di Giuliano Longo (*)
L’Iran, nonostante la morte del suo leader, sta reagendo all’attacco di Stati Uniti colpendo maggiormente le basi americane in Medio Oriente ed Israele e bloccando, come previsto, lo stretto di Hormuz.
Fino a quando potrà resistere è difficile dirsi, quello che è certo invece è, come annunciato da Trump ieri, che dai pochi giorni dal Blitz sperato, si prevede già un mese e forse più di conflitto, a dimostrazione che gli alleati hanno il polso delle capacità di resistenza iraniane.
Ma ciò che accadrà in seguito dipende, prima di tutto, da diversi fattori.
La prima domanda è se gli americani riusciranno a “reclutare” una nuova leadership iraniana o ad orchestrare il rovesciamento di quella attuale con proteste o ribellioni. Non ci sono ancora segnali visibili che gli eventi si stiano muovendo in questa direzione, tuttavia nessuna opzione può essere esclusa.
In secondo luogo bisognerà vedere se la Cina fornirà all’Iran assistenza su larga scala dato che l’altro alleato dell’Iran, la Russia, sta impegnando tutte le sue risorse nella guerra in Ucraina.
Un intervento di Pechino potrebbe essere simile all’assistenza finanziaria e militare che l’Occidente ha fornito a Kiev dall’inizio dell’invasione russa. Nel caso dell’Iran, la Cina potrebbe fornire missili e altre armi – per garantire che non si esauriscano per mesi, il che renderebbe inutile la continua campagna aerea di Stati Uniti e Israele.
Senza contare l’intelligence per identificare gli obiettivi e sostegno finanziario diretto al bilancio iraniano per mantenere la stabilità del suo fronte interno, anche se l’economia è paralizzata dai raid aerei.
Se fra gli obiettivi degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran c’è quello di stabilire il controllo completo sulle risorse petrolifere del Golfo Persico condizionando la Cina, minacciata sul piano energetico, potrebbe assumere atteggiamenti più duri, anche solo fatte quattro righe dei costi economici e geopolitici.
Ma obiettivamente a Pechino occorre una rapida soluzione del conflitto poiché non è certo disposta a cadere nelle mani del Cremlino con la sua quasi dipendenza assoluta da Mosca in termini energetici.
Pur senza essere Frate Indovino, non è improbabile che il conflitto in un modo o nell’altro si concluda entro la visita di Trump a Pechino prevista ad Aprile, su per giù il periodo indicato da The Donald per la conclusione del conflitto, guarda caso.
Ma significa anche che gli Stati Uniti non possono dilazionare la conclusione del conflitto a poco più di otto mesi dalle elezioni di medio termine che segnano già qualche scricchiolio sul consenso al Presidente,.
Anche se a causa gli aspetti economici e inflazionistici e certamente non per la guerra in corso, anche se qualche bara tornerà negli States. – This is America yeah yeah! (dall’omonimo inno americano).
Pechino non vuole un mutamento radicalizzato nei rapporti con gli Usa e tanto meno può inimicarsi l’Europa e gli stati del Golfo, non è quindi escluso che dopo le proteste di rito – come quelle di Putin – .il Presidente Xi stia attivando quella diplomazia sotterranea con Washington che gli ha evitato – anche con le precedenti amministrazioni – scontri radicali.
Se a scapito del regime iraniano si vedrà, dipenderà da quella opposizione interna al regime – certamente non alle piazze – che forse sta già cercando un compromesso per evitare la propria distruzione oltre a quella dell’Iran, sempre che il “Terminator” Bibi sia d’accordo.
Teheran, che sta attualmente concentrando i suoi attacchi principalmente sui paesi del Golfo Persico, non ha nemmeno la forza di prolungare a tempo indefinito il blocco dello Stretto di Hormuz, ma ha ancora la forza di creare gravi danni alle Borse e alla stabilità dei costi petroliferi che danneggiano Cina, in primo luogo, e l’india – ovvero quasi un terzo della popolazione di questo Pianeta.
Non a caso l’Iran sta danneggiando non solo i grandi produttori del Golfo Persico, alcuni dei quali addirittura aderenti ai BRICS che sino dimostrati assolutamente impotenti. Tuttavia Trump che è un bullo ma non uno scemo, ha tenuto conto di queste conseguenze che peraltro non sembrano danneggiare gli Stati Uniti, ma solo l’Europa e il sud est asiatico non cinese, vassalli fedeli più che alleati.
Ma torniamo al titolo d’apertura: come la guerra in Iran può condizionare anche quella in Ucraina?
Negli ultimi giorni, in Russia si è scritto molto su come gli eventi in Iran abbiano dimostrato che “i negoziati con gli americani sono impossibili, poiché li stanno usando come copertura per prepararsi alla guerra”.
Tuttavia, i negoziati attualmente in corso con la partecipazione degli Stati Uniti sono fondamentalmente diversi da quelli condotti da Washington con l’Iran, che solo ora si rivelano finalizzatti alla preparazione dello scontro – opzione che vale anche per l’Iran.
Ma la differenza rispetto ai negoziati per l’Ucraina è radicale poiché nonostante le minacce, la posizione di Trump non gioca, per ora, a sfavore di Putin che , come ha recentemente affermato Zelenskyy, sta facendo pressione su Kiev affinché ritiri le sue Forze Armate ucraine dal Donbass.
Ma paradossalmente questa guerra in Iran gioca anche a favore di Kiev evitandole temporaneamente gli “amichevoli consigli” di Trump – in tutt’altre faccende affaccendato – affinchè molli a Putin almeno il Donbass. Questo il motivo per cui Zelensky ha accolto con servile favore l’inizio della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, addirittura suggerendo il supporto militare ucraino, che sarebbe meglio destinasse a casa sua vista la situazione al fronte. .
Ma se Trump ottenesse un rapido successo in Iran, i “falchi” presenti nella sua amministrazione lo spingerebbero a misure radicali contro Mosca di dicendogli, su per giù: “bravo…hai visto ancora una volta come si fa a piegare chi non è d’accordo con l’America?
Ma la guerra in Iran comporta anche rischi enormi per l’Ucraina.
Cominciamo col sottolineare che, oltre alle due opzioni sopra descritte (una rapida vittoria degli Stati Uniti o una guerra prolungata) ne esiste una terza: una rapida fine della guerra senza un cambio di governo in Iran, tale a determinare una via di mezzo fra una trionfale vittoria USA e una sorta di compromesso.
Se questa opzione emergesse, non influenzerebbe in modo significativo l’attuale equilibrio dei negoziati sull’Ucraina e le posizioni del Presidente americano che comunque compenserebbe l’impatto di un esito deludete della Guerra del Golfo chiudendo in tutta fretta quella in Ucraina.
Ormai abbiamo imparato dalla volubilità del Tycoon che lui vince sempre, anche se dice bugie.
Per ora l’astuto Putin abbozza, protesta si, ma non pare garantisca a Teheran un continuo flusso di armi, ma siccome esiste il patto strategico sottoscritto l’anno scorso con gli iraniani, qualcosa dovrà pur fare per prolungare un conflitto che gli garantisce l’export del suo petrolio. Ma niente di più.
Per inciso concedeteci un divertissement citando la posizione europea che intende strozzare la Russia proprio sul petrolio in vario modo esportato, e poi plaude, più o meno alla aggressione – perché di questo si tratta – all’Iran che sta facendo esportare più petrolio a Putin.
Ma tornado alle cose serie, qualunque sia l’esito del confitto, anche con la definitiva debacle dell’Iran, i rapporti di forza geopolitici – già incrinati – non saranno più gli stessi. Poiché in primo luogo la Cina, dalla memoria lunga e millenaria, prenderà atto che la competizione geopolitica ed economica con l’America sarà pur sempre basata sui reciproci quanto instabili, rapporti di forza. – con o senza Trump – e continuerà a riarmarsi.
Tutti i Paesi dell’area mediorientale, compreso Erdogan, dovranno prendere atto che chi comanda dal Mediterraneo al Caspio sono gli Stati Uniti e (la grande) Israele. I paesi terzi, una volta preso atto che i BRICS contano un fico secco, dovranno opportunisticamente schierarsi con America o Cina.
L’Europa dovrà abbozzare come al solito e pagare di tasca sua gran parte delle spese militari, libera sempre e comunque di strillare alla imminente invasione russa, mentre gli americani se la ridono..
Infine la Russia mirerà a rivitalizzare il cosiddetto spirito di Anchorage più basato sugli affari che su valori di pacifica coesistenza, portando a casa uno Start 3 sulle armi nucleari e forse, fra un anno o più, chiudere un conflitto che rischia di rovinarla.
E L’Ucraina? Beh l’Ucraina continuerà ad essere il vaso di coccio fra quelli di ferro e forse, .prima o poi, dovrà ridimensionare le sue ambizioni di vero grande esercito a difesa dell’Europa e leccarsi le ferite con la ricostruzione pagata dall’Europa tenendosi in buono gli speculatori americani. Ma soprattutto fare in fretta la pace perché non può fidarsi di nessuno dei suoi alleati.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
