di Stefano Fassina (*)
Nella storia europea, Patria, come pure Nazione, nascono e si affermano come concetti emancipativi, solidaristici, cooperativi. In Italia, le principali culture politiche ne son segnate.
Scrive Giuseppe Mazzini, repubblicano (“Dei doveri dell’uomo”, 1860): “Senza patria, voi non avete nome, né segno, né voto, né diritti, né battesimo di fratelli fra i popoli. Siete i bastardi dell’umanità. … non vi illudete a compiere, se prima non conquistate una patria, la vostra emancipazione da una ingiusta condizione sociale; dove non è patria, non è Patto comune, al quale possiate richiamarvi: regna solo l’egoismo degli interessi, e chi ha predominio lo serve, dacché non v’è tutela comune a propria tutela”.
Benedetto Croce, filosofo illustre, liberale, dopo aver dolorosamente attraversato la buia stagione fascista e nazista, afferma: “[L’amore della patria] fu non tanto pervertito quanto piuttosto soppiantato dal cosiddetto nazionalismo, che accusava i suoi avversari, non già di essere ‘antipatriottici’, ma, come si diceva, antinazionalisti; e tuttavia una certa confusione rimase tra i due diversi concetti e i due diversi sentimenti, cosicché la ripugnanza sempre crescente contro il nazionalismo si è tirata dietro una sorta di esitazione di ritrosia a parlare di ‘patria’ e di ‘amor di patria’. Ma se ne deve riparlare, e l’amor di patria deve tornare in onore appunto contro il cinico e stolido nazionalismo, perché esso non è affine al nazionalismo, ma è il suo contrario”.
Per il versante socialista e comunista, richiamo un articolo di Palmiro Togliatti del luglio-agosto 1945 su Rinascita: “Assai spesso, i nemici dei lavoratori tentano di contestare il patriottismo dei comunisti e dei socialisti, invocando il loro internazionalismo e presentandolo come una manifestazione di cosmopolitismo, di indifferenza e di disprezzo per la patria. Anche questa è una calunnia. … È ridicolo pensare che la classe operaia possa staccarsi, scindersi dalla nazione. La classe operaia moderna è il nerbo delle nazioni, non solo per il suo numero, ma per la sua funzione economica e politica. L’avvenire della nazione riposa innanzi tutto sulle spalle delle classi operaie. …
Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trusts internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi”.
A confermare il patriottismo della sinistra, si potrebbero ricordare le pagine dolorose delle lettere di decine di ragazzi condannati a morte durante la Resistenza al fascismo. Si potrebbe richiamare la denominazione delle unità di partigiani nate su iniziativa delle sinistre durante la Resistenza: GAP, “Gruppi di Azione Patriottica”. Infine, si potrebbe sottolineare che, ancora oggi, la rivista ufficiale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) è “Patria indipendente”.
Perché, da qualche decennio, per larghissima parte dell’area progressista e, in particolare, per la sinistra, sia la sinistra di governo e, ancor di più la sinistra radicale o antagonista, Nazione, Patria e Sovranità sono diventate brutte parole della destra? Perché chi le richiama nel loro significato democratico e progressivo, viene etichettato dalle sinistre ufficiali come “rossobruno”?
La svolta regressiva si avvia con il ‘68, un movimento di liberazione straordinariamente positivo, plurale, complesso, finanche contraddittorio. Un movimento che, soprattutto a partire dagli anni ‘70, in alcune sue componenti interpretò i confini, le frontiere, la Patria, la Nazione, la Sovranità, lo Stato come divieti, prigioni per l’individuo, come fattore di gerarchizzazione e sopraffazione tra gli uomini e le donne, barriere all’universalità dei diritti e delle libertà, come strumenti di differenziazione dell’umanità dettati dal Capitale per fermare la carica travolgente delle “moltitudini”, per riprendere il lessico di uno dei maggiori intellettuali autori di tale linea, recentemente scomparso, Toni Negri.
Poi, dopo l’abbattimento del Muro, nell’89, il dispiegamento dell’ideologia e del dominio neo-liberista ha completato l’opera di demonizzazione dell’appartenenza nazionale, del valore positivo della Patria, della funzione democratica essenziale della Sovranità.
Erano ostacoli al dispiegamento del mercato centrato sull’individuo consumatore, schiavo del consumismo, ma raccontato come unico sovrano. L’egemonia neo-liberista arriva come ‘rivoluzione passiva’ (ancora una categoria gramsciana) su tutte le sinistre, riformiste, radicali, antagoniste, attraverso la celebrazione del valore della libertà di movimento assoluto di capitali, merci, servizi e persone: un valore intrinsecamente progressivo.
Nel “vecchio continente”, la demonizzazione diventa europeismo fideistico, teologia politica sostituiva dell’orizzonte socialista.
Eppure, proprio le sinistre cosmopolite, global e alter-global, entrano sistematicamente in contraddizione con le loro stesse posizioni ideologiche quando sbattono con la realtà politica. Ad esempio, sull’endemico conflitto israelo-palestinese, sostengono, giustamente, la prospettiva “due popoli, due Stati”. In particolare, esprimono, giustamente, solidarietà e sostegno al popolo palestinese nella richiesta di permanere sulla propria terra. Li supportano, giustamente, nella rivendicazione di un proprio Stato, definito inevitabilmente da confini e frontiere, tratti divisivi e, in quanto tali, essenziali per riconoscere e coltivare la propria identità.
La contraddizione diventa ancora più stridente quando il concetto di patria viene riferito in termini positivi alla dimensione europea, come pure si ribalta nella dimensione continentale, il concetto di sovranità. Insomma, il significato negativo nel significante è questione di scala. Patria: per l’Ue si può dire; per la propria nazione, no. Sovranità europea è progressivo, sovranità nazionale regressivo, come se, oltre i confini dell’Ue non ci fosse comunque l’altro, trasformato in nemico dalla dimensione nazionale. Si è arrivati finanche a introdurre la categoria di “nazionalismo europeo” (Fabbrini, Il Sole 24 ore, 13/03/26).
Oggi, è decisivo per chi è impegnato nella sfida per la centralità della persona, per la dignità del lavoro, per la giustizia sociale, per la conversione ecologica, per la pace, riappropriarsi dei concetti di Nazione, Patria e Sovranità.
È insopprimibile la domanda di legami sociali, di riferimenti solidi, identitari, di storia, di limite. Il confine, dato di realtà magistralmente colto da Franco Cassano in “Pensiero meridiano”, è condizione di identità: senza confini non c’è identità, non ci può essere sovranità, quindi libertà della persona. Il confine, come la frontiera, non deve essere muro. Certo divide. La divisione può essere distinzione, non separazione e tanto meno leva di sopraffazione. In quanto linea di divisione, può essere anche linea di incontro, non deve essere soltanto linea di scontro. Certo, il confine e le identità rischiano di diventare negazione dell’altro, ossia la visione regressiva dei concetti nazione, patria e sovranità. Ma il rischio è ineliminabile. Va affrontato con piena consapevolezza dei pericoli. Ma va affrontato.
L’irrinunciabilità alla declinazione costituzionale di Nazione, Patria e Sovranità implica, inevitabilmente, la rideclinazione delle relazioni tra gli Stati dell’Ue. L’integrazione europea non va avanti, non può andare avanti, al di là dei nostri desiderata, con operazioni dall’alto, in riferimento ad un inesistente popolo europeo. Il popolo ha irrinunciabili radici nazionali e l’integrazione può procedere soltanto come incontro di popoli e comunità nazionali, non come loro superamento. Scrive in “Sommersi e salvati” Primo Levi, ebreo, partigiano, sopravvissuto ad Auschwitz (pag. 145): “Eppure non mi sento di negare che uno spirito di ogni popolo esiste (altrimenti non sarebbe un popolo), una Deutschtum, una italianità, una hispanidad: sono somme di tradizioni, abitudini, storia, lingua, cultura. Chi non sente in sé questo spirito, che è nazionale nel miglior senso della parola, non solo non appartiene per intero al suo popolo, ma neppure è inserito nella civiltà umana”. Solo se ogni popolo del continente avrà consapevolezza della propria storia, della propria cultura, della propria identità, soltanto se ogni specifica storia, cultura, identità sarà conosciuta da ogni altro popolo del continente, si potranno riconoscere i tratti comuni. Soltanto così si potranno definire e condividere le necessarie politiche pubbliche europee.
Insomma, gli Stati Uniti d’Europa sono una pericolosa astrazione tecnocratica. Insistere sull’eliminazione del principio di unanimità nel Consiglio dei Capi di Stato e di governo Ue, in assenza di una vera costituzione europea legittimata dal consenso popolare, implica svuotare ulteriormente le democrazie nazionali e compiere un atto di “sovversivismo dall’alto”.
Prima o poi, riusciremo a discutere, senza scomuniche preventive di sovranismo, di qual è l’Europa possibile e non soltanto dell’Europa necessaria sognata dalle élite illuminate? Non è ancora chiaro che l’affidamento al pilota automatico per la rotta funzionalista porta a sbattere?
La produzione necessaria di beni comuni e di regolazioni europee non passa, non può passare, dalla cancellazione delle appartenenze nazionali in riferimento ad un’astratta, impossibile, a-storica, “Nazione europea”, “Patria europea”, “Sovranità europea” e ad un altrettanto astratto, impossibile, a-storico “popolo europeo”. Invece, può realizzarsi attraverso sentieri alternativi alla strada federalista percorribile soltanto sul piano tecnocratico e autoritario. Può passare per la cooperazione tra Nazioni, Patrie, Sovranità, popoli. Insomma, come indicato anche nel Rapporto dei 12 esperti franco-tedeschi del settembre 2023, incaricati di redigere un progetto per la riforma istituzionale dell’Ue, l’integrazione, anche nel suo ambito più ristretto, la “vecchia Europa”, può essere inter-governativa, non federale. Più che a riprodurre il funzionamento dello Stato nazionale a scala europea, dovremmo impegnarci ad individuare forme istituzionali originali in grado di coniugare democrazia nazionale e policy sovranazionali. È il percorso di ricerca per la demoicracy europea, portato avanti da studiosi di grande autorevolezza. Kalypso Nicolaïdis, professoressa di Relazioni internazionali all’Università di Oxford, consulente di vari governi europei e delle principali istituzioni comunitarie, definisce così la demoicracy: “è un’unione di demos, intesi come Stati e cittadini, i quali governano insieme ma non come un solo demos.
Essa rappresenta una terza via rispetto a due alternative, entrambe le quali fanno coincidere la democrazia con un solo demos: in quanto demoicracy in fieri, l’Unione Europea non è né un’Unione di Stati democratici come vorrebbero i “sovranisti”, né un’Unione in via di divenire uno Stato democratico, come vorrebbero i “federalisti”. L’Unione Europea intesa come demoicracy dovrebbe rimanere un processo orientato alla composizione delle tensioni derivanti dal perseguimento di una reciproca apertura tra popoli diversi. […] In quanto demoicracy, l’Unione Europea richiede ai suoi popoli non soltanto di aprirsi l’uno verso l’altro, ma di riconoscere reciprocamente i rispettivi assetti politico-istituzionali e tutto ciò che li costituisce: i rispettivi passati, i loro patti sociali, i loro sistemi politici, le loro tradizioni culturali, le loro pratiche democratiche”.
Insistere sui principi di libertà, eguaglianza e fraternità è sterile senza valorizzarne il presupposto sentimentale e materiale evocato dalle parole della Costituzione: Nazione, Patria, Sovranità, popolo.
(*) Economista
2-Fine
