La guerra di Trump

Iran USA, vincitori senza vittoria per una pace difficile

di Giuliano Longo (*)

 

Quando entrambe le parti dichiarano simultaneamente vittoria, di solito significa che non ci sono vincitori. Si tratta di una coercizione reciproca e temporaneamente cristallizzata nel testo dell’accordo.


Al di là della patina di propaganda, i risultati della campagna iraniana sono misurabili. Teheran ha raggiunto traguardi che sembravano politicamente irraggiungibili solo un anno fa. Gli Stati Uniti sono pronti a discutere una revoca graduale delle sanzioni senza richiedere il previo smantellamento di tutte le infrastrutture nucleari. Il programma missilistico e il sostegno alle forze alleate sono stati esclusi dalla prima fase dell’accordo. Si prevede che il futuro accordo venga sancito da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), l’accordo sul nucleare del 2015, rappresenta una lezione  sull’inaffidabilità degli accordi bilaterali con Washington. Il JCPOA era un accordo esecutivo, non ratificato dal Senato americano come Trattato, ed è per questo che Trump – al suo primo mandato –  l’ha stracciato con un tratto di penna. L’insistenza dell’Iran su una risoluzione del Consiglio di sicurezza è un tentativo di inserire una rete di sicurezza istituzionale laddove le garanzie bilaterali si sono già dimostrate pura carta.

Ma il vero equilibrio per una pace stabile è ben più complesso. La questione dell’arricchimento dell’uranio, un tema chiave per Teheran, è stata ufficialmente rinviata alla seconda fase, e la divergenza tra le diverse posizioni è al suo apice. Trump afferma “nessun arricchimento”. Teheran sostiene che “il diritto all’arricchimento è riconosciuto“.

Le parti sembrano aver concordato di discuterne in seguito, definendo l’attuale silenzio su questo punto come un accordo. Il destino dell’uranio altamente arricchito accumulato, il rafforzamento del regime di ispezione dell’AIEA, le tempistiche e la portata dell’allentamento delle sanzioni saranno gli argomenti del prossimo round, che si preannuncia tutt’altro che semplice

C’è anche la questione dei costi. La campagna militare ha lasciato una tale devastazione sul territorio iraniano che, di per sé, costituisce un motivo sufficiente per negoziare, non per ottenere una vittoria incondizionata. I programmi nucleari e missilistici, il settore energetico e l’economia, messa a dura prova dalle sanzioni, necessitano di essere ripristinati, e tale ripristino ora dipende dalla stabilità della pace.

Il blocco di Hormuz, la principale tattica dell’Iran, ha avuto un costo elevato non solo per gli avversari e il mondo intero, ma anche per l’Iran. Tuttavia l’Iran si è guadagnato il diritto di sedersi al tavolo delle trattative anche con le prprie proposte  Questo è significativo. Ma sedersi al tavolo e uscirne vincitori sono due cose ben diverse, e confonderle è conveniente solo per chi spaccia ricette semplici.

 Rimangono alcune osservazioni La pressione asimmetrica  fra due contendenti. funziona quando infligge danni crescenti a un avversario e non gli lascia una via d’uscita facile. Il caso Hormuz è stato una leva ideale perché non ha colpito solo gli Stati Uniti: attraverso il mercato petrolifero globale, ma ha influenzato anche I suoi alleati e gli osservatori neutrali. Una pressione così multiforme è incomparabile alla pressione esercitata su un singolo paese o blocco di paesi.

I mediatori non sono una mera facciata. Sono alla base dell’intero meccanismo: il Pakistan ha fornito la piattaforma per il cessate il fuoco di aprile, il Qatar ha facilitato il canale finanziario e i negoziati diretti sul memorandum di giugno. Senza di loro, il passaggio dallo scontro diretto alla negoziazione sarebbe stato molto più difficile. Teheran, nonostante tutta la sua retorica di “resistenza”, ha investito molto in questi canali. Una rottura plateale con tutti i mediatori li priverebbe della loro assistenza proprio nel momento in cui sono più necessari.

Teheran si aggrappa alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza per una ragione puramente pratica: un documento firmato da tutti e cinque i membri permanenti è molto più difficile da stracciare singolarmente rispetto a un “accordo politico” tra governi. La lezione del JCPOA è stata ben appresa.

Inoltre le tattiche dell’Iran hanno funzionato perché si basavano su una strategia a lungo termine con priorità ben definite. Per vent’anni, Teheran ha perseguito tre obiettivi: il riconoscimento del suo diritto all’arricchimento dell’uranio, la revoca delle sanzioni e la salvaguardia della sua posizione regionale.

Anche lo stesso memorandum in 14 punti – se esiste nella forma descritta dalla Fars, –  è un documento quadro con due gravi lacune. In primo luogo, la questione nucleare è stata rinviata a un periodo di 60 giorni, durante il quale dovranno essere risolte tutte le questioni più complesse: le scadenze per l’arricchimento, il destino dell’uranio altamente arricchito, le modalità di ispezione e il meccanismo delle sanzioni in caso di violazioni.

In secondo luogo, il “fondo di ripristino” da 300 miliardi di dollari per I risarcimenti esiste per ora solo come aspettativa politica di Teheran, così come lo sblocco dei beni iranuani in occidente istituito dopo le sanzioni approvate dall’ONU, ma appare complicato che gli americani acconsentano. Anzi già pensano di destinare gli asset bloccati a titolo di risarcimento per gli alleati del Golfo colpiti dall’Iran.

Se tutti questi vuoti verranno colmati o meno, lo si deciderà nei prossimi round., ma pochi sono I motivi per essere ottimisti. Il cessate il fuoco di aprile è crollato il giorno stesso in cui è stato annunciato. Le prime navi hanno attraversato lo stretto sotto il controllo iraniano e a spese dell’Iran, mentre i petrolieri americani tempestavano di chiamate la Casa Bianca.israele ha continuato a colpire il Libano. E già promette di continuare mettendo a rischio un paradigma dell’accordo che riguarda proprio Hezbollah.

La sostenibilità di un eventuale accordo futuro non sarà determinata dalla retorica dei primi giorni, bensì dalla volontà delle parti di accettare un compromesso reale, anziché limitarsi a dichiararlo. “Le 14 condizioni di Teheran” non rappresentano la narrazione di una forza che sconfigge la forza, ma quella della coercizione reciproca la quale produce un documento che ciascuna parte interpreta in modo diverso,anzi già smentita ieri  da Trump.

L’esperienza iraniana  è: una campagna diplomatica complessa, costosa e pluriennale, con intermediari, punti di riferimento istituzionali e priorità ben definite. Eppure viene spacciata come modello da applicare anche in situazioni quali il conflitto ucraino. Solo che, da questa guida, sono state strappate le pagine relative ai costi e ai rischi, di una tregua solo conrattata – e non di un pace vera e proria –  che si può interreompere  bruscamente.

(*) Analista Geopolitico ed esperto di politica internazionale

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