di Giuliano Longo (*)
Questa settimana Trump ha inviato all’Iran un piano in 15 punti che Teheran ha già respinto dimostrando di non avere intenzione di interrompere il conflitto alle condizioni americane a meno che non vengano accettate le sue proposte.
“L’Iran porrà fine alla guerra quando lo deciderà e quando saranno soddisfatte le sue condizioni, prima di allora non si terranno negoziati” ha dichiarato a Press Tv un funzionario iraniano di alto rango.
Da parte loro gli iranianp pongono cinque punti: la cessazione totale delle “aggressioni e degli assassinii” da parte del nemico;
l’istituzione di meccanismi concreti per garantire che la guerra non venga ripresa da Stati Uniti ed Israele.
Il pagamento garantito e dei danni di guerra e delle successive riparazioni;
la conclusione della guerra sui fronti e per i gruppi di resistenza (Hezbollah in Libano – coinvolti in tutta la regione
e per finire – la proposta strategicamente più importante – che venga riconosciuto l’esercizio della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz quale diritto naturale e legale dell’Iran.
Gli Stati Uniti e Israele non pagheranno mai per i danni che hanno causato in Iran e anzi Netanyahu ha già dichiarato che proseguirà la guerra anche senza gli Stati Uniti.
Iran e Israele – nemici da quasi mezzo secolo – con la loro proclamata ostilità “esistenziale, il sostegno delle rispettive opinioni pubbliche anche se Israele non era certo minacciata dai palestinesi e nemmeno da Hamas, ma dalla potenza persiana impegnata a dotarsi dell’arma atomica della quale gli israeliani già dispongono da decenni.
La vera questione, ripetiamo, è il controllo dello stretto di Hormuz da parte iraniana che Trump non accetterà mai trovando la probabile solidarietà di moti Paesi suoi alleati, soprattutto asiatici.
Gli Stati Uniti rimarranno così intrappolati in questa guerra finché l’Iran continuerà a paralizzare il traffico attraverso lo Stretto e continuerà ad attaccare i suoi alleati nel Golfo e in Medio Oriente con le sue milizie.
Mercoledì la Casa Bianca ha annunciato per l’ennesima volta che Trump è pronto a “scatenare l’inferno” se non sarà possibile raggiungere un accordo negoziato…
“L’Iran non deve commettere errori di valutazione”, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt durante un briefing, aggiungendo che se l’Iran si rifiuterà di raggiungere un accordo per porre fine alla guerra, “il presidente Trump farà in modo che venga colpito più duramente di quanto non sia mai stato colpito prima”.
Quindi, cosa ha intenzione di fare Trump che non stia già facendo?
In questo momento dai 6.000 ai 10.000 marines statunitensi sono in viaggio verso il Medio Oriente Già ieri sera, i vertici del Pentagono hanno ordinato l’invio in Medio Oriente di circa 2.000 paracadutisti dell’82ª Divisione Aviotrasportata, che si uniranno ai circa 4.500 Marines già in viaggio verso la regione..
Inutile dire che 7.000 o anche 10.000 soldati soldati non sono sufficienti per un’invasione di terra dell’Iran. Sommando le Guardie Rivoluzionarie, le forze Basij, l’esercito regolare e le riserve, gli iraniani dispongono di un totale di oltre un milione di combattenti.
Settemila soldati americani potrebbero bastare per conquistare l’isola di Kharg o un paio di isole minori nello Stretto di Hormuz, ma poi diventerebbero facili bersagli, incessantemente sotto il fuoco di droni e missili di cui gli iraniani pare non scarseggino, nonostante l’opinione contraria di molti dei soliti esperti.
E comunque il ritorno delle bare dei giovani americani non gioverebbero certamente a Trump nelle prossime elezione di “medio termine” a novembre. Senza contare che già nelle ultime due settimane l’Iran si è impegnato a rafforzare la difesa dell’Isola di Kharg e non se ne starà con le mani in mano inattesa dello sbarco.
Secondo diversi rapporti dell’intelligence statunitense trapelati in questi giorni, l’Iran ha predisposto trappole, spostato personale militare e sistemi di difesa aerea sull’isola in preparazione di una possibile operazione statunitense per prendere il controllo dell’isola.
Inoltre funzionari statunitensi ed esperti militari affermano che un’operazione di terra di questo tipo comporterebbe rischi enormi , tra cui un elevato numero di vittime tra le fila americane in un’Isola già dotata di un sistema di difesa a più livelli.
Ma anche la conquista dell’isola – che è un importate terminal petrolifero iraniano – non impedirebbe la continua minaccia sullo stretto che potrebbe venire facilmente minato dagli con piccoli mezzi navali o addirittura barche da pesca, nonostante Trump abbia affermato di aver già distrutto tutta la flotta navale iraniana..
Quindi, se gli Stati Uniti e Israele, – sotto la pressione internazionale Cina compresa – vogliono riaprire lo Stretto, dovranno fare concessioni a Teheran oppure condurre un’invasione di terra su vasta scala per rovesciare il regime, usando anche armi nucleari tattiche, come qualche esagitato già pensa a Tel Aviv.
Con il rischio di aprire un conflitto planetario che nemmeno un aggressivo Trump può accettare, mentre gli iraniani capiscono di essere ora in una posizione di vantaggio, anche seli Stati Uniti e Israele continueranno a bombardare l’Iran dall’aria.
In Iran vivono circa 93 milioni di persone e il regime ha avuto 47 anni per radicarsi profondamente in ogni aspetto della società iraniana, cercare di liberarsene- come inizialmente promesso da Trump – appare ora impossibile, non solo per l’acuirsi della repressione verso gli oppositori interni – quelli all’estero come il figlio dello Scià non contano – ma anche perché larga parte della popolazione iraniana, cementata dalla religione, si sente aggredita e minacciata.
Trump ha rinviato il suo incontro con il presidente cinese XI, ma non vi ha rinunciato, così come ha sbloccato l’export energetico russo fra cui il petrolio all’India, punto di forza negli accordi dei mesi scorsi con il presidente indiano Modi.
Elementi, che insieme alla riluttanza di molti Paesi NATO a sostenere direttamente l’impegno bellico di Trump se non con il pattugliamento dello stretto di Hormuz, fanno pesare che una soluzione – anche se solo di facciata – possa trovarsi entro il mese prossimo per evitare altre ripercussioni sulla economia globale sulla quale il Tycoon non può glissare e mentre i danni inflitti peseranno sicuramente anche dopo la fine del conflitto.
E Israele? Questa la grande incognita perché nella logica della sopravvivenza in armi, un popolo assediato non bada – come già verificato – alle conseguenze economiche globali.
E proprio qui sta una delle critiche fondamentali di parte dell’establishment americano – non solo democratico- che accusa il presidente di aver intrapreso il conflitto, non solo a cuor leggero, ma nell’esclusivo interesse di Israele.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
