di Stefano Barocci
Alla vigilia del voto per il Bundestag del 23 febbraio 2025, è opportuno analizzare lo stato della Germania riunificata, nel contesto di una crisi politica interna e di un’Europa in difficoltà. Già nel 1995 Le Figaro parlava di una “italianizzazione” della politica tedesca, segnalando una crescente instabilità.Storicamente, la Germania è stata caratterizzata da profonde divisioni interne, sia linguistiche che confessionali, a partire dal limes romano fino alle differenze tra cattolici e protestanti o tra le varie regioni federali. Il periodo della DDR ha ulteriormente marcato la distinzione tra est e ovest, con abitudini, prodotti e modi di vivere distintivi che, dopo la riunificazione, hanno alimentato un fenomeno di Ostalgie, il rimpianto per alcuni aspetti della vita nell’ex Germania Est.
L’industrializzazione tedesca è stata trainata dalla rivoluzione industriale e dalla rete ferroviaria del XIX secolo. La Prussia favorì l’abolizione dei dazi interni e il trasferimento di know-how britannico, portando allo sviluppo di colossi industriali come la Bayer. Tuttavia, alcune regioni rimasero meno industrializzate. Dopo la Seconda guerra mondiale, la Germania Ovest divenne la vetrina del capitalismo, mentre la DDR incarnò il modello socialista, creando profonde differenze economiche e culturali tra le due parti.Nel blocco orientale si formò una classe dirigente proveniente dall’esilio e dall’esperienza sovietica, come il gruppo Ulbricht. Per consolidare il regime, vennero create organizzazioni di massa e una struttura sociale allineata all’ideologia socialista. Alcuni cittadini aderirono convintamente, altri si adattarono per convenienza. Tuttavia, il socialismo reale si sviluppò in un contesto ostile, con eventi come il blocco di Berlino e la repressione dell’insurrezione del 1953, che alimentarono tensioni interne.Oggi la Germania riunificata si confronta ancora con le sue divisioni storiche e con un’Europa fragile. Se ritrovasse la sua tradizionale determinazione, potrebbe rafforzare non solo se stessa, ma anche l’Italia e l’intero progetto europeo.Il ventennio 1969-1989 segna il progressivo indebolimento dei sistemi socialisti fino al loro crollo, mentre la Germania Federale vive trasformazioni politiche e sociali. Con l’Ostpolitik di Brandt e Bahr, le due Germanie instaurano un dialogo pragmatico: aumentano i contatti, i viaggi e gli scambi economici, mentre il regime della DDR si finanzia con operazioni discutibili, come la vendita di dissidenti alla Repubblica Federale.
Nel frattempo, la società della Germania Ovest si evolve: emergono i Verdi, i partiti tradizionali perdono consensi e l’informatica inizia a trasformare il mondo del lavoro. Tuttavia, si manifestano anche tensioni sociali e atti terroristici, come quelli della banda Baader-Meinhof.La DDR, pur mantenendo un ferreo controllo sulla popolazione, inizia a mostrare crepe. Le Chiese, tollerate dal regime perché svolgono funzioni assistenziali, diventano centri di aggregazione per i dissidenti, come alla Nikolaikirche di Lipsia. Parallelamente, la crescente esposizione della DDR ai mercati occidentali la rende sempre più dipendente dalla Repubblica Federale, che ne sostiene indirettamente l’economia.La messa in scena diplomatica prosegue: Honecker viene ricevuto con onori a Bonn, ma senza riconoscimento ufficiale, mentre le visite dei cancellieri Schmidt e Kohl nella DDR si traducono in accordi economici vantaggiosi per il regime comunista. Il controllo sovietico si allenta con la Perestrojka di Gorbaciov, ma la leadership di Berlino Est rimane rigida, incapace di riformarsi.Nel 1989, la DDR celebra i suoi 40 anni in un clima di crisi. Il divario tra l’apertura sovietica e l’immobilismo del regime tedesco-orientale è sempre più evidente, prefigurando il crollo imminente. Il libro di Hans Modrow offrirà poi una preziosa testimonianza su quei frenetici ultimi anni della Germania comunista.Negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, la Germania Ovest rimase un gigante economico ma un nano politico, mentre la costruzione europea muoveva i primi passi con la trazione franco-tedesca. La Costituzione federale prevedeva la riunificazione, ma lasciava due opzioni: una nuova Carta o l’adattamento della Verfassung esistente. Per ragioni di tempo, prevalse la seconda via, seminando il ressentiment degli ex-DDR verso l’Ovest. Tra le strategie adottate per facilitare l’integrazione, una fu il partenariato tra Länder orientali e occidentali, come la collaborazione tra Turingia e Assia, che favorì lo sviluppo economico e culturale. Il Ministro Hans-Dietrich Genscher, originario della Sassonia-Anhalt, fu tra i promotori di questa iniziativa. Sul fronte economico, la riunificazione valutaria fu controversa: la Bundesbank proponeva un’introduzione graduale del marco federale per evitare un’impennata della disoccupazione, mentre il governo preferiva un passaggio immediato per arginare l’emigrazione dall’Est. Prevalse quest’ultima strategia, con un tasso di cambio 1:1 per i redditi e 2:1 per i patrimoni e i debiti. L’esperienza fu poi utile per la futura unione monetaria europea.Tuttavia, la riunificazione fu percepita da molti nell’ex-DDR come un’annessione: all’inizio, l’80% dei dirigenti pubblici e privati proveniva dall’Ovest, e il passaggio all’economia di mercato fu traumatico. Il Treuhandanstalt chiuse aziende inefficienti, sostenne imprese strategiche e privatizzò le altre, evitando il modello oligarchico post-sovietico. I salari si allinearono in vent’anni, ma nel breve termine vi fu un esodo verso l’Ovest e un forte malcontento.
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Nella foto una delle immagini simbolo degli anni della Riunificazione
