Dicesi debacle un fallimento clamoroso: militare, politico o personale. Quella di Trump in Iran somma tutti e tre gli aspetti, qualificandosi come una debacle completa.
Di fronte alla retorica bellicista la realtà dei fatti sta restituendo un verdetto inequivocabile. E quella che doveva essere una dimostrazione di forza egemonica schiacciante si è trasformata in una delle più grandi umiliazioni militari e politiche per l’amministrazione Trump. Questa esperienza di fallimento militare della più grande potenza mondiale porta con sé degli insegnamenti che in buona sostanza demoliscono l’idea che alla superiorità bellica corrisponda necessariamente la vittoria militare. Da questa sconfitta non è indenne neppure la NATO, che non a caso ha lasciato Trump in braghe di tela.
La retorica delle armi
Per mesi il mondo ha assistito a un’escalation di toni senza precedenti. Donald Trump, attraverso i suoi consueti canali social e i suoi toni da spaccone, ha descritto gli Stati Uniti come una potenza invincibile, pronta a scatenare “fuoco e furia” contro Teheran. Il linguaggio è stato deliberatamente ultimativo: l’Iran veniva dipinto come uno stato sull’orlo del collasso, un regime che sarebbe caduto in pochi giorni mentre la gente cantava e ballava sui balconi. Andava in scena l’esibizione mediatica della superiorità tecnologica americana. Ogni azione militare annunciata veniva celebrata come un trionfo strategico ancora prima di essere compiuta.
La realtà del campo: missili e droni sulle basi USA
Tuttavia, la narrazione della “distruzione totale” si è scontrata con la dura realtà dei fatti. Le basi militari statunitensi, considerate fino a ieri santuari inattaccabili, sono state colpite con precisione chirurgica da missili e droni iraniani. Questi attacchi non solo hanno dimostrato vulnerabilità strutturali nella difesa aerea degli Stati Uniti, ma hanno inviato un messaggio chiaro: l’Iran possiede la capacità tecnologica di colpire obiettivi sensibili, mettendo in crisi l’idea di un dominio strategico assoluto nel Golfo Persico da parte degli Stati Uniti. Senza aver bisogno dell’arma atomica, i generali iraniani sono riusciti a far ritirare i militari americani dalle loro basi. Un’umiliazione senza precedenti confermata da inchieste di alcuni media statunitensi che hanno documentato con foto satellitari i gravi danni subiti da radar, piste di decollo, hangar, sistemi di comunicazione sofisticati.
Lo scacco matto a Hormuz
Un altro pilastro del trionfalismo di Washington era il controllo dei mari. Eppure, nonostante lo spiegamento di portaerei e gruppi di battaglia, la Marina Militare USA non è riuscita a garantire lo sblocco dello Stretto di Hormuz. Le navi americane si sono viste costrette a mantenersi a debita distanza per evitare rischi inaccettabili di fronte alle tattiche di guerra asimmetrica iraniane.
Il controllo di questo snodo energetico mondiale resta saldamente influenzato da Teheran, vanificando i tentativi americani di sblocco economico e militare.
L’illusione della distruzione totale e l’incubo del “pantano”
L’apparato militare iraniano, che l’intelligence e la propaganda di Washington davano distrutto dal diluvio di missili, si è rivelato invece resiliente e ampiamente operativo. Gli Stati Uniti sono riusciti a uccidere tanti iraniani ma non a piegare l’Iran. Quando l’amministrazione Trump ha accennato all’ipotesi di un’invasione terrestre, lo spettro di un “pantano militare” è diventato palpabile. Gli analisti militari hanno dovuto ammettere l’impossibilità di una vittoria rapida: l’Iran è un territorio vasto, montuoso e con tante caverne dove nascondere missili e droni. Questa ha reso l’opzione dell’invasione una pura congettura di Trump, scoraggiata dallo stesso Pentagono.
Dalla guerra d’aggressione all’umiliazione diplomatica
Oggi, la parabola si chiude con un paradosso politico. Trump, che aveva dichiarato di non voler trattare con il regime iraniano, si ritrova ora costretto a cercare un canale di trattativa. Ma il tavolo negoziale non è più quello della sottomissione dell’Iran: gli Stati Uniti devono ora confrontarsi con le condizioni dettate da Teheran. Quella che era iniziata come una guerra di aggressione — condotta al di fuori del diritto internazionale — si sta concludendo con una debacle su tutta la linea. Il mito dell’unipolarismo americano è uscito frantumato dimostrando che la superiorità della forza bruta a volte può portare in un cul de sac.
Una debacle anche della NATO
E adesso come spiegare che l’aumento delle spese militari in fin dei conti non serve a nulla alla luce di questa debacle dell’intera NATO? Ciò che infatti è emerso è che la NATO ha tradito Trump. Si è frantumata, si sono sfilati tutti gli alleati degli USA di fronte al rischio di un conflitto militare globale asimmetrico con l’Iran. La NATO non ha seguito Trump perché, pur potendo infliggere danni militari superiori a quelli che avrebbe potuto infliggere all’Iran, avrebbe dovuto mettere nel conto ritorsioni comunque inaccettabili. In una parola la guerra, oltre che essere non etica, si è rivelata non utile, come ha acutamente osservato Lucio Caracciolo.
Guerra inutile = spese militari inutili
Tutti i commenti degli analisti geopolitici si sono focalizzati sulle conseguenze economiche del mancato sblocco di Hormuz. La dimensione militare ha dovuto cedere il posto alla dimensione commerciale e si è materializzata la questione dell’inutilità sostanziale della guerra, ossia la ragione per cui i pacifisti da sempre cercano di chiedere un’alternativa alle spese militari. Se la guerra è non utile, oltre che non etica, se per di più non può essere vinta, a che serve allora l’aumento delle spese militari della NATO? A questa domanda dovranno essere chiamati a rispondere i fautori del riarmo attuale.
