Le elezioni dell’11 novembre hanno sancito la spartizione etnica e politica del paese e la formazione del nuovo governo non sarà nè rapida né semplice, paralizzata dalle divisioni fra sciiti, curdi e il ruolo delle milizie filo-iraniane dopo che l’influenza dell’Iran è andata indebolendosi a seguito dei bombardamenti israelo-americani sull’Iran.
La Commissione elettorale irachena ha annunciato ieri i risultati preliminari delle parlamentari 2025: la coalizione “Ricostruzione e Sviluppo” guidata dal premier Mohammed Shia al-Sudani si è affermata al primo posto nella maggior parte delle province, con un’affluenza del 56%.
Secondo posto per il partito “Taqaddum” di Mohammed al-Halbousi, soprattutto a Baghdad.
Nel Kurdistan iracheno il Partito democratico curdo di Masoud Barzani ha dominato a Erbil, Dohuk e Ninive; l’Unione patriottica curda ha prevalso a Sulaymaniyah e Kirkuk. A Bassora primo il blocco “Tasmeem” di Asaad al-Eidani.
L’attuale primo ministro Mohammed Shia al Sudani ha quindi vinto le elezioni ponendosi come il prossimo leader, ma nessuna forza politica o coalizione hai voti per governare da sola quindi la formazione del governo sarà il risultato di una lunga trattativa fra le diverse componenti etniche e religiose sciita, sunnita e curda.
Le elezioni di martedì scorso per rinnovare il Parlamento non hanno quindi mostrato risultati particolarmente sorprendenti confermando i rigidi e invalicabili rapporti di forza fra le varie fazioni che sino ad oggi hanno gestito il potere nel consociativismo clientelare ed etnico – la muhassasa, sistema che, come al solito ha determinato un consistente traffico di voti.
La politica irachena è poi fortemente condizionata dagli opposti interessi di Iran e Stati Uniti. L’Iran finanzia milizie molto influenti nel paese, tra cui Kataib Hezbollah che si sono presentate alle elezioni con proprie liste, ottenedo successi locali ed eleggendo alcuni rappresentanti.
Gli Stati Uniti vogliono lo scioglimento delle milizie considerate terroristiche , ma questo potrebbe rischierebbe una situazione politica molto incerta, mentre al Sudani cerca invece di presentarsi di mediare limitando le influenze iraniane.
Le maggiori forze sciite hanno sostenuto l’ultimo governo, ma già all’interno della sua precedente coalizione ci sarebbero le maggiori resistenze alla sua conferma come primo ministro che ora non è scontata.
Le precedenti elezioni, nel 2021, furono vinte dal Movimento Sadrista, un partito rivale sciita guidato da Muqtada al Sadr, leader politico e religioso ancora potente nel paese. Le trattative per formare un governo però fallirono, Muqtada ritirò i suoi rappresentanti dal parlamento e quest’anno ha boicottato le elezioni.
Anche per via del boicottaggio, alle elezioni era attesa un’affluenza molto bassa. Avevano diritto al voto 32 milioni di persone, ma 11 milioni non hanno chiesto i necessari documenti. Degli altri 21 milioni di persone, ha votato il 56%. La percentuale reale è quindi bassa, ma superiore alle aspettative, ma l’astensione è stata maggiore nelle province dove il movimento sadrista è più forte.
In generale è stata confermata la tendenza degli iracheni a votare prevalentemente su base etnica e religiosa, dove gli sciiti hanno vinto nelle province a maggioranza sciita, quelli sunniti in quelle maggioranza sunnita, i curdi in quelle curde.
Nel 2021, fra grandi proteste, ci volle oltre un anno per formare il Governo e la consuetudine vuole che il primo ministro appartenga alla maggioranza sciita, il portavoce del parlamento al gruppo sunnita, il presidente della Repubblica (con funzioni prevalentemente cerimoniali) a quello curdo.
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Nella foto Mohammed Shia al Sudani
