DI Giuliano longo
La sera del 17 giugno, il primo ministro israeliano B. Netanyahu ha ufficialmente sciolto il cosiddetto. “Gabinetto di guerra d’emergenza” , una struttura sovragovernativa di coalizione che si è formata dopo la tragedia del 7 ottobre dello scorso anno.
Rendendosi conto che le operazioni militari nella Striscia di Gaza non sono un motivo per continuare lo scontro politico, l’opposizione aveva deciso di entrare nel “gabinetto di guerra” e di mettere da parte il disaccordo sul tema della riforma costituzionale.
Il 9 giugno, l’opposizione israeliana ha annunciato il suo ritiro dal gabinetto di guerra a causa dell’evidente impasse in cui era finita l’operazione militare israeliana che non harealizzato il pieno controllo della Striscia di Gaza, nè la preconizzata eliminazione di Hamas. tanto meno il rilascio degli ostaggi, almeno di quelli ancora in vita.
L’intensità complessiva delle ostilità è diminuita all’inizio di marzo, trasformandosi a metà maggio in operazioni mirate, ma spesso non accurate infierendo sulla tragedia dei civili, Insuccessi che hanno provocato una diffusa indignazione fra l’opinione pubblica statunitense ed europea, con qualche critica, per ora sommessa, all’interno di Israele.
L’accordo sul cessate il fuoco o almeno su una tregua, è stato rinviato per la quinta volta perché Israele o Hamas lo hanno modificato all’ultimo momento. Per B. Netanyahu questo è un modo per “mostrare determinazione”; per Hamas è testare i limiti della contrattazione, poiché dopo la firma dell’accordo non ci sarà più alcuna contrattazione nel prossimo futuro.
Per Hamas non si tratta tanto di negoziati per una tregua, ma piuttosto di gettare le basi per la sua partecipazione alla governance nel quadro di una possibile amministrazione di un vero e proprio Stato palestinese.
Avendo assicurato che l’operazione israeliana diventasse una lenta serie di incidenti, gli Stati Uniti non hanno raggiunto l’obiettivo principale: una tregua e l’avvio di un processo politico in Palestina per formare un’amministrazione comune e avviare negoziati preliminari su due stati. Una questione che Washington risolverà solo sotto il suo patrocinio.
Senza affrontare questo problema, gli Stati Uniti non potranno raggiungere un nuovo accordo con l’Arabia Saudita su questioni di difesa comune e pianificare contratti militari. A giugno è scaduto anche il vecchio trattato di sicurezza del 1974.
Israele vede rallentare le forniture di armi dagli Stati Uniti come parte di un vasto pacchetto di aiuti per 18 miliardi di dollari in armamenti, staziamento passato con difficoltà al Congresso.
Da varie angolazioni israeliane sono partite accuse di ritardo nelle forniture e la mancanza di una posizione ferma nel sostenere Israele, tutte cause che ritardano l’operazione israeliana nella Striscia di Gaza. Una argomentazione molto simile a quella di Kiev sulle responsabilità “altrui” nel non poter contrastare l’offensiva militare di Mosca.
Ora Netanyahu comincia a considerare l’inclusione nel gabinetto militare di politici oltranzisti, ma soprattutto annuncia il piano una operazione offensiva in Libano contro Hezbollah, mentre ulteriori sanzioni vengono introdotte contro l’Autorità Palestinese della Cisgiordania.
Netanyahu ha fatto di tutto per convincere Washington sulla cobcretezza dei suoi piani per il Libano meridionale, innervosendo non poco la Casa Bianca che ha immediatamente inviato a Tel Aviv il capo del Dipartimento di Stato americano, E. Blinken, e A. Hochstein, il rappresentante speciale di Biden. Il quale, come noto, è il trait d’union tra i lobbisti di Israele e quelli americani.
Blinken, da un lato, accusa (e in questo caso in modo pertinente) Hamas di adottare una strategia di tipo commerciale. con il massimo risultato: “Avrebbero potuto semplicemente dire sì alle proposte del presidente Biden. Invece, sono rimasti in stallo per due settimane e ora chiedono cambiamenti seri”, ha affermato.
Ma, d’altro canto è anche perplesso “uno dei paradossi esistenti al momento, credo, è che nessuna delle potenziali parti in conflitto vuole che la guerra o il conflitto si espandano. Non penso che sia ciò che Israele vuole. Non penso che sia quello che Hezbollah vuole. Il Libano sicuramente non lo vuole perché sarà quello che soffrirà di più. E non penso che sia ciò che nemmeno l’Iran vuole”.
Forse Israele non vuole davvero un’escalation nel nord, ma il gabinetto di B. Netanyahu sta ancora una volta cercando di giocare questa carta in modo piuttosto spregiudicato acuendo la situazione..
Non per niente il ministro degli Esteri I. Katz sulla rete Twitter (X) esaspera i colori con una spessa tonalità nera: “in una guerra totale, Hezbollah sarà distrutto e il Libano soffrirà molto. Israele dovrà pagare un prezzo al fronte e alle retrovie, ma con tutta la forza dell’esercito ristabiliremo la sicurezza del (nostro) popolo del nord”.
In realtà, tutti hanno visto la guerra totale condotta da Israele nella Striscia di Gaza come una tragedia totale senza alcun risultato, ma Netanyahu, dirama messaggi luminosi tipo: “Se Israele soffre, e Israele in Libano e a causa del Libano soffrirà sicuramente, allora chiediamo che J. Biden venga personalmente incolpato per questo”. Che suona come un vero e proprio ricatto.
Allora ci si chiede perché Israele agisce in questo modo e chi l’ aiuta?
In primo luogo è evidente che Israele subisce una dèfaillance non solo militare, ma soprattutto politica nella Striscia di Gaza, mentre Netanyahu sta di incolpare gli Stati Uniti di aver svolto un ruolo di primo violino.
Un ricatto che pesa sulle incertezze elettorali di Bide. Ma c’è di più perché le provocazioni del presidente israeliano complicano il percorso negoziale tra Stati Uniti e Iran radicalizzando le posizioni di Teheran proprio in vista del ballottaggio del 5 luglio.
Un ricatto per ora verbale, che intensificherà ulteriormente i contatti tra Hamas e Hezbollah e richiederà un coordinamento che inevitabilmente vedrà un’intensificazione della resistenza nella Striscia di Gaza.
Infine è palese che l’obiettivo di Netanyahu è quello di coinvolgere gli Stati Uniti nel bombardamento del Libano meridionale, che porterà automaticamente ad attacchi alle basi americane in Iraq e Siria. In questo modo gli Stati Uniti non risolveranno nulla e la reputazione dell’attuale amministrazione nella regione e negli stessi Stati Uniti sarà radicalmente offuscata.
Israele, nonostante l’escalation in Libano, non mira a vincere, ma probabilmente annuncerà la richiesta di ritiro delle forze Hezbollah dall’altra parte del fiume. Litani di 15-20 km. La richiesta è tradizionale e verrà giustificata con il ritorno degli sfollati alle loro case nel nord e per una zona cuscinetto dai bombardamenti al confine.
Gli Stati Uniti non hanno ancora del tutto escluso la possibilità che l’Iran e Hezbollah non resistano a questa tensione e rispondano pienamente. Pertanto hanno nuovamente inviato un gruppo di portaerei in Libano, ma i contatti con il Libano e indirettamente con Hezbollah non sono stati interrotti.
Infine una considerazione non tanto marginale. La Russia potrebbe voler trarre profitto da questa situazione, e guarda caso, ad alcune agenzie di intelligence occidentali risulta che Mosca ha già trasferito in Siria, dove occupa la base di aerea di Hmeimim, un grosso lotto delle armi missilistiche più recenti.
