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Kit di sopravvivenza, europei, preparatevi: Bruxelles ha parlato

di Riccardo Bizzarri (*)

 

 

Kit di sopravvivenza UE: tra scatolette e gli immancabili e tanto vituperati contanti. Cari cittadini europei, preparatevi: Bruxelles ha parlato. Non con una di quelle direttive incomprensibili che servono solo a far litigare i governi sui centimetri delle zucchine, ma con un’idea geniale e rivoluzionaria: ogni Stato membro deve individuare un kit di sopravvivenza per 72 ore. Tre giorni. Il tempo di un lungo weekend, un ponte festivo o, per i più pessimisti, un’agonia ben regolamentata L’idea non è nuova. Ricorda un po’ la guerra fredda, quando gli americani si costruivano bunker antiatomici e i russi facevano scorte di vodka. Oppure le grandi saggezze storiche: “Se vis pacem, para bellum” dicevano i romani. Ma oggi, più che prepararci alla guerra, Bruxelles ci chiede di prepararci alla fame, al blackout o all’attacco hacker che ci farà rimpiangere la cara vecchia carta igienica in abbondanza. Hadja Lahbib, la commissaria per la Gestione delle Crisi (nella Foto) ci invita a “pensare in grande”. Immagino già i governi intenti a selezionare i migliori alimenti in scatola e le torce a dinamo più trendy sul mercato. “Dobbiamo pensare in modo diverso”, insiste. Ma, cara Hadja, noi ci stavamo già attrezzando… solo che il kit di sopravvivenza si chiamava “scontrino del supermercato a fine mese”. Cosa ci mettiamo dentro? Domanda chiave: cosa dovrebbe contenere il kit di sopravvivenza perfetto per un cittadino europeo medio? • Versione italiana: pasta, pelati, caffè, un Amaro Montenegro per tirarsi su il morale e una copia della Costituzione per ricordare che “la sovranità appartiene al popolo”… più o meno. • Versione tedesca: pane di segale, würstel sottovuoto e una lampada da minatore, perché la disciplina prima di tutto. • Versione francese: vino, baguette e un dizionario per insultare i vicini nel caso di conflitto. • Versione nordica: aringhe fermentate, maglioni di lana e una rassegnazione silenziosa. Ma attenzione, perché tutto deve essere pensato con la giusta “mentalità di preparazione”, come ci ricorda la vice presidente Roxana Minzatu. “Tutti devono sapere cosa fare in qualsiasi emergenza”. Perfetto, ma se l’emergenza è vivere in un’epoca in cui il latte costa più della benzina, il kit ci offre anche delle dritte economiche? Bruxelles ci chiede anche di accumulare forniture essenziali, creando riserve strategiche. Un po’ come il Monopoli, ma al posto degli alberghi in Viale dei Giardini ci ritroviamo con silos pieni di zucchero e rotoloni Regina. Le “scorte nazionali” suonano bene, ma tra un allarme e l’altro, la domanda è: chi le gestirà? La stessa Unione che ha impiegato mesi a capire come funzionano le forniture di gas? Intanto, si sottolinea l’importanza della collaborazione civile-militare. Che tradotto significa: se finiamo le scatolette, l’esercito ci presterà qualche razione di cibo liofilizzato, sperando che nel frattempo il nemico non abbia hackerato anche il sistema di distribuzione dei viveri. Un kit di sopravvivenza è sempre una buona idea. Peccato che noi europei siamo già esperti di sopravvivenza: resistiamo alla burocrazia, alle tasse, alle bollette e persino ai convegni sull’“economia sostenibile” dove si discute di fame energetica con aperitivi gourmet. Churchill diceva: “Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare”. Bruxelles ha deciso di cambiare, quindi, avanti con i kit. E se tutto va storto, possiamo sempre seguire il consiglio di Oscar Wilde: “Quando tutto è perduto, almeno possiamo fingere di averlo fatto apposta”. P.S Ah, e non dimentichiamoci che nel kit di sopravvivenza ci vanno anche i contanti! Sì, proprio loro, quei pezzi di carta malvagi che fino a ieri Bruxelles voleva far sparire in nome della digitalizzazione, e che oggi tornano utili quando il bancomat diventa un soprammobile a causa di un blackout. Alla fine, il cash è come l’ombrello: finché c’è il sole dà fastidio, ma quando piove lo rimpiangi sempre.

(*) Giornalista

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