di Balthazar
In Occidente si parla continuamente di “ondate di calore senza precedenti”, mentre le autorità stanno lavorando per aiutare la popolazione a fronteggiare e proteggersi dagli effetti negativi delle temperature torride.
A Gaza invece si tenta di non morire di fame e sotto le bombe israeliane. Qui non ci sono case, acqua, ombra e via di fuga, mentre agli europei viene consigliato idratarsi, usare creme solari e ed evitare attività all’aperto faticose..
Limitare l’attività all’aperto è impossibile quando i camion dell’acqua arrivano due volte a settimana se va bene. Non ci si può “idratare” perché l’acqua è scarsa, razionata e spesso inquinata, quanto alle creme solari…lasciamo perdere.
L’estate a Gaza era una stagione da spiaggia, giardini e una brezza leggera, ma l’attuale assalto israeliano l’ha trasformata in una stagione di tormento. Le Balneazioni sono vietate dall’esercito israeliano, i cortili sono macerie, gli alberi sono cenere.
Israele ha raso al suolo gran parte di Gaza, trasformandola in polvere, i parchi in deserti e le città in cimiteri. Gaza è ora una città senza ombra.
Il caldo stesso è diventato un killer silenzioso. Qui non siamo di fronte agli effetti del mutamento climatico, ma alle conseguenze dei bombardamenti incessanti che hanno creato emissioni di gas serra, spessi strati di polvere e inquinanti.
Gli incendi divampano incontrollati. I cumuli di rifiuti marciscono al sole. I terreni agricoli vengono rasi al suolo. Una “crudeltà climatica” orchestrata dalla forza militare.
L’Europa attribuisce le sue ondate di calore a una “cupola di calore” meteorologica, una bolla di aria calda intrappolata, invece Israele ha intrappolato i palestinesi sotto “cupole” caldissime e antigieniche
Anche le notti non hanno pietà. Con la maggior parte della popolazione di Gaza ormai stipata vicino alla costa, le tende irradiano calore reciprocamente e non si raffreddano dopo il tramonto.
L’estate scorsa, dopo essere stati sfollati dalle loro case nella parte orientale di Khan Younis, esisteva ancora una certa varietà di alimenti, ma dal 2 marzo, quando Israele ha nuovamente bloccato gli aiuti umanitari, gli abitanti sono sprofondati in una carestia programmata.
Il baraccone israeloamericano del “Gaza Humanitarian Foundation” mette i sacchi di farina dentro gabbie di metallo come per gli animali.
Le persone sono costrette a fare la fila per ore sotto il sole fr le urla dei soldati che ingiungono di togliersi il cappello, di sdraiarsi a faccia in giù sull’asfalto infuocato, di strisciare in cerca di cibo. E dopo questo tormento molti tornano pure a mani vuote, se non si viene colpiti da proiettili o dalle bombe.
Israele sta combinando ogni strumento di privazione: caldo senza ombra, sete senza acqua, fame senza speranza. Non c’è elettricità per alimentare impianti di desalinizzazione o stazioni di pompaggio. Nessun combustibile per raffreddare la poca acqua che arriva. Niente farina, niente pesce, niente mercati. Per molti di quest’estate potrebbe essere l’ultima.
Questa non è una crisi climatica, ma il tempo atmosferico usato come arma in una guerra combattuta non solo con bombe, ma anche con il caldo, la sete e una morte lenta.
Pertanto quella che per l’Europa è una emergenza climatica a Gaza i sta trasformando in un’altra bomba, forse più micidiale di quelle che piovono ogni giorno sulle teste dei palestinesi.
