Esteri

Israele, ovvero come strangolare economicamente Gaza e Cisgiordania

di Giuliano Longo

 Dietro gli orrori immediati dei massacri e delle distruzioni a Gaza e in Cisgiordania, gli effetti sulla economia del genocidio passano spesso in secondo piano anche se sono altrettanto letali nel loro intento.

Lo dimostrano alcuni dei punti principali del rapporto del Segretariato dell’UNCTAD (ONU) dell’ottobre 2025 sul commercio e lo sviluppo dell’economia dei Territori palestinesi occupati (, esclusa Gerusalemme Est.  Ne citiamo sommariamente alcuni punti

Nel  2024, il PIL dei Territori Palestinesi Occupati era sceso al 70% del livello del 2022; entro la fine del 2024, l’economia era regredita al livello del 2010, “cancellando così 22 anni di progresso economico in soli 15 mesi”. Nello stesso anno ll’economia di Gaza si era ridotta al 16,7% rispetto ai livelli del 2023 e al 13,3% rispetto ai livelli del 2022, con una crescente disperazione che ha portato a un aumento del lavoro minorile.

 

In Cisgiordania, la violenza, l’espansione accelerata degli insediamenti e le restrizioni alla mobilità dei lavoratori hanno decimato l’economia. A Jenin, circa 8.000 aziende sono state costrette a chiudere e il 74% degli agricoltori ha segnalato un calo del 50% del fatturato. Mentre il costo della vita nei Territori Palestinesi Occupati è aumentato del 54% nel 2024.

 

A Gaza, le restrizioni all’ingresso di beni umanitari e commerciali hanno innescato un’impennata dell’inflazione del 238%. I prezzi di cibo e bevande sono aumentati del 225%.  In Cisgiordania, il settore privato aveva perso 13 miliardi di dollari già alla fine del 2024, mentre nell’ottobre 2024 la disoccupazione era salita all’80%.

 

Nel 2024, il divieto imposto da Israele ai lavoratori palestinesi di entrare nei luoghi di lavoro in Israele e negli insediamenti in Cisgiordania aveva eliminato l’84% del reddito guadagnato i dal 2022.

 

In Cisgiordania, a febbraio 2025, 849 “restrizioni” al movimento, tra cui posti di blocco, barriere stradali, cumuli di terra e trincee, limitavano gli spostamenti di 3,3 milioni di palestinesi. La barriera più significativa rimane il muro lungo 712 km, il doppio della “linea verde” del 1967, riconosciuta a livello internazionale. Questi ostacoli costringono i palestinesi a deviare e a bloccare l’accesso a città e villaggi isolati.

 

Tra il 7 ottobre 2023 e il 31 luglio 2025, sono stati registrati 2.802 attacchi di coloni, che hanno causato vittime palestinesi e danni alle proprietà e 9.594 palestinesi sono rimasti feriti e 979 uccisi, rispetto ai 35 israeliani uccisi.

Tra gennaio 2024 e luglio 2025, la potenza occupante ha demolito o distrutto 2.844 case e “strutture” palestinesi, costringendo così allo sfollamento forzato di 39.847 palestinesi.

 

Nell’ottobre 2024, in Cisgiordania esistevano 147 insediamenti e 224 “avamposti”, quasi tutti destinati a essere presto confermati come tali, che ospitavano 503.732 coloni, oltre ai 233.600 nella Gerusalemme Est occupata. Nel biennio 2024-2025 sono stati costruiti ben 119 nuovi “avamposti”, un record.

 

Al 3 settembre 2025, più di 161.245 palestinesi a Gaza erano stati “feriti” e 63.746 “uccisi”, tra cui più di 18.400 bambini. (Queste stime sono sostanzialmente inferiori a quelle palestinesi o di altro tipo), ma le cifre aggiornate parlano ormai di 70mila morti.

 

A Gaza Cil 92% delle unità abitative è stato distrutto. Solo il 50% degli ospedali e il 40% dei centri sanitari primari sono (parzialmente) funzionanti.Oltre 658.000 bambini e 87.000 studenti universitari non hanno accesso alle scuole, l’88% delle quali necessita di una ricostruzione completa.

Anche se l’’UNCTAD è cauta nel presentare questi dati restano  comunque più che sufficienti per indicare l’obiettivo finale di Israele che è la totale eradicazione fisica, culturale e storica della Palestina e, per quanto possibile, l’uccisione o l’allontanamento con altri mezzi di tutta la sua popolazione.

Israele ha dimostrato , fin dall’inizio, di non rispettare alcuna legge o patto (inclusa la Carta delle Nazioni Unite) che non gli sia congeniale e di essere disposta a tutto per ottenere ciò che desidera. Eppure nessun campanello d’allarme suona dalle sonnolente cancellerie occidentali  se non il vacuo appello ai due Stati che Israele non vuole e non accetterà mai.

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