Esteri

Iran, crollo o transizione del regime, ma senza soluzioni alternative

di Giuliano Longo

Alcuni leader occidentali hanno accolto con favore l’idea di rovesciare il leader supremo dell’Iran, anzi già qualcuno pensa di ammazzarlo, ma nessuno prevede le conseguenze. Tanto meno gli Stati Uniti che di lunghe guerre perse hanno qualche esperienza.

Il più cauto è Emmanuel Macron secondo il quale è una mossa azzardata “quando non si ha idea di cosa succederà” einsistendo sul fatto che spetta al popolo iraniano scegliere i propri governanti, mentre l’errore più grande è cercare, con mezzi militari, di provocare un cambio di regime che porterà  al caos.

Qualcuno pensa  – ha detto– che ciò che è stato fatto nel 2003 in Iraq [contro Saddam Hussein] sia stata una buona idea? Qualcuno pensa che ciò che è stato fatto in Libia il decennio successivo [il rovesciamento di Muammar Gheddafi nel 2011] sia stata una buona idea?”

Al contrario, per il cancelliere tedesco Friedrich Merz “Abbiamo a che fare con un regime terroristico sia internamente che esternamente. Sarebbe positivo se questo regime finisse”. Ma ha  ammesso che “i cambi di regime non hanno sempre portato ai risultati desiderati, ma abbiamo esempi positivi. In Siria, il regime di Assad è stato rovesciato e da allora c’è stato un nuovo governo che cerca di portare la pace nel Paese”.

Omettendo di menzionare che il cambio di governo a Damasco è stato preceduto da 9  anni di guerra civile e centinaia di migliaia di morti fra enormi distruzioni. Eppure nei casi citati l’obiettivo di far cadere il regime era chiaro e pianificato, fino a quando Erdogan gli ha dato il colpo finale.

L’’Iran è un vasto Paese con un’enorme diversità di etnie, religioni, politiche e redditi e la sua “ balcanizzazione” sarebbe l’esito più probabile di ogni cambio di regime.

Il timore del separatismo perseguita da tempo la leadership di un paese in cui i persiani costituiscono solo il 50% della popolazione, circa un quarto azera o di origine turca, oltre a beluci, curdi, arabi e gruppi più piccoli di ebrei, assiri e armeni.

Se si verificasse un’implosione, il regime di Baku in Azerbaigian, con il sostegno della Turchia da sempre avversaria dell’Iran,  e i numerosi movimenti militanti curdi potrebbero ritagliarsi enclave etniche nei territori iraniani, che poi è un obiettivo sul quale punta Israele.

Né esiste un governo all’interno un governo ombra delle opposizioni dove i  partiti politici non esistono e gli oppositori spesso anziani esuli non possono nemmeno contare su personalità che lavorano ai margini come avvocati, artisti o sindacalisti.

Nemmeno una parziale invasione da terra, molto improbabile, potrebbe cambiare la situazione. E poi chi si assumerebbe la responsabilità di far esplodere tutto il Medio Oriente?

Tanto più che oggi gli ayatollah e i pasdaran stanno ottenendo  il  “coordinamento attorno alla bandiera” fra una popolazione civile soggetta ai bombardamenti del nemico.

Già circola la voce che la voce che i vertici religiosi potrebbero, almeno temporaneamente , venire sostituiti dai militari. Ma anche se parte dei principali leader delle Guardie Rivoluzionarie sono stati uccisi esistono ufficiali di grado inferiore, critici nei confronti della corruzione del regime e della  evidente infiltrazione del Mossad, che potrebbero assumere un ruolo di guida.

Se è  vero che all’interno dell’esercito alcuni ufficiali sanno che durante la guerra con l’Iraq, l’Iran ha subito perdite incalcolabili tra nelle trincee e nelle paludi,  sanno anche che  questa è una guerra area ad alta tecnologia, ma nessuno osa. (per ora?) mettere gli stivali sul suo terreno.

Secondo il quotidiano britannico The Guardian, a Teheran circola  la voce di un governo di emergenza con l’ex presidente Hassan Rouhani e l’ex ministro degli esteri Javad Zarif, insieme all’ex presidente del parlamento Ali Larijani.

Un altro segnale di cambiamento, sempre secondo il quotidiano,  sarebbe la liberazione dai domiciliari dell’ex presidente Mir Hossein Mousavi e di sua moglie Zhara Rahnavard.

La quale si è affrettata a denunciare “la mano criminale e la natura aggressiva di Netanyahu, attraverso la palese violazione di tutte le norme internazionali”, ma che in quanto “donna patriota, “mett in guardia i governanti “dal permettere che la guerra si prolunghi e consumi la terra e il popolo in fiamme”.

Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace 2022 che  ha sofferto per la sua opposizione al regime, ha  invece deriso la richiesta di Trump di evacuare Teheran per 10 milioni di persone. E ha a dichiarato alla BBC “redo profondamente che la democrazia, i diritti umani e la libertà non possano nascere dalla violenza e dalla guerra”.

In definitiva le attuali strutture repressive  possono anche logorarsi, ma se molti iraniani detestano il regime, altrettanto detestano Israele che oggi li sta anche bombardando, invitandoli addirittura ad evacuare da Teheran e minacciando di uccidere la stessa “guida suprema” religiosa.

Che in un Paese prevalentemente sciita (dove ogni anno viene celebrato il martirio Ali ibn Abi Talib genero di Maometto,) la fede è ancora un elemento determinate e in grado di mobilitare un popolo.  Come avvenne con la rivoluzione di Komeini che abbattè lo Scià. E non solo in Iran ma in molte enclave mediorientali dallo Yemen alla Siria.

Se molti iraniani affermano  oggidi sentirsi intrappolati in questa guerra che non volevano, hanno anche visto cosa è capace di fare Israele a Gaza dove un popolo sta per essere annientato. E dove difficilmente Tel Aviv e Washington verrebbero considerati “liberatori”, semmai “padroni” delle distruzioni provocate.

aggiornamento la crisi israelo-iraniana ore 13.47

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