di Viola Scipioni
C’è qualcosa di profondamente stonato nella sinistra italiana degli ultimi mesi. Un cortocircuito che non riguarda soltanto la politica estera, ma un’intera visione del mondo che sembra essersi persa fra slogan e identità di gruppo. L’ultimo esempio? Le reazioni furiose al piano di pace per Gaza. Un piano, certo, firmato da Donald Trump, Witkoff e Tony Blair, e quindi sgradito per ragioni “di principio”. Ma davvero basta la firma a renderlo inaccettabile, anche se prevede il cessate il fuoco immediato, il ritiro delle truppe israeliane e l’addestramento di una forza di polizia palestinese sotto supervisione internazionale?
Chi protesta oggi contro questa proposta parla di “neocolonialismo”, ma evita di riconoscere che quel piano porta proprio a ciò che per mesi è stato chiesto a gran voce dalle piazze. È come se, di fronte alla prospettiva della pace, una parte del movimento si trovasse spiazzata, priva del suo scopo identitario. Per molti, la lotta sembra contare più della liberazione stessa: se la pace arriva, la narrazione crolla, e con essa l’appartenenza a una causa che ha dato senso e visibilità a tante battaglie da social network.
La stessa incoerenza emerge guardando all’Ucraina. Le piazze per Kyiv sono state desolatamente vuote, come se la difesa di un Paese europeo aggredito fosse troppo “occidentale”, troppo poco romantica per la sinistra dei diritti. Nelle manifestazioni pro-Palestina si strappano bandiere europee e ucraine, mentre si tace di fronte all’imperialismo russo e si ascoltano, con indulgente simpatia, le tesi di chi “le ragioni di Mosca”.
Il quadro si completa con la reazione al Nobel per la Pace 2025, assegnato a Maria Corina Machado, leader liberale venezuelana e oppositrice del regime di Maduro. Invece di riconoscere il valore della sua battaglia nonviolenta per la democrazia, buona parte della sinistra ha storto il naso: troppo di destra, troppo “anti-socialista”, troppo scomoda per essere celebrata. Come se la pace e la libertà fossero virtù a geometria variabile, accettabili solo quando vengono da chi porta la bandiera “giusta”.
Così, tra contraddizioni e tifoserie morali, la sinistra si ritrova sempre più lontana da ciò che un tempo la definiva: il rispetto della complessità, il dialogo, la difesa dei più deboli contro ogni autoritarismo. Invece di ricostruire una cultura della responsabilità, si rifugia in un vittimismo permanente, in un linguaggio intriso di rabbia e semplificazioni.
E mentre si divide su tutto, anche su chi merita un Nobel o un cessate il fuoco, le destre avanzano indisturbate. Perché, in un mondo confuso, chi grida più forte non è sempre chi ha ragione, ma chi appare più coerente. E questa, oggi, è una lezione che la sinistra italiana sembra aver dimenticato.
