Il fallimento della scuola di Chicago ed il collasso USA.
di Fabrizio Pezzani (*)(Professore emerito Università Bocconi)
E’ proprio in questi tornanti della storia che non è possibile dimenticare le visioni profetiche ma realistiche di J. M. Keynes (nella foto – economista, 1883-1946) che gli studiosi che hanno continuato a mantenere la sua visione di ciclicità naturale dell’economia hanno rafforzato con le analisi empiriche dei fatti che hanno messo in evidenza quanto la mancanza di una cultura storica, della natura dell’uomo che condanna la supponenza di una scienza solo tecnica deprivata della dimensione emozionale e quindi senza fondamenti reali ha determinato il definitivo fallimento di un modello culturale che aveva fatto del liberismo assoluto e del capitalismo una formula matematica astratta dalla realtà che imponeva che la stessa realtà si adattasse ad esse.
Il principale dramma della conoscenza scientifica non è l’ignoranza ma la supponenza che all’estremo diventa stupidità nel senso esatto che le veniva attribuito da Carlo M. Cipolla (storico, 1922-2000). Per ritornare al tema centrale del lavoro sulla visione antropologica della crisi, non possiamo separare lo studio di una conoscenza strumentale dalla natura dei soggetti che la usano per soddisfare i loro bisogni; quando Keynes afferma che il capitalismo è naturalmente instabile lega la sua osservazione anche alla dinamica della natura umana che fa del capitalismo uno strumento finalizzato al raggiungimento dei desideri.
In questo senso non possiamo dire che esiste il capitalismo indipendentemente dalla struttura psichica degli uomini che lo creano e lo governano, in altri termini non esiste il capitalismo come un’entità astratta ma esistono gli uomini capitalisti che forgiano quel modello di relazioni economici all’interno di un sistema sociale. La dinamica del suo divenire è in un equilibrio instabile perché non esistono sistemi, anche sofisticati, per definire il concetto di giusto guadagno, così la storia mostra la dinamica di un punto di equilibrio che sempre possa raggiungere all’infinito. Se fosse possibile, solo fermandoci alla determinazione del reddito d’esercizio, e definire razionalmente e con certezza quanto di questo spetti ai conferenti capitale e quanto invece spetti ai portatori di lavoro, se questa analisi fosse misurabile e dimostrabile forse si ridurrebbero le lotte sociali che sembra riportino tutto sempre al punto di partenza.
Nella tradizione ebraica l’istituzione dell’anno sabbatico e della determinazione del periodo giubilare era funzionale ad azzerare le posizioni di debito e credito fra i differenti membri della società, in questo modo si poneva un limite temporale all’accumulazione che alla fine del tempo sarebbe stata ripartita; tutto ciò oggi non è possibile.
Quindi per riprendere la definizione di “società liquida“ che usa Zygmunt Bauman (sociologo e filosofo, 1925-2017) per definire un sistema sociale in continuo divenire e difficile da stabilizzare, possiamo estendere lo stesso concetto, oggi, all’economia che essendo nell’ambito di una società liquida non può che essere essa stessa liquida.
E’ quindi naturale che l’economia ed a maggiore ragione la finanza diventano un sistema perennemente instabile perché non è possibile definire la “misura“ nella ripartizione della felicità o della ricchezza se questa è funzionale a realizzare la felicità. A differenza dei sistemi meccanici o naturali per i quali la misurabilità consente di determinare le leggi fisiche che li regolano evidenziando il rischio di punti o momenti di rottura – la caduta di un grave, la portata di una gru, la combinazione di agenti chimici ma anche la misurazione della dinamica fisica dell’uomo (pressione, glicemia) – nella società il sistema relazionale di persone diverse la cui componente emozionale e psichica non è misurabile rende impossibile determinare il punto di non ritorno di un processo squilibrante la società stessa.
Non è possibile dire quale sia la percentuale di persone sotto la soglia della povertà che rappresenta l’ultimo stadio prima del collasso, non è possibile fare la stessa cosa per la concentrazione di ricchezza, per la disoccupazione, per altre patologie sociali.
Semplicemente, la società dell’uomo non ha elementi certi e misurabile del suo punto di rottura e tutte le rivoluzioni e le guerre della storia dimostrano l’incapacità di prevedere il tracollo; se Luigi XVI avesse capito il livello di indigenza della popolazione francese e quello della sua mancanza di pane avrebbe mandato carretti di pane e non i fucilieri che non hanno fatto che fare cadere l’ultima resistenza alla rivolta. Così è stato per la Russia dei Romanov e per gli Stati Uniti contro la corona inglese.
La storia conferma la visione di J. M. Keynes e decreta il fallimento di un liberismo che senza regole morali diventa devastante perché finisce per assecondare la parte più barbara dell’uomo; la scuola di Chicago espressa da Milton Friedman (economista, 1912-2006) – premio Nobel nel 1976, due anni dopo Friedrich vonHayek (economista, 1889-1992) premio Nobel nel 1974 della scuola di Vienna che pensava l’economia come scienza sociale e non razionale – idolatrato per il suo pensiero ha finito per scontrarsi con l’infondatezza delle sue ipotesi in cui la realtà si deve adattare ai modello ed il caso del “Cile di Pinochet” è l’espressione più evidente del macroscopico errore di non considerare la storia e la natura dell’uomo nella vita sociale.
Pensare che si possa applicare la stessa ricetta a realtà profondamente diverse come era il caso del Cile che con la sua disparità di ricchezza, con la sua arretratezza culturale non avrebbe mai potuto vestire un modello culturale pensato in una realtà totalmente asimmetrica. Non è mai l’ignoranza il problema che deve affrontare l’evoluzione della scienza ma la supponenza di chi si considera investito dalla verità incontrovertibile; purtroppo, alla fine, è sempre la povera gente che ne paga le conseguenze.
I lavori di Richard A. Posner ma anche di Gary Baker mostrano quanto, anche all’interno del mondo culturale Usa si stia comprendendo il progressivamente sgretolamento di un modello incapace di rispondere ai problemi che ha creato e non essendo in grado, o non volendo mettersi in discussione, non fa che aumentarli e peggiorali; il loro richiamo al pensiero di J. M. Keynes è sempre più forte ed ascoltato.
Gli Stati Uniti, che hanno sposato indissolubilmente quella cultura facendola diventare verità assoluta, sono la rappresentazione estrema della verità tradita: un paese che ha dimenticato i suoi principi costitutivi rappresentati dalle formule “Ex pluribus unum“ e “In God we trust“ ed è di fronte ad un collasso socioculturale senza precedenti nella sua storia.
Avere affidato il futuro alla finanza è stato un suicidio perché alla fine quella falsa verità dei mercati razionali ha finito per spolpare la società dal di dentro ed oggi è un gigante con i piedi d’argilla. Oggi gli Stati Uniti sono un paese socialmente prima ancora che tecnicamente fallito.
(*) Professore emerito Università Bocconi
