azioni iraniane in merito alla preparazione di ordigni nucleari ma ciò che tutti sanno è che Israele ne possiede davvero e che da sempre Netanyahu spinge affinché gli USA attacchino, assieme a loro, Teheran. Un’altra accusa lanciata da Trump per giustificare l’intervento sarebbe che gli iraniani possiedono missili in grado di colpire l’Europa e perfino il territorio degli Stati Uniti, ma ciò è evidentemente falso e nessuno studioso militare in buona fede confermerebbe le dichiarazioni del Presidente americano.
Quel che sembra invece chiaro a tutti è che sia Israele sia gli USA puntano attraverso questa guerra a un cambio di regime e le altre motivazioni sono, probabilmente, sopravvalutazione o semplici alibi. È ben difficile parteggiare per il Governo degli Ayatollah e la loro sanguinaria dittatura è certamente invisa alla stragrande maggioranza della popolazione iraniana. Tuttavia, chi conosce quel Paese sa anche che è molto diffuso il sentimento nazionale e che un attacco dall’esterno, anziché indebolire quel sistema potrebbe addirittura, almeno temporaneamente, rafforzarlo. Comunque sia, è ben difficile che questa guerra finisca in poco tempo e che gli iraniani non siano in grado di procurare molti danni sia agli americani nella regione sia alla stessa Israele. Senza contare il rischio di un allargamento del conflitto.
Come in tutte le guerre, le notizie che ci arriveranno dai vari media non ci racconteranno mai la verità ma soltanto ciò che fa comodo a chi controlla la comunicazione. A questo proposito, i lettori dei nostri giornali e i radio-telespettatori italiani dovrebbero sapere che negli anni ’70 un senatore americano dell’Idaho, tale Frank Church, ottenne di creare una commissione del Senato che scoprì che ben 400 giornalisti ufficialmente indipendenti erano sul libro paga della CIA e scrivevano ciò che veniva loro suggerito. Nel 1963 il Presidente Harry Truman scrisse: “Quando io fondai la CIA non avrei mai immaginato che perfino in tempi di pace avrebbe potuto associarsi ad oscuri complotti”. E, invece, il sistema ha continuato ad esistere e i giornalisti a essere “coinvolti”. È questa una parte del cosiddetto “deep State”? Se lo è, non accade solamente negli USA.
(*) Già Parlamentare, analista geopolitico ed esperto di politica e commercio internazionali
