Cronaca

La nonna in garage, la pensione in banca e il lutto nel cassonetto

di Riccardo Bizzarri (*)

Benvenuti in Italia, anno del Signore 2025. Un Paese dove il futuro è una scommessa, il presente un reality e il passato… è incellophanato in garage.

Sì, avete capito bene: a Scortichino (no, non è una località della Disney, è una frazione vera della Bassa), un signore di 54 anni ha ben pensato di imbalsamare la propria madre, non con la formalina, ma con il cellophane, roba da discount,  per continuare a incassarne la pensione. Sembra l’inizio di una barzelletta nera, invece è cronaca. L’orrore diventa routine, e la decadenza è in saldo.

Ora, c’è da dire che la povertà educativa non ha bisogno di tante metafore quando ti si presenta in ciabatte, con la pensione della mamma morta nel conto e la dignità nel bidone dell’umido. Questo non è solo un fatto di disagio economico: è la perdita completa del confine tra umano e disumano, tra “non si fa” e “ma sì, chi vuoi che se ne accorga”.

“L’uomo è ciò che fa di ciò che è stato fatto di lui” diceva Jean-Paul Sartre
Evidentemente a questo pover’uomo abbiamo è stato fatto poco e lui ha fatto pure peggio.

Siamo passati dal rispetto per i morti… al rispetto per i bonifici e mentre un tempo si piangeva in silenzio e si lasciava la finestra aperta per far uscire l’anima del caro estinto, oggi si chiude il garage per non far uscire l’odore. Basta che l’INPS continui a fare il suo dovere. Viva la mamma, purché non si muova troppo.

Cos’è successo? Dove abbiamo sbagliato? Abbiamo smesso di educare per cominciare a monetizzare. Il valore della vita? Ridotto a una pensione minima. Il lutto? Un fastidio burocratico. L’etica? Un file corrotto. I figli che dovevano seppellire i genitori ora li conservano, tipo conserve della nonna. E non per amore, ma per il mutuo.

Un tempo si parlava di “mammone italiano” come di quel trentenne che viveva ancora con la madre. Oggi siamo alla versione zombie: ci vive ancora dopo che è morta.

E poi dicono che la colpa è della crisi economica. Certo, la fame spinge. Ma la fame vera non cancella i valori: li mette alla prova. Seneca scriveva “È nei momenti più bui che vediamo di che pasta siamo fatti.” E qui la pasta è scaduta. E pure appiccicosa.

Questa non è più povertà: è il default spirituale. Siamo nel tempo in cui si giustifica tutto. “Eh, poverino, era disperato…” — sì, ma l’umanità si misura proprio in ciò che fai quando sei disperato. Se in quel momento scegli di diventare un becchino truffaldino, magari due domande ce le possiamo fare. No?

Nel frattempo, qualche opinionista social sicuramente lo chiamerà “un gesto simbolico”, “una denuncia contro l’INPS”, “una performance contro il sistema”. Ecco, magari anche no. Magari è solo la prova che il marcio non è nel garage: è nella testa.

E noi abbiamo detto “no” al rispetto, “no” alla decenza, “no” al senso del limite. Poi ci chiediamo perché tutto sembri alla rovescia come dice il generalissimo  Vannacci.

Non serve un’autopsia per capire che la vecchia Italia è morta. Solo che nessuno ha pensato di seppellirla. E qualcuno sta ancora incassando.

(*) Giornalista

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