Politica

La politica dello slogan: perché l’Italia ha smesso di approfondire

di Marcello Trento (*)

Osservando l’attuale scenario politico italiano, emerge una caratteristica costante e trasversale a quasi tutte le forze di partito: la progressiva scomparsa del dibattito d’analisi e dell’approfondimento. Il confronto sul futuro del Paese appare strutturato attorno a dinamiche di comunicazione rapida e spettacolarizzata, dove l’obiettivo primario non è più spiegare la complessità dei problemi, ma catturare l’attenzione immediata dell’elettore.
I tradizionali momenti di formazione, i convegni programmatici di ampio respiro e i dibattiti basati su dati ed evidenze tecniche sono stati quasi interamente sostituiti da metodologie comunicative pensate per massimizzare la visibilità sui media.
Le strategie dominanti della politica attuale
* La dittatura dello slogan e della narrazione semplificata
I problemi complessi — dalla gestione della transizione ecologica alla riforma della spesa pubblica, dalla sostenibilità del sistema sanitario alle politiche industriali — vengono ridotti a formule d’impatto da pochi caratteri. L’agenda politica viene declinata attraverso definizioni ad effetto pensate per i social network, che escludono a priori qualsiasi parentesi analitica.
* La contrapposizione permanente e lo scontro sui “talk show”
Il modello comunicativo privilegiato è quello dell’arena televisiva o digitale, incentrato sul contrasto ad personam piuttosto che sul merito delle proposte. Si preferisce alimentare l’emotività e la polarizzazione delle tifoserie, trasformando l’avversario in un bersaglio polemico anziché in un interlocutore istituzionale con cui confrontarsi su numeri e soluzioni.
* La dizione per “annunci” a breve termine
La linea politica dei partiti si sviluppa spesso per reazione immediata ai fatti di cronaca. Invece di proporre piani strategici pluriennali, la classe dirigente si concentra sulla produzione continuo di dichiarazioni estemporanee, disegni di legge ad hoc o promesse elettorali pensate unicamente per occupare lo spazio mediatico delle successive ventiquattr’ore.
La mancanza di veri spazi di confronto
L’elemento più critico di questo panorama è la quasi totale assenza di incontri di vero approfondimento. Raramente le forze politiche organizzano tavoli tecnici aperti al pubblico, stati generali privi di passerelle elettorali o seminari dove esperti del settore, economisti, accademici e parti sociali possano vagliare criticamente i dati e le coperture finanziarie delle riforme proposte.
I congressi e i festival di partito, che un tempo rappresentavano luoghi di elaborazione ideale e programmatica, si sono trasformati in convention scenografiche modellate sul format degli eventi aziendali o degli show di intrattenimento, in cui i leader si esibiscono di fronte a un pubblico di sostenitori senza prevedere un reale dibattito interno o un contraddittorio aperto.
Le conseguenze sul cittadino e sulla democrazia
L’adozione sistematica di queste strategie comunicative porta con sé effetti evidenti:
* Disaffezione e astensionismo: L’assenza di contenuti concreti allontana una fetta crescente di cittadinanza, che percepisce la politica come una finzione lontana dai problemi reali e rinuncia al voto.
* Perdita di competenze: Senza luoghi dedicati allo studio dei problemi, la classe dirigente rischia di perdere la capacità tecnica necessaria per governare fenomeni complessi.
* Polarizzazione sterile: In assenza di approfondimenti sui fatti, il dibattito si riduce a un’infruttuosa scontro tra fazioni opposte.
Senza un ritorno all’analisi rigorosa e a momenti strutturati di confronto programmatico, la politica rischia di rimanere un’attività confinata al marketing elettorale, incapace di offrire soluzioni di lungo periodo per le sfide strutturali del Paese.

 

(*) Presidente Ente Nazionale Energie Rinnovabili

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